abuso-tecnologia1

Adolescenti iperconnessi. Cosa fanno e cosa provoca stare sempre attaccati ad uno smartphone?


La generazione hashtag o # è la generazione degli adolescenti che comunicano attraverso i social network e le chat di messaggistica istantanea, che vivono lo smartphone come una protesi della loro identità, diventato ormai parte integrante della loro vita. È la generazione delle foto, dei messaggi vocali, degli screenshot, dei social network, delle short communication e delle smart tv, dove tutto è interconnesso, e si è sempre connessi alla rete.

Il loro cervello è differente da quello dei nativi cartacei perché, essendo cresciuti circondati dalla tecnologia, il funzionamento è basato su ritmi molto più accelerati rispetto ai nostri. Tale aspetto, inoltre, ha comportato importanti cambiamenti da un punto di vista dei processi e dell’organizzazione del pensiero, diventato sempre più sintetico e meno produttivo, andando ad interferire anche sul concetto di spazio-tempo, di attesa, di privacy e di condivisione, aprendo le porte ad un’identità condivisa.

Anche il linguaggio è cambiato e si è adeguato alle comunicazioni via chat: messaggi rapidi, brevi e coincisi; l’utilizzo delle emoticon, più conosciute come “faccine”, che sostituiscono fiumi di parole, e i popolari selfie che raccontano tutto ciò che si sta facendo. Per gli adolescenti muoversi in multitasking è diventato assolutamente normale, perchè quotidianamente svolgono azioni diverse simultaneamente come studiare, chattare e ascoltare la musica. La generazione hashtag è spinta dal concetto di “insieme o contemporaneamente”, per non perdere tempo, per sfruttare al meglio ogni minuto della giornata, per riempire, per colmare, per paura di gestire l’attesa e il tempo che va immortalato in ogni istante attraverso selfie talvolta compulsivi. Se calcoliamo che il 63% lo utilizza anche a scuola durante le lezioni, significa che la maggior parte di loro vive perennemente connesso alla rete (Osservatorio Nazionale Adolescenza, 2016).

Adolescenti iper-connessi fin dalla prima infanzia, che stanno sostituendo le attività di gioco con quelle tecnologiche, nativi digitali, in verità ignoranti digitali, poco alfabetizzati da un punto di vista informatico, e troppo poco consapevoli dei pericoli e delle condizioni legate alla privacy in rete.

Infatti, secondo il nuovo rapporto dell’OCSE, emerge come gli adolescenti siano sempre più iperconnessi, trascorrendo in media 6 ore della loro giornata attaccati ad uno schermo, perché oramai lo smartphone media e tecnomedia qualsiasi loro azione e attività in rete (http://www.oecd.org/newsroom/most-teenagers-happy-with-their-lives-but-schoolwork-anxiety-and-bullying-an-issue.htm). La massiccia diffusione degli strumenti tecnologici, dunque, ha totalmente cambiato la vita di questi ragazzi velocizzando le comunicazioni tra loro, amplificando il loro raggio di azione. Strumenti dalle infinite potenzialità che aprono le porte al mondo, permettendo loro di interagire con coetanei di ogni parte del pianeta, di raggiungere chiunque in pochissimo tempo, di confrontarsi con altre culture, di conoscere ciò che prima si poteva solo vedere con i propri occhi. Un mezzo che permette di facilitarli nello studio e nelle ricerche, che li aiuta a tenersi sempre informati e aggiornati.

Non è quindi colpa della rete e dei social network se tanti, troppi adolescenti della generazione #, ne fanno un uso distorto e improprio. Oggi la sproporzionata diffusione che possono raggiungere post, immagini e video, denuncia questo tipo di attività online e mette l’accento sulla devianza tecnologica e sui comportamenti distorti tecno-mediati. Ovviamente, però, ciò che gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste condotte è l’educazione, che deve partire in primis dalla famiglia. Un ragazzo non fa altro che riproporre ciò che lui è, attraverso uno smartphone; non è quell’oggetto che lo fa diventare un deviante.

I genitori sono ancora troppo poco informati e preparati sulla tecnologia e i suoi effetti, e non sono sempre in grado di seguire i figli nelle loro peripezie in rete e nei loro percorsi social. Spesse volte gli iper-connessi sono gli stessi adulti, dando un cattivo esempio nell’uso inappropriato dello smartphone, a cui poi si agganciano i figli per legittimare i loro comportamenti.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza