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Adolescenti sempre attaccati a smartphone e videogiochi: normalità o dipendenza?


Le discussioni 2.0 tra genitori e ragazzi, incentrate appunto sulla tecnologia, sono ormai all’ordine del giorno. Quante volte mamme e papà sono tornati a casa, trovando il proprio figlio con lo smartphone in mano, totalmente immerso, come se si trovasse su un altro pianeta? Si tratta di un’abitudine che molti genitori contestano, tanto da avere spesso reazioni negative, di rabbia o preoccupazione.

“Mio figlio sta sempre con quello smartphone in mano”, “Non riesco a staccarlo dai videogiochi”, “Sembra completamente assuefatto da quello che guarda sullo schermo!”

Se da un lato i genitori si disperano per l’eccessivo tempo che i figli trascorrono con i dispositivi elettronici, dall’altro, i figli lamentano che i genitori li assillano, accusandoli di stare sempre attaccati al cellulare o alla console. È vero, i dati del nostro Osservatorio Nazionale Adolescenza parlano chiaro: 5 adolescenti su 10 trascorrono dalle 3 alle 6 ore extrascolastiche attaccati agli smartphone, con punte di 10 ore.

Si tratta di dipendenza o altro?

“Il confine tra condotte normali e di dipendenza, riferito all’utilizzo del mondo virtuale, oggi appare molto difficile da marcare, in un’epoca in cui tutti sono perennemente in relazione con la rete. […] Per un adolescente, abituato fin dalla nascita all’interazione tra mondo reale e virtuale, è forse ancora più scontato e urgente il bisogno di collegamento. Attribuire a un ragazzo una dipendenza patologica da internet risulta allora ancora più complesso. […] è tuttavia possibile analizzare il fenomeno degli iperutilizzatori, considerando non tanto il tempo che trascorrono on line – dato ormai fuorviante, considerata la diffusione di dispositivi portatili perennemente connessi alla rete – ma il loro funzionamento psichico, ovvero come affrontano i compiti evolutivi dell’adolescenza”. Tratto dal libro Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali, di Matteo Lancini.

Certamente non si può più prescindere dal fatto che i nativi digitali nascano circondati e condizionati dalla tecnologia: è la generazione delle foto, dei messaggi vocali, degli screenshot, dei social network, dove si è perennemente connessi alla rete. Gli adolescenti, i ragazzi della generazione hashtag come li definisce Maura Manca nel suo libro, vivono lo smartphone come una protesi della loro identità, diventato ormai parte integrante della loro vita.

“Lo smartphone è entrato talmente tanto nell’uso comune e quotidiano delle persone che spesso è difficile tracciare un confine chiaro tra le forme normali di utilizzo e quelle patologiche. È importante sicuramente fare attenzione, non solo agli aspetti quantitativi, ma anche a quelli qualitativi che caratterizzano il rapporto che si ha con il cellulare. La quantità di tempo giornaliera che viene dedicata all’uso dello smartphone, compreso il semplice giocare con lo schermo, è un indicatore importante ma, partendo dal presupposto che i ragazzi adoperano il telefono in ogni momento, bisogna considerare anche il modo in cui questo viene utilizzato”. Tratto dal libro Generazione Hashtag. Gli adolescenti dis-connessi, di Maura Manca.

Dunque, è importante sempre contestualizzare per capire dove finisce il piacere e dove inizia la dipendenza, perché non tutti i ragazzi che trascorrono ore attaccati agli schermi sono sottomessi e schiavi della tecnologia. La quantità di tempo dedicata a questo tipo di attività, infatti, non è sempre sinonimo di dipendenza!

Prima di tutto, bisogna comprendere il senso del comportamento del figlio, senza pregiudizi, per riconoscere i segnali e capire quando e come intervenire. Piuttosto che criticare, i genitori dovrebbero avvicinarsi al mondo del figlio e cogliere, nel rapporto con la tecnologia, il suo punto di vista, parlare dei suoi interessi, non per controllarlo, ma per monitorare, creando un momento di dialogo. In questo modo, anche le regole di utilizzo, se condivise da entrambe le parti e frutto di compromessi, verranno maggiormente accettate dai figli stessi.

Quando bisogna preoccuparsi?

Il CAMPANELLO D’ALLARME deve attivarsi quando c’è un condizionamento nella vita del ragazzo, quando queste attività diventano vincolanti e rappresentano una necessità, una via di fuga dalla realtà, un’evasione e un modo per non affrontare direttamente la vita. Si rischia così di andare ad intaccare diverse aree, come le amicizie, i rapporti con amici o parenti, il rendimento scolastico.

Ovviamente se ci si accorge del rischio dipendenza in un figlio bisogna intervenire, evitando però azioni drastiche, come la punizione e il sequestro improvviso, che non portano a nulla se non ad ulteriori incomprensioni e litigi, perché se c’è dipendenza, c’è anche astinenza e questa va contenuta gradualmente.

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L’esempio poi gioca un ruolo importante perché, se i genitori fanno un uso improprio della tecnologia, diventano un modello negativo per i ragazzi. Quando si sta con un figlio, bisogna evitare di mettere sempre in mezzo lo smartphone perché altrimenti si smette di comunicare con lui, si perde il contatto e si “normalizza” quel comportamento!

Redazione AdoleScienza.it