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Nuove forme di autolesionismo digitale: il Self-Cyberbullying


Una pratica poco conosciuta e di cui non si parla è il cosiddetto self-cyberbullying, definito anche “autolesionismo digitale”, che consiste nel cercarsi intenzionalmente gravi insulti, offese e mortificazioni verbali sul Web, che hanno lo stesso effetto delle lamette sulla pelle.

Sembra che moltissimi teenagers passino il tempo a creare diversi profili online, da utilizzare poi per attaccare ed insultare se stessi. È un fenomeno chiamato anche self-trolling, che si verifica quando le persone si fanno bombardare di abusi e minacce sui siti di social networking.

Siti come Formspring e Ask.fm sono stati identificati come luoghi d’eccellenza in cui gli adolescenti possono mettere in atto comportamenti di autolesionismo digitale in cui, postando online il proprio disagio, l’odio verso se stessi acquista un ampio pubblico.

Il formato specifico di tali piattaforme consente, infatti, agli utenti di postare domande su se stessi in forma anonima per poi rispondere a tali domande con commenti crudeli. Anche il social network Tumblr sembra potersi delineare, in alcune situazioni, come un luogo in cui i ragazzi possono esprimere online l’odio che sperimentano verso di sé.

Un recente studio (Patchin, Hinduja, 2017) ha voluto approfondire il fenomeno coinvolgendo e intervistando più di 5500 ragazzi, dai 12 ai 17 anni.

Dalla ricerca, è emerso che più di 1 ragazzo su 20, per lo più maschi, ha ammesso di aver postato online in modo anonimo commenti negativi e offensivi verso se stesso; il 35% lo ha fatto poche volte mentre il 13% lo ha fatto spesso. Di coloro che hanno agito autolesionismo digitale, quasi 4 su 10 sono state anche vittime di bullismo a scuola e quasi 2 su 10 hanno subito prevaricazioni online.

Perché lo fanno?

Da questo studio, è emerso che le motivazioni che spingono i ragazzi a mettere in atto queste condotte sono: l’odio per se stessi (32%), la ricerca di reazione da parte di amici e genitori (24%), sintomi depressivi e pensieri suicidari (15%), ricerca di attenzione (13%).

Proprio come accade per coloro che fisicamente si tagliano o si bruciano, il self-cyberbullying rappresenta, spesso, una richiesta di aiuto o una strategia per affrontare una realtà dolorosa e difficile: i ragazzi si impegnano in esso per distrarre la mente dal dolore e dalla disperazione che sperimentano in altre aree della loro vita.

Molte volte tale pratica appare loro come l’unica strada possibile, come se non avessero altra scelta per chiedere aiuto, sostegno e comprensione. E, purtroppo, senza alcun intervento, è possibile che questa forma di autolesionismo si trasformi, infine, in suicidio o tentativi di suicidio.

È solo quando gli altri cercano di aiutarli e prestano attenzione alla loro vita, a causa delle minacce che ricevono costantemente online, che questi ragazzi sentono di aver finalmente ottenuto le cure che desideravano.

Danah Boyd, ricercatrice presso Microsoft Research, studiando i fenomeni di self-cyberbullying, ha individuato tre principali motivazioni per cui gli adolescenti potrebbero mettere in atto tali comportamenti. Essi possono rappresentare un grido di aiuto per genitori e amici, un desiderio di ottenere ammirazione e popolarità poiché preda di nemici invidiosi e, infine, un modo per sollecitare complimenti e commenti positivi degli altri in risposta alle frasi negative precedentemente postate (Boyd, 2011).

Sicuramente, c’è la necessità di una maggiore sensibilizzazione intorno al fenomeno, ancora poco conosciuto, per far sì che i ragazzi possano sentirsi più disponibili a condividere i loro problemi e cercare aiuto, senza la paura di essere giudicati.

Tratto dal libro Autolesionismo nell’era digitale di Maura Manca, una guida per genitori e per tutti coloro che vogliono addentrarsi nel mondo delle modificazioni del corpo e dell’autolesionismo, tenendo conto del ruolo giocato dalla rete, dalle app e dai rifugi virtuali.

Redazione AdoleScienza.it

Riferimenti Bibliografici
Boyd D., Ryan J., Leavitt A. (2011). Pro-Self-Harm And The Visibility Of Youth-Generated Problematic Content. Journal of Law and Policy for the Information Society, 7(1), 1-32.

Patchin J.W., Hinduja S. (2017). Digital self-harm among adolescents. Journal of Adolescent Health, DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.jadohealth.2017.06.012.