cyberbullying

Chi sono e come si comportano i cyberbulli? Come si diventa cyberbullo?


Ci siamo mai domandati chi sono questi cyberbulli? Abbiamo mai analizzato a fondo le dinamiche sottostanti il cyberbullismo? Perché, se non capiamo chi sono i cyberbulli e non conosciamo a fondo la loro personalità, le loro dinamiche interne e comportamentali, non riusciremo ad intervenire in maniera efficace.

Generalmente ci si incentra sulle vittime, sui segnali, su cosa provano, perché gli esiti psicologici e psicopatologici sono molto più evidenti, il rischio per la salute, e a volte per la vita, è immediato e si esplicita attraverso sintomi psicosomatici, problemi nella sfera alimentare, autolesionismo e pensieri e ideazione suicidaria.

I numeri della violenza. Ma quanti sono questi cyberbulli?

Partiamo dai numeri. Il 16,5% dichiara di aver commesso prepotenze, di aver preso in giro, isolato o picchiato qualcuno, e il 61% di loro è maschio. Circa 1 su 10 ammette di aver messo in atto intenzionalmente comportamenti di cyberbullismo, mentre il 33% è sia un bullo che un cyberbullo. Il 22% degli adolescenti dichiara di aver preso in giro un amico o un compagno di classe perché in sovrappeso e il 23% di aver fatto intenzionalmente dei commenti offesivi e negativi a scopo denigratorio. Purtroppo per loro è la normalità, non si rendono conto del peso che hanno le parole, soprattutto quando le scrivono in rete o le registrano attraverso dei messaggi vocali. Si nascondono dietro un’ipotetica libertà di espressione che però grava sulla salute dell’altro. Il problema dell’Hate Speech va spesso di pari passo insieme al cyberbullismo e non è da sottovalutare per la gravità delle conseguenze psicologiche e l’impatto emotivo che ha sulla persona presa di mira.

Da che età si può parlare di cyberbullismo?

Ormai si parla di cyberbullismo già dalle Scuole Primarie, ma solo perché alle Scuole dell’Infanzia non usano ancora sistematicamente il telefono. Troppi bambini possiedono smartphone o possono usare in maniera indiscriminata quello dei genitori. Già da quando sono molto piccoli, sono abituati a comunicare e a parlare attraverso WhatsApp, hanno i gruppi, tra cui quello classe, in cui non sempre vengono monitorati, possono portare i cellulari ovunque con loro, da quando fanno sport a tutte le varie attività extra scolastiche e lo usano in maniera indifferenziata perché non sono controllati.

I genitori, inoltre, legittimano tanti atteggiamenti insegnandogli anche a pubblicare le foto della loro vita privata, gli fanno riprendere e filmare tutto, gli fanno usare i cellulari come testimoni della loro quotidianità e quindi, condividere, fotografare e fare video diventano azioni normali. Sono già troppo social fin da bambini, troppo piccoli per fronteggiare l’immensità della rete, un gap troppo grande tra le due generazioni perché i genitori possano essere dei maestri e degli educatori in merito.

Già a 7-8 anni hanno un profilo su almeno un social network, sanno entrare e crearsi anche in completa autonomia un profilo, sanno come fare anche ad eludere il controllo dei social e dei genitori. Non è tenendoli lontani dalla tecnologia che si risolve il problema, perché tanto, anche in maniera indiretta, non avranno problemi ad accedere ai servizi che offre la rete. Gli adulti devono capire che i figli hanno gli amici e i compagni che sono alle prese con la tecnologia, quindi ciò che non fanno a casa, lo possono tranquillamente fare a scuola o a casa degli amici. Per questo vanno educati, anche se non sono ancora in possesso di uno smartphone personale e un genitore deve investire buona parte del suo tempo a fare questo tipo di educazione. Se non vengono educati, cresceranno mal-educati, in linea con ciò che vedono fare dagli amici, dai compagni o dagli adulti in genere che non sono proprio un bell’esempio, come del resto tanti insegnanti che passano le loro mattinate attaccati ai cellulari, anche se non si potrebbe.

Ai figli non basta dirgli le cose, una o più volte, serve soprattutto fornirgli il buon esempio e fare un lavoro sistematico che deve essere assolutamente fatto in sinergia tra scuola e famiglia.

“Io gliel’ho detto!”, non basta. L’intervento verbale deve essere effettuato in parallelo ad una condotta regolare e ad un comportamento coerente, altrimenti si vanifica tutto e ci si trova sempre punto e a capo. Se questi bambini e adolescenti non crescono contenuti, se si districano da soli nei social e nelle chat fin da bambini, saranno solo abituati a mediare ogni tipo di azione e comportamento attraverso la tecnologia.


Non ci dobbiamo dimenticare che lo smartphone, oggi, è una protesi della loro identità. Se crescono con una identità condivisa, un concetto di privacy inesistente, uno smartphone in mano che deve riprendere e condividere tutto ciò che fanno, senza regole, senza valori, senza autorevolezza genitoriale e scolastica, ecco che crescono nel terreno fertile per far attecchire le più svariate forme di cyberbullismo.


Non mi meraviglia tutto ciò che accade sotto i nostri occhi in adolescenza, perché i ragazzi arrivano già con delle informazioni e delle consapevolezze completamente distorte. Diventa quindi quasi “normale” per loro comportarsi così, non ci trovano niente di strano in quello che fanno. La maggior parte di loro sono adolescenti “normali”, sono quei ragazzi che non hanno segni di devianza particolarmente evidente, che si comportano così in modo automatico, che scelgono le vittime in modo istintivo, a volte anche in base alla situazione e al momento. Per questo è così diffuso il cyberbullismo, perché avviene nella quotidianità delle loro azioni, perché non si rendono conto che stanno violando l’altro, perché non conoscono il limite tra gioco, scherzo e prevaricazione, perché non crescono più a diretto contatto con l’altro e agiscono nascosti dietro uno schermo, dove è più facile fare e dire determinate cose perché non si ha la diretta percezione delle conseguenze delle proprie azioni e di ciò che possono causare. Lo scopo è il divertimento, il rinforzare un ruolo che si ricerca nelle conferme degli altri, che azione dopo azione, viene confermato. Anche il cyberbullo, come il bullo, ha bisogno del suo pubblico, di coloro che guardano, ridono, condividono, commentano, mettono i like e si comportano anche loro da cyberbulli, senza avere la consapevolezza di esserlo. Ciò che devasta la vittima di cyberbullismo, è il sapere che tutti sono a conoscenza e nessuno interviene, anzi, con crudeltà alimentano queste prevaricazioni che sono percepite da tutti come divertimento e gioco alle spalle di chi è più sensibile e più delicato di animo e soffre profondamente nel subire tutto questo.

Come si comportano i cyberbulli?

Il problema di questi ragazzi, quindi, è che crescono senza il senso di sé, figuriamoci se possono avere il senso dell’altro. Non sono abituati nella frenesia della loro vita a cooperare, a condividere nel senso di “dividere con”, a fare le cose insieme all’altro, a gestire i tempi e gli spazi, senza prevaricare.

È un mondo che inculca modelli di perfezione, di talenti o meglio di talent, che pressa e punta al primeggiare. Modelli basati sulla popolarità, sulla approvazione social e sociale, su un ruolo che deve essere mantenuto anche a discapito della salute dell’altro. Prima il proprio divertimento e poi l’altro.

Ragazzi con poco contenimento e poche regole, troppo poco tempo per loro e troppi pochi no, troppi sensi di colpa da colmare che li hanno resi piano piano troppo prepotenti anche in famiglia. Bambini che sono già da piccoli dei leader, ma non nel senso positivo, di traino e rinforzo ma negativo, che si impongono, fanno battute, e possono favorire anche un approccio un po’ più fisico o forte. Il gruppo rinforza, è vero, per cui, a casa, a volte è difficile accorgersi di come si comportano realmente i figli. Per questo si devono osservare in ciò che fanno, ascoltare nei loro discorsi, le frasi che utilizzano, le modalità con cui si rivolgono ad un genitore, agli amici o agli altri in genere. Con la speranza che tutto questo non lo abbiano appreso dentro casa e sentito quasi nella quotidianità perché altrimenti risulta ancora più radicato nella loro personalità.

Tanti genitori non si rendono conto di essere loro stessi un cattivo esempio e spesso credono che se lo fa l’adulto è tutto giustificato, non capendo che l’esempio è la forma di apprendimento che condiziona maggiormente un bambino. Fin da piccoli vanno educati all’affettività e all’empatia, devono imparare a mettersi nei panni dell’altro che sia bambino, adulto o animale, a capire che ciò che fanno ha delle conseguenze sempre e o comunque. Si deve insegnare loro la responsabilità in questo senso, altrimenti avranno un deficit del senso morale che si ripercuoterà anche nelle relazioni sociali e social. Non si deve pensare che un cyberbullo possa avere comportamenti macroscopici perché i segnali li lancia nel quotidiano, nei piccoli gesti e si rinforza con il gruppo o dietro uno schermo che rende ancora più forti e sicuri. L’errore che troppo spesso si fa, è di credere che siano ragazzi forti, da un punto di vista psicologico, e consapevoli di ciò che sono. No, si nascondono dietro un loro ruolo, dietro uno schermo, hanno bisogno del rinforzo e del riconoscimento esterno. Per questo spesso vanno oltre, non si rendono conto di ciò che fanno a discapito degli altri, perché ne hanno bisogno, li rinforza e li rende più sicuri.


