vittima bullismo e cyberbullismo

Le vittime di bullismo non parlano anche per paura di rimanere soli e di essere esclusi dal gruppo


Ennesimo grave episodio di bullismo, questa volta è stato coinvolto uno studente di 15 anni di un Istituto superiore di Ragusa già precedentemente deriso e preso di mira dai compagni in più di una occasione. Il ragazzo è stato vittima di quelli che i bulli chiamano “scherzi”, di quei comportamenti di prevaricazione che vengono messi in atto per puro divertimento a discapito della salute fisica e psichica dell’altro.

Ormai si tende sempre più ad esagerare e ad andare oltre, non solo la vergogna e l’essere denigrati pubblicamente, anche le riprese che poi diventano in brevissimo tempo virali per colpa di tutti coloro che condividono e alimentano il cyberbullismo, prevaricando essi stessi la vittima.

Parliamo di un adolescente che è stato spinto, strattonato e costretto dai coetanei a spogliarsi e a ballare letteralmente nudo alla fermata dell’autobus vicino a scuola, davanti ad una ragazza, mentre il branco divertito lo riprendeva con lo smartphone. Ovviamente le immagini e il video sono stati postati immediatamente ed in diretta su Instagram, umiliando ulteriormente il ragazzo, che però giunto al culmine, è riuscito a trovare il coraggio di confidare l’accaduto ad una professoressa. 

Spogliare la vittima, significa metterla non solo fisicamente a nudo ma anche psicologicamente, vuol dire violarla e lederla nella sua dignità. È una delle peggiori prevaricazioni che si possano subire, una totale intenzionalità nel far del male e nel violare i diritti e la persona che si ha davanti.

Da una parte abbiamo un branco e i bulli che non hanno minimamente la percezione delle conseguenze a breve e a lungo termine di ciò che fanno e dei danni che posso generare in un ragazzo preso di mira sistematicamente da loro e vittima delle loro angherie.

Dall’altro, ci si domanda come mai per tanto tempo le vittime subiscano in silenzio tutte quelle angherie da parte dei coetanei. Ci si chiede perchè non parlino prima e la motivazione per cui arrivino a raccontare tutto ciò che subiscono solo quando i bulli hanno superato i limiti della decenza o hanno commesso degli atti veramente gravi ed evidenti, quando in genere si tratta di veri e propri reati passibili di denuncia.

Anche le vittime fanno spesso un errore di valutazione, tante volte non hanno neanche loro gli strumenti per riconoscere subito che ciò che stanno subendo, non comprendono che sono atti di bullismo ma scherzi di cattivo gusto. Qui purtroppo la colpa è sempre dell’inesistente o scarsa o sbagliata informazione. In genere, quello che passa è che si tratti di bullismo quando ci sono casi gravi di violenza fisica o quando si tenta o si arriva al suicidio. Mi capita spessissimo di incontrare vittime di bullismo ignare di esserlo. Quando si capisce che non sono scherzi ma comportamenti che nel corso del tempo distruggono da un punto di vista emotivo, psicologico e fisico, a volte si è già incastrati in un ruolo di vittima, in una condizione da cui ci si sente soffocare perché il livello di dolore, di sopportazione delle angherie e la sensazione di ingiustizia è già troppo elevata.

La paura di non essere ascoltati

Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, il 74% delle vittime di bullismo e cyberbullismo dai 14 ai 19 anni, non ha mai parlato di quello che subisce a scuola e nel mondo digitale con i genitori e addirittura l’87% dei ragazzi presi di mira a scuola, circa 9 vittime su 10, non lo ha raccontato agli insegnanti, esprimendo importante sfiducia nei confronti dell’istituzione scolastica come strumento efficace di tutela e di intervento.

La situazione cambia leggermente per i ragazzi più piccoli, che esprimono un pochino più di fiducia nel parlare con i genitori e con gli insegnanti, nonostante i numeri siano ancora troppo bassi, evidenziando che si perde fiducia anno dopo anno. Infatti, 4 adolescenti su 10 riescono a parlare in casa di ciò che vivono a scuola e in chat, rispetto al solo 20% che parla con il corpo docente.

La paura di rimanere soli

Tanti ragazzi hanno paura di rimanere soli, hanno bisogno del sostegno e del supporto del gruppo, hanno voglia di essere considerati e di essere integrati all’interno del gruppo. Essere esclusi, emarginati e prevaricati in maniera così ingiusta è un dolore immenso per loro.

Soprattutto durante la fase adolescenziale, l’accettazione e il riconoscimento da parte degli altri è fondamentale per loro, è un bisogno e un’esigenza.

Non è accettabile per tanti ragazzi non essere considerati e pur di piacere e di non essere totalmente emarginati, arrivano a buttare giù dei rospi troppo grandi per loro. Cercano di leggere ciò che subiscono come un scherzo cretino, cattivo, che subiscono per rimanere nel gruppo, anche nel ruolo di vittima. Anche il ragazzo di Ragusa ha giustificato il fatto di non aver parlato prima e di aver accettato tutti gli “scherzi” che gli sono stati fatti in precedenza, perché si trattava di compagni di scuola e non voleva essere escluso dal gruppo.

Questo alimenta ancora di più la loro sofferenza perché il branco e i bulli non si fermano, vanno oltre fino ad arrivare a fare veramente del male. È solo un’illusione quella dei ragazzi vittime di essere considerati dal gruppo anche se in maniera sbagliata e non devono assolutamente mai e poi mai giustificare nessun tipo di comportamento prevaricatorio sistematico messo in atto nei loro confronti, non sono amici, sono solo persone senza empatia che si divertono a giocare con la sofferenza dell’altro.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza