padre ucciso

Uccidere per uno scherzo, bullizzare per gioco. Come è possibile arrivare a tutto questo?


Un episodio dietro l’altro, uno più grave dell’altro, che fanno riflettere sulla direzione che stanno prendendo questi ragazzi, sul senso della vita, sui valori e sull’educazione. Cosa si nasconde dietro un “l’ho fatto per scherzo”, “ma io stavo giocando”, “noi ci stavamo divertendo”. Cosa si può arrivare a fare per divertimento, per mettere paura ad un’altra persona o per ridere? Il limite questi ragazzi lo conoscono?

Il limite si apprende nel corso dello sviluppo, nei contesti in cui il bambino vive, quelli che hanno il ruolo di educare, in primis la famiglia, in linea e alleata con la scuola.

COSA SCATTA NELLA TESTA DI QUESTI RAGAZZI E COME SI ARRIVA AD UCCIDERE FISICAMENTE O PSICOLOGICAMENTE PER SCHERZO?

Due adolescenti puntano due anziani, uno dei due lo spinge dalla scogliera e viene ucciso “per scherzo”, per una “bravata”, come si giustificano i due ragazzi.

Un figlio adolescente di 16 anni uccide il padre per “scherzo” perché voleva fargli sentire il click del fucile in testa, vicino all’orecchio e “accidentalmente” spara un colpo, lasciandolo morto sul divano in una pozza di sangue. In preda al panico esce di casa, butta l’arma in un cespuglio non lontano da casa, si sente male, lo portano all’ospedale, racconta tutta una serie di bugie agli inquirenti e poi decide di dire la verità. Non c’erano particolari problemi tra i genitori, non era un ragazzo deviante o difficile, era un adolescente “normale” eppure ha preso un fucile per gioco e ha ucciso il padre.

Non parliamo poi di chi per divertimento uccide psicologicamente i coetanei, prendendoli sistematicamente di mira, violandoli, ormai anche nella sfera più intima e sessuale. Non c’è più un limite, mi sembrano ragazzi allo sbaraglio, senza un confine, senza punti stabili di riferimento, che vivono la giornata e hanno bisogno di colmarla con l’adrenalina, alla ricerca continua di situazioni che li attivino e li facciano divertire, anche a discapito dell’altro. Il senso del piacere in ciò che fanno non lo trovano più e sono un po’ troppo in balìa di ciò che gli dice la testa in quel momento.

Sono ragazzi che NON HANNO UN SENSO DELLA DIMENSIONE, fattore fondamentale per riuscire a porsi delle domande quando serve, dei limiti e a contestualizzare, mettendosi anche nei panni dell’altro, valore purtroppo quasi completamente perso.

Dimensione significa essere in grado di valutare tutte le grandezze, l’entità di ciò che si sta facendo e di conseguenza anche gli esiti, a breve e a lungo termine. Non hanno il senso dei danni oggettivi che possono realmente fare, come con la tecnologia, nel caso del cyberbullismo, per esempio, non hanno il senso di quante persone possano essere coinvolte nel fenomeno, della portata che possono raggiungere e di quanto i social e le chat siano un amplificatore del problema.

NON HANNO UN SENSO DELLA MISURA, non capiscono dove finisce lo scherzo e inizia la prevaricazione, dove non è più un gioco, dove può diventare un dramma.

Non sono in grado di fare in autonomia queste valutazioni. Lo dimostra il fatto che si arriva a pensare che un fucile possa essere scarico, senza porsi prima il problema di verificare se invece c’è un colpo in canna, o che magari può andare storto qualcosa, che anche il padre può reagire e qualcuno si può far male. Non sono in grado di fare questo tipo di previsioni, non sono cresciuti con questo tipo di analisi e di assunzione di responsabilità.

NON HANNO UN SENSO LOGICO NEL FARE LE COSE.

Che logica ha fare uno scherzo mettendo un fucile alla testa o la catena al collo ad un ragazzo o a spogliarlo e appenderlo a testa giù? Che senso ha tutto questo? Non ha senso logico, eppure per loro lo ha eccome. Si è perso completamente il senso della proporzione e della misura e di conseguenza anche l’analisi della situazione e l’empatia.

TROPPO GIUSTIFICATI E POCO RESPONSABILI

EDUCARE significa “trarre fuori” e corrisponde a quella capacità di un genitore di riconoscere, sostenere e tirare fuori le risorse e potenzialità di suo figlio. EDUCARE significa anche “condurre” e rappresenta la facoltà di accompagnare un figlio nelle varie tappe della crescita, lasciandolo libero di esprimersi, senza violare i suoi spazi e soprattutto i suoi tempi. Significa impostare le basi stabili e fornirgli gli strumenti con cui un figlio affronterà le varie fasi della vita.

L’educazione prevede anche le regole e la disciplina, perché un figlio non può fare tutto quello che vuole e pretendere di non avere dei limiti. Il problema è evidente quando si approva tutto ciò che fa, che dice e si cede anche quando non si dovrebbe, perché in questo modo il figlio impara che ha solo diritti e non ha doveri. I no, le sanzioni quando servono, i paletti, servono per sviluppare un senso morale, un limite, per capire quando ci si deve fermare e la linea di confine tra gioco e prevaricazione, tra la vita e la morte.

Sono ragazzi troppo giustificati, troppo accuditi, lasciati in balìa di Internet e degli strumenti tecnologici in cui si sanno districare in maniera completamente autonoma e poi sono totalmente inetti nella gestione pratica e quotidiana delle cose. Sono capaci di fare di tutto in rete, a scuola e con gli amici e poi non sono in grado di valutare il limite.

NON SONO ABITUATI DAI GENITORI A RAGIONARE SUL LATO PRATICO DELLE COSE PERDENDO IL SENSO DELLA MISURA.

La mancanza di autonomia li porta anche a non avere un senso di responsabilità, neanche nei confronti di se stessi e degli altri. La responsabilità è l’elemento fondamentale per riuscire a mettersi i paletti e a porsi dei limiti, evitando di farsi male e di fare del male.

IL RUOLO DELLA RETE E DELLA TECNOLOGIA

Bisogna anche spendere due parole sul ruolo della tecnologia e della rete, non come fattore causale, come intendono in molti, ma come elemento di rinforzo. È indubbio che social, chat e le nuove modalità di interazione e di comunicazione abbiano apportato dei cambiamenti anche a livello di organizzazione del pensiero, delle modalità di apprendimento e strutturali di questi ragazzi. Ho analizzato a fondo questi cambiamenti nel mio libro Generazione Hashtag e sicuramente, l’instant, il tutto e subito, sono variabili che hanno amplificato il “senza ragionare” e “senza valutare”, andando a fare una sorta di effetto rinforzo in tutti quei ragazzi con una fragilità interna, già problematici e senza confini e contenimento.

Non conoscono limiti neanche nella rete, non ci sono sanzioni, si può fare tutto tutto, al massimo si viene segnalati.

La paura dov’è finita? La paura è quella emozione primaria che gioca un ruolo fondamentale, perché aiuta a mettere un freno, un limite e aiuta a far capire che andando oltre è possibile farsi del male. Non hanno più paura di niente, non hanno paura della scuola, degli insegnanti, delle punizioni, dei genitori, della società. Esistono le regole ma se le infrangono non succede niente, sono minacciati di essere puniti e sanzionati e poi hanno sempre ragione. Non c’è un limite, ed è indubbio che anche un abuso della rete vada a rinforzare un vuoto e una sensazione di onnipotenza in una generazione in cui l’omologazione e il bisogno di essere riconosciuti è sempre più condiviso, globalizzando anche la profonda solitudine di questi ragazzi.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza