self harm

Come si diventa autolesionisti. Consigli per i genitori alle prese con l’autolesionismo


NON SEMPRE PARLANO CON LE PAROLE

Quando sono invasi da un profondo dolore e dalla paura di non essere accolti dal genitore, gli adolescenti preferiscono scrivere, un messaggio, un email, una lettera alla mamma o al papà, perché hanno paura del confronto, della loro reazione, di guardarli negli occhi, di ferirli e di ricevere una risposta che non vorrebbero mai ricevere. Attraverso le parole scritte pensano di essere più efficaci e di arrivare a far capire al genitore chi sono e perché mettono in atto quei comportamenti.

UNA FASE DI TUMULTO INTERIORE E DI EMOZIONI CONTRASTANTI

Si cerca di ricapitolare, di fargli capire da dove è partito, anche se è molto difficile perché vivono emozioni molto contrastanti, hanno difficoltà a far chiarezza, perché in genere, quello che crea una forte sofferenza e un disadattamento, non è un evento specifico, ma una serie di situazioni e circostanze. E’ difficile spiegare che non si è soddisfatti, che si ha un conflitto interno, che ci sente diversi dagli altri coetanei. L’adolescenza rischia di aprire le ferite dell’infanzia, amplifica gli stati interni e rende tutto più grande di quello che è.

RUOLO DEL CORPO

IL RUOLO DEL CORPO

Il corpo assume una valenza centrale, viene usato come strumento per comunicare i propri stati interni, per scaricare la propria rabbia e il proprio dolore. Nei momenti più difficili serve per sentirsi ancora vivi, per riprendere possesso di se stessi, per ridefinire i propri confini. In questa fase è frequente la non accettazione del proprio corpo, si vorrebbe essere altro rispetto a quello che si è, non ci si piace in quelle vesti, si ricorre un ideale di bellezza irraggiungibile. Questi aspetti minano la sicurezza interna, l’autostima, alimentando una sensazione di fragilità estrema, perché non si trova un appiglio, non piace il corpo e non piace il carattere, anche se i genitori o gli amici dicono che va tutto bene. E’ l’adolescente che si deve piacere, è lui che deve essere in sintonia con se stesso per non vivere in uno stato depressivo di malessere generale.

AGGREDIRE IL PROPRIO CORPO

A volte ci si trova ad attaccare il proprio corpo, a strapazzarlo attraverso l’abuso di sostanze, di alcol, a non aver rispetto per lui neanche da un punto di vista sessuale, è un corpo che tradisce, che non piace. Si arriva anche a farsi intenzionalmente del male, ad attaccare quell’involucro con lamette e altri oggetti appuntiti, a bruciarlo, graffiarlo o romperlo. Non ci si vuole ammazzare, perché anche se si prova un profondo dolore, non si vuole morire, si vuole solo alleggerire quelle pene e vivere uno stato di transitorio benessere.

LA RETE: UN’AMICA COMPRENSIVA

A volte ci si rifugia nei meandri della rete, si trova qualche angoletto di sicurezza, una comunità di amici che vivono le stesse emozioni e usano il corpo per raffigurare le sofferenze dell’anima. Si realizza che ci sono tante similitudini, che le braccia della mamma e del papà forse non hanno contenuto come avrebbero dovuto, che è mancato quel sostegno profondo che avrebbe portato ad impedirgli di farsi del male intenzionalmente. Ci sono anche storie di abusi fisici, sessuali e psichici, che non si riesce ad elaborare e che pesano troppo per la mente di un adolescente.

LA PAURA DEL GIUDIZIO DEGLI ALTRI

Si vive nella vergogna mista a paura di essere scoperti. A scuola si teme il giudizio dei compagni, di essere etichettati e considerati “matti”, di essere stigmatizzati, a casa si ha la paura di vedere lo sguardo deluso della madre o del padre. I ragazzi temono il confronto con il giudizio genitoriale, con la non accettazione e la non approvazione. Se anche i genitori stessi non accettano il figlio, che succede? Si vive un dolore troppo intenso, un urlo interno che logora, che soffoca, difficile da gestire. Il genitore difficilmente capisce che quello è uno sfogo, un comportamento che contiene, che permette di non sgretolarsi. Il dolore interno è talmente intenso che non si sente più neanche quello fisico.

VERGOGNA

I FIGLI NON VOGLIONO FARSI SCOPRIRE, HANNO PAURA E SI VERGOGNANO

Anche sei i figli fanno di tutto per nascondere i segni al genitore, si inventano le scuse più plausibili, magari concordate online con qualche conoscente più esperta, sperano in fondo, in cuor loro che se ne accorga, che gli chieda cosa sono quei segni, che non creda alle sue bugie, che voglia andare oltre, che non si arrabbi, ma che capisca. Anche quando non ci si taglia più, si ha la compagnia dei segni, si guardano e fanno male, si tenta di nasconderli, ma non si può scappare da se stessi. Si ha paura del giudizio, del proprio, di quello dei genitori, di quello delle persone che stanno intorno, il mondo non capisce e giudica, critica, disprezza quello che è altro, che è diverso, che ha un problema. Le grida d’aiuto non sono capite, non si riesce a tirar fuori la voce, non si controlla quell’impulso, si deve agire, ci deve fare del male, è l’unica soluzione per non impazzire in quell’istante. Dopo uno stato di transitoria calma, si riprende a fare i conti con le ansie, le preoccupazioni, la vergogna e i sensi di colpa, si è coscienti di quello che si sta facendo, ma non si riesce a smettere. Il figlio in quel momento ha bisogno di contenimento, non di critiche, di rabbia e di disprezzo, ha bisogno di essere trattato come sempre, di non sentirsi malato, diverso, ma accetto per quello che è. Ha bisogno di ritrovarsi, di un’ancora a cui agganciarsi, di qualcuno che li instradi nella via dell’equilibrio, di un vero abbraccio che gli impedisca di farsi ancora del male.

Devono già fare i conti ogni giorno con i segni del corpo, ogni cicatrice viene vissuta come una sconfitta e c’è bisogno di un lungo e duro lavoro per vedere quei segni come la vittoria di chi ce la fatta a non farsi più intenzionalmente del male.

 

 

NON SOTTOVALUTARE ANCHE I PICCOLI SEGNALI

I genitori non devono sottovalutare neanche i piccoli segnali, bisogna prestare attenzione ai cambiamenti emotivi e comportamentali dei figli perché spesso nascondono un mondo sommerso che non si ha minimamente idea di quanto possa essere nero.

 

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

 

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