La responsabilità, intesa come impegno che deriva dalla consapevolezza di dover rispondere alle conseguenze delle proprie azioni, è la grande assente nel percorso di vita di questi bambini e adolescenti, insieme alla responsabilità intesa come obbligo di risarcire un danno, cioè di una capacità riparativa del soggetto e di una garanzia, di un’assicurazione, di un modo di mettere al sicuro, di protezione.


Quando si parla di segnali che contraddistinguono il cyberbullo parliamo anche di bambini e adolescenti che possono avere un problema con la regolazione delle emozioni e con l’autocontrollo, possono manifestare anche un modo particolare di stabilire amicizie, possono, infatti, essere coercitivi, controllanti e non empatici con i loro pari, e non solo. Possono evidenziare una maggiore propensione ai sotterfugi, allo sfruttamento, anche nelle piccole cose, alla delega o alla strumentalizzazione delle situazioni. Alcuni fanno spesso amicizia con persone che gli danno un’attenzione esclusiva o comunque particolare.

Non confondere il cyberbullismo con la devianza o i disturbi del comportamento

Nel delineare un quadro generale, si deve sottolineare che ci sono tanti bambini e adolescenti deviati o con disturbi del comportamento che mettono in atto anche episodi di bullismo e cyberbullismo, ma che sono mossi da altre dinamiche interne e manifestano tratti di personalità patologici. Per quello che concerne la relazione tra bullismo, aggressività e comportamento antisociale si riscontrano spesso delle sovrapposizioni di termini e confusione, soprattutto nella distinzione tra comportamento antisociale e comportamento aggressivo.

Il comportamento antisociale include attività definite delinquenziali, è spesso descritto come un comportamento tipicamente distruttivo, soprattutto a causa del suo impeto nel sociale. E’ importante anche non confondere l’aggressività con il Disturbo della Condotta e il Disturbo Oppositivo-Provocatorio. Gli adolescenti che presentano questo tipo di Disturbi possono avere scarsa empatia e  attenzione per i sentimenti, i desideri e il benessere degli altri. Spesso travisano le intenzioni delle altre persone come più ostili e minacciose del vero e reagiscono a questo con un’aggressione che ritengono sia ragionevole e giustificata. Possono essere insensibili e mancare di sentimenti di colpa e di rimorso e, qualora questo ci fosse, è difficile valutare se il rimorso mostrato sia realmente sincero perché questi soggetti imparano che esprimere la colpa può ridurre o prevenire la punizione. Possono anche denunciare i propri compagni e tentare di accusare gli altri per i propri misfatti. Solitamente dietro quella apparenza dura, si nasconde una persona dalla bassa autostima, avente scarsa tolleranza alla frustrazione, irritabilità, esplosioni di rabbia e avventatezza. Il Disturbo Oppositivo-Provocatorio in genere è diagnosticato nell’età scolare, ed è più legato al provocare intenzionalmente qualcuno. Indica pur sempre un tentativo di dialogo, una ricerca di comunicazione e di attenzioni. Inoltre, di solito, questi bambini non si considerano oppositivi o provocatori, ma giustificano il proprio comportamento come una risposta a richieste o circostanze irragionevoli.

È indubbio che in molte situazioni sia difficile pronosticare l’evoluzione di un certo comportamento, anche perché essa dipende dalla presenza o assenza di altri comportamenti a rischio associati e fattori che interagiscono tra loro, compresi quelli familiari, scolastici e relazionali.

L’accettazione sociale, l’aggressività e l’isolamento sono comunque tre indici di difficoltà socio-relazionali che vengono valutati come possibili predittori di differenti esiti disadattivi. I bambini rifiutati, non contenuti da un punto di vista emotivo e aggressivi presentano maggiori probabilità rispetto ai compagni di incorrere in abbandoni scolastici, nell’assunzione di comportamenti criminali e, in forma minore, in altri tipi di manifestazioni psicopatologiche.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza