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I secchioni nel mirino dei bulli


“Tu sei buono e ti tirano le pietre” cantava Antoine. A quanto pare è proprio così, nel mirino dei bulli in genere si trovano coloro che, agli occhi di chi prevarica, sono “diversi”, diversi da loro, non che abbiano niente di diverso o che non vada.

Non esiste una normalità, è un condizione per questi ragazzi soggettiva, un metro di giudizio e di paragone che in qualche modo li autorizza a prendere di mira coloro che non rispecchiano i loro canoni. A volte basta essere più sensibili, più timidi, più introversi, avere un problema di apprendimento, non vestirsi alla moda, non fare le cose che fanno gli altri, non avere i tempi dell’altro, essere più brutti, ma anche molto più belli. Buona parte dei comportamenti aggressivi e prevaricatori li ritroviamo all’interno della scuola per via delle dinamiche che si instaurano nel gruppo classe, per via degli spazi ridotti e per tutte le ore che i ragazzi trascorrono a contatto gli uni con gli altri. 

Capita sempre più spesso che anche chi è più studioso, chi è bravo a scuola, chi si dedica con passione allo studio, sia preso di mira dai compagni.

Sono ragazzi che vengono chiamati “secchioni”, è un termine dispregiativo che viene usato per definire coloro che dedicano tanto tempo allo studio, che rendono bene a scuola, che prendono buoni voti, che sono sempre preparati, che sono ben visti dai professori e che escono poco o socializzano meno degli altri.


Hanno semplicemente delle priorità diverse, però, a quanto pare ai compagni non va bene, probabilmente perché è uno standard che non li rappresenta, hanno un rendimento che non possono o non vogliono raggiungere e l’unico modo per gestire la situazione è distruggere coloro che gli fanno vedere quanti problemi hanno.


Sono quindi presi di mira, esclusi, costretti a passare i compiti, come se essere bravi  fosse una colpa, e per questa colpa, devono pagare obbligatoriamente il pegno. Devono scontare la pena perché sono un confronto difficile, fanno vedere agli altri che non studiano e che non sono preparati e quindi sono costretti ad aiutare tutti o vengono isolati e derisi. Alcuni ragazzi sono stremati, mi raccontano che non ce la fanno più, durante i compiti in classe non vengono lasciati in pace, non riescono a concentrarsi durante le verifiche perché devono rispondere alle pretese dei compagni che, se non ottengono l’aiuto imposto, li insultano e li offendono.

Sentono la pressione di chi non ha voglia di studiare e li considera solo per i compiti, perché per il resto gli rivolge a malapena la parola.

Vengono esclusi dalle attività della classe, da quelle ricreative, non vengono invitati alle feste e alle uscite pomeridiane, vengono usati unicamente per i compiti. Tanti ragazzi mi hanno spiegato che finiscono per passare i compiti, perché è l’unico modo per essere in un certo senso parte del gruppo, per non essere completamente isolati ed esclusi, il prezzo da pagare per un minino di socializzazione. Una condizione che grava tanto da un punto di vista psicologico, perché è come se non si avesse scelta e non ci fosse una via d’uscita. Infatti, se decidi di importi e di far capire che non intendi essere il loro pupazzo, vieni insultato da frasi del tipo “ma cosa ti costa?”, “passami i compiti”, “li hai fatti?”. Quando ci sono lavori di gruppo vengono lasciati al secchione di turno e tutti gli altri giovano del lavoro del compagno diligente.

Vengono riconosciuti solo per questi aspetti e non vengono considerati per altro anzi, spesso svalutati e sminuiti come se fossero dei fornitori automatici di compiti.

Basta inserire la monetina ed esce il compito, anzi la monetina sarebbe già un riconoscimento, in questo caso non c’è neanche quello. Ho seguito tanti ragazzi con questo problema, ed è assurdo pensare che un adolescente debba andare in terapia perché preso di mira dai bulli perché è bravo.

Mi è rimasta impressa la storia di una ragazza di 15 anni, che ad un certo momento non sapeva più come fare, voleva essere integrata nella classe, ma veniva solo sfruttata per la sua bravura.


Questa condizione la faceva soffrire tantissimo, piangeva spesso, a periodi sfogava sul cibo e si abbuffava per scaricare la rabbia, voleva essere come le altre, voleva poter andar bene a scuola perché a lei piaceva studiare, senza che fosse un problema per gli altri.


Abbiamo lavorato su tutta una serie di strategie per gestire il problema, sia interne, per non farsi schiacciare da ciò che le veniva detto, sia pratiche per gestire al meglio i compagni. Man mano che le metteva in pratica è riuscita a scrollarsi di dosso la pressione e a farsi vedere anche per la persona che era. E’ stata brava la mamma che si è accorta della sua problematica dal rapporto patologico con il cibo.

Ma quanti secchioni ci sono nelle scuole italiane bullizzati dai compagni che soffrono in silenzio?

di Maura Manca