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Aumentano i casi di suicidio tra i ragazzi, perchè e cosa devono fare i genitori?


In questi ultimi anni stiamo assistendo ad un incremento delle patologie depressive, dell’autolesionismo, dei tentativi di suicidio in tenera età. Mi trovo purtroppo quasi quotidianamente a guardare gli occhi di troppi adolescenti a rischio suicidario o che hanno tentato di porre fine ad una vita che neanche è iniziata. Mi confronto con ragazzi senza motivazione, senza vitalità, incastrati nei loro drammi, senza sorriso, che vivono con quel velo di tristezza che ti fa soffrire solo a guardarli. Mi domando il perché, mi confronto con le famiglie che quasi sempre cadono dalle nuvole, non accorgendosi mai di niente. A volte anche il ragazzo apparentemente meno problematico può essere a rischio suicidario anche i più impensabili, che vanno bene a scuola, che non danno problemi. Purtroppo non è frequente che avvisino in maniera manifesta prima di farlo e, quando lo fanno, usano un canale su cui il genitore non è quasi mai sintonizzato, che non riesce a decifrare e a leggere tra le righe della loro quotidianità
Si leggono sempre più casi di adolescenti che tentano il suicidio o che riescono nel loro intento. Le notizie riportano di gesti non prevedibili, del momento, senza preavviso, come se fosse un comportamento non pensato.

Non è così, non si arriva a togliersi la vita per un gesto impulsivo, è sempre la somma di più fattori che si accavallano nel corso del tempo. Situazioni, sentimenti, esperienze di vita che vanno a gravare su una personalità spesso instabile e su un Io fragile da un punto di vista strutturale. Condizioni che appesantiscono, che schiacciano e che non si riescono ad affrontare in un altro modo. Frutto di chiusure e di silenzi, di sofferenze e di tradimenti da parte di fidanzati, genitori, dalla vita stessa.

Quando ci si interroga sul suicidio di un adolescente, non si può dare comunque una risposta generica perché ogni storia e a sé, ognuno ha i suoi perché e le sue ragioni, è indubbio però che sono tutti legati da un filo conduttore che è la fragilità interiore perché non si riesce a trovare una soluzione, perché non si combatte e si preferisce scappare e non affrontare.

Il suicidio rappresenta comunque un grido silente di aiuto che fa tanto rumore, la voce di un figlio che si sente incompreso, inascoltato, che vive un’ingiustizia e cerca di pareggiare i conti con la vita, che cerca di essere ascoltato e crede che solo attraverso il suicidio possa ottenere ciò che in vita non è riuscito ad ottenere.

Cosa si nasconde dietro un suicidio di un adolescente? Un tunnel senza via d’uscita

Quando si arriva a suicidarsi o a tentare il suicidio non si tratta di pessimismo, non si tratta solo di vedere “nero” e di non trovare una via d’uscita in un tunnel buio che si sta percorrendo. Si parla di una fragilità interna molto importante, salvo che non si sia vissuto un trauma di rilevanza tale che abbia generato un terremoto psichico. È più corretto parlare di vissuti ansioso/depressivi e, in tanti casi, di depressione, di ragazzi che non credono in se stessi, che hanno una pessima autostima, sono vulnerabili e hanno un umore che li tira giù facendogli vedere prettamente gli aspetti negativi e la pesantezza della vita.

Non è una delusione amorosa, un cattivo rapporto con i genitori la “causa” del suicidio. Può essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso, quella situazione che ha appesantito ancora di più una situazione già pesante di suo. Si parla di fattori che predispongono il suicidio, non di cause.

Non è mai un singolo episodio, per quanto traumatico possa essere, una struttura solida, prova sempre a trovare una soluzione, anche nel momento di maggiore sconforto. È indubbio che ci sono eventi più traumatici o stressanti di altri. Dipende anche da quanto una persona investe su ciò che vive, se io sposto tutto su un fidanzato, se la mia unica ragione di vita diventa quella persona, è ovvio che se mi viene a mancare, se mi tradisce o mi fa un torto, perdo tutti i miei riferimenti, ma è anche intuitivo comprendere che se una persona sposta tutto su un’altra e annienta se stesso per l’altro, vive già una condizione patologica. Quello che manca a tanti ragazzi è il vero sostegno e supporto della famiglia, quello che dovrebbe tenerli su quando tutto sembra crollare

Gli adolescenti hanno veramente consapevolezza di ciò che stanno facendo?

Non sempre hanno consapevolezza di ciò che fanno, spesso non hanno ancora particolarmente chiaro il concetto di irreversibilità della morte, del “non si torna più indietro”, del si mette un punto ma non c’è un a capo. Sono settati sul presente, sul qui ed ora, immersi nel mare delle emozioni del momento che a volte li travolge e li soffoca. Non pensano alle reali conseguenze delle loro azioni, hanno bisogno di fare, di agire, spinti dalla forza del momento, dai pensieri del momento, troppe volte a senso unico.

Spesso abusano del concetto di morte, quante volte li sentiamo ripetere frasi del tipo “non ce la faccio più” o in preda alla rabbia “mi ammazzo” con tanto di manipolazione affettiva “così adesso sarete contenti”. Tante volte sono gesti inscenati con il tentativo di strumentalizzare le situazioni e di ottenere aiuto, ascolto o qualcosa desiderato. Altre si vuole fare un gesto istrionico ed eclatante.
Tante volte tentano anche di uccidersi, si imbottiscono di farmaci o si tagliano le vene ma quando poi vengono salvati, la stragrande maggioranza di loro si rende conto che non voleva veramente morire, l’ha fatto perché in quel momento non trovava altra soluzione. A volte ci si rende realmente conto di cosa si sta facendo solo quando si arriva davanti alla morte stessa. Quando realizzano molte volte si rendono conto che non era quello che volevano.

Purtroppo quando un adolescente ha deciso veramente di farla finita, non lo fa vedere, per questo diventa spesso difficilissimo cogliere i segnali per cercare di arrivare prima che la sua testa dica basta. Per questo bisogna sostenerli fin da quando sono piccoli e abituarli a parlare di tutto senza paura e senza vergogna, anche delle cose più brutte.

La vita ha perso il suo valore? Perché tutti questi suicidi?

Sono figli della solitudine, della globalizzazione e dalla inciviltà digitale. Figli di genitori che non hanno più tempo di fermarsi a parlare con loro se non per i compiti e per i problemi logistici e gestionali. Figli delle conflittualità genitoriali, che non si sentono riconosciuti, accettati per quello che sono. Sono vittime di genitori sempre di fretta, delle innumerevoli attività, senza sosta e di fretta, una fretta che non permette più ai genitori di guardare negli occhi un figlio.

Una generazione che non crede più in niente, se non negli youtuber e nelle fashion blogger, a briglia sciolta sui social e sulle chat, senza rispetto di se stessi e degli altri. Oggi si sono persi troppo gli aspetti relazionali e la solidità e veridicità dei legami. Troppe vetrine social che pennellano il narcisismo, troppa estetica e poca interiorità. Tutto troppo labile e poco stabile.

Sono figli della crisi e della perdita dei punti di riferimento come la scuola e la famiglia, della perdita dei valori e di una pressione sociale troppo marcata per tanti adolescenti che partono già fragili. Si dà troppo poco peso agli aspetti esistenziali e agli aspetti emotivi, è come se la vita avesse perso il suo vero significato, avesse perso il valore di unicità e irrepetibilità che dovrebbe avere. Hanno bisogno di essere incoraggiati, sostenuti, di avere una sorta di mental coach che gli colmi le loro insicurezze e gli indichi una via.

Cosa manca a questi ragazzi?

I figli hanno bisogno di essere riconosciuti in primis dai genitori, poi dagli altri ambienti significativi che frequentano come la scuola e poi dagli amici e dal gruppo dei pari. Hanno bisogno di sentirsi accettati dai genitori anche se non corrispondono alle loro aspettative, anche se non sono il figlio che i genitori volevano. Il fatto che spesso vengano riconosciuti solo in funzione del rendimento scolastico o di ciò che fanno, piuttosto di ciò che sono, è un elemento che li rende piuttosto fragili da un punto di vista emotivo e più a rischio. Li fa spesso sentire arrabbiati e crea dissapori nel rapporto genitore-figlio che invece è fondamentale per contenerli ed impedirgli di deviare.

Cosa possono fare i genitori per capire i propri figli? Che tipo di atteggiamento devono avere con loro?

In famiglia il dialogo è quasi sempre assente, si parla prettamente di scuola, di compiti, di voti, di condotta, di Playstation, di sigarette e di canne. Sembra che gli adulti tante volte siano un disco fisso, come mi dicono la maggior parte degli adolescenti che vedo, che li considerino prettamente per ciò che non va, per come si comportano, dimenticandosi di come stanno, di come si sentono, di quello che provano.

I genitori devono in primis accettare il figlio per quello che è, anche quando non è corrisponde all’ideale di figlio che avrebbero voluto. Loro lo percepiscono e lo sentono di non essere quello che i genitori desideravano, sentono di essere un peso e di farli soffrire, anche se non lo fanno vedere.

Per rinforzare la loro autostima e identità, hanno bisogno di essere riconosciuti, di essere apprezzati e soprattutto di essere ascoltati. Non si deve mai avere paura di vedere anche quello che non si vuole assolutamente vedere e non si deve mai perdere il contatto ed il dialogo con il figlio, anche se si parla di argomenti che fanno male. Solo quando parlano e tirano fuori e non trovano un muro, vedono una soluzione ai problemi e non si sentono schiacciati dalla vita stessa.
Non si deve mai smettere di osservare i figli e di guardare dentro i loro occhi, perché lo sguardo non mente e non nasconde il malessere. Bisogna imparare a riconoscere i segnali anche quelli indiretti e andare oltre ciò che fanno vedere in superficie cercando di capire il perché di quei comportamenti, che tipo di disagio nascondono e quanto è radicato.

Spesso mi chiedono che tipo di atteggiamento sarebbe giusto avere, se essere permissivi o duri.

Direi né l’uno, né l’altro perché un atteggiamento troppo morbido, troppo permissivo, non li aiuterebbe a costruire un senso di sé, un senso morale, a capire le regole, i limiti e, soprattutto, i confini psichici. È ESTREMAMENTE SBAGLIATO ANCHE FARE GLI AMICI DEI FIGLI, perderebbero un punto di riferimento importante in grado di contenerli quando serve.

Nello stesso momento, un atteggiamento troppo rigido e autoritario, invece, li allontanerebbe dal genitore inducendo il figlio a chiudersi maggiormente nel suo mondo, sentendosi ancora più incompreso e rifiutato. Questo tipo di atteggiamento porterebbe solo a non conoscere chi è realmente il figlio.

La strada più giusta da percorrere è quella che sta nel mezzo, quella basata sull’autorevolezza, che porta il genitore a mettere le regole, a dire anche i no, sempre motivati e accompagnati da una spiegazione che li aiuti a comprendere il senso di ciò che fanno e il perché non devono comportarsi in un determinato modo. Serve un atteggiamento basato sull’ascolto e non sull’intrusione nella vita del figlio, incentrato sul comprendere anche il suo punto di vista per essere efficaci nell’aiuto, senza giudizi e critiche, ma determinazione nel far rispettare le regole.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza