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Obbligo scolastico a 18 anni? Pro e contro


Ho scritto questa riflessione nel mio blog AdoleScienza de L’Espresso, un’analisi dei pro e i contro di portare l’obbligo scolastico a 18 anni.

Il sistema scolastico così come è strutturato in questi ultimi mesi è messo seriamente in discussione, si rivaluta l’inserimento dei cellulari in classe solo per scopi didattici, parte la sperimentazione delle scuole secondarie di II grado in 4 anni, invece che 5 e la Ministra dell’Istruzione propone di alzare l’obbligo scolastico ai 18 anni. Sul principio di alzare le competenze sono assolutamente d’accordo, ma se non si lavora sulla motivazione dei ragazzi e sulle famiglie, rischiamo che anche questo cambiamento serva a poco. In parallelo si dovrebbe lavorare anche sulla didattica, in primis sulla formazione dei docenti, uniformare i metodi didattici e il livello della preparazione e delle competenze didattiche ed educative del corpo docente. Direi anche uniformare il livello tra scuola e scuola, talvolta tra gli istituti pubblici e privati c’è veramente un abisso, alcuni regalano un diploma, altri lo fanno sudare come se studiare fosse l’unica cosa che un adolescente debba fare nella sua vita.

La didattica è troppo tradizionale è in un certo senso troppo lontana dalle esigenze dei ragazzi di oggi, dalla Generazione dei social, delle chat e dei selfie.
Oggi è cambiata l’organizzazione di pensiero della Generazione Hashtag, sono cambiate le modalità di apprendimento, i ragazzi non imparano quasi più attraverso un processo di apprendimento basato sul ragionamento e sulla comprensione, ma piuttosto attraverso un processo incentrato sulla condivisione e sulla riproduzione. In questo modo, si rischia di osservare adolescenti che si districano egregiamente nel mondo digitale e virtuale, in grado di elaborare più input contemporaneamente, ma poco efficaci nel mondo reale, soprattutto perché manifestano evidenti difficoltà nell’organizzarsi sia nei tempi che nello spazio. Non hanno un approccio risolutivo nelle strategie di problem solving, nonostante siano perfettamente in grado di cercare l’app giusta che possa farlo al posto loro, fungendo da memoria esterna e da rassicurazione in modo da non assumersi direttamente la responsabilità. Il massiccio uso che si fa delle comunicazioni multimediali e il linguaggio sintetico utilizzato dalla e-generation, che comunica appunto attraverso hashtag, emoticon e selfie, rischiano di modificare funzioni cognitive ed emotive degli adolescenti, che sono ancora in via di sviluppo, predisponendoli alla strutturazione di una forma di pensiero che può risultare eccessivamente sintetica.
La scuola di oggi deve anche tenere conto che è cambiata la capacità attentiva, è una generazione multitasking che ha altre esigenze nel presente e nel futuro. La scuola deve preparare al lavoro e non può essere così distante dalla tecnologia. Sono cambiate anche le modalità di relazionarsi e non ci si può basare sempre e solo su una didattica frontale. È quindi fondamentale cercare di non allontanare i giovani dalla scuola, è un investimento che la società deve fare, loro sono il futuro ed è su questa generazione allo sbaraglio che si deve investire. Non significa colludere con le dinamiche dei ragazzi, significa prendere atto che c’è stata una rivoluzione digitale e che ci si deve adattare ai cambiamenti per evitare di creare disadattamenti. I numeri degli adolescenti che abbandonano la scuola sono alti, i ripetenti e i rimandati a settembre pure, questo grava sull’istituzione scolastica, sulla società e sulle famiglie ed è da questi numeri che dobbiamo partire se vogliamo fare prevenzione e integrazione.
Ciò che manca veramente ai ragazzi di oggi è una motivazione, un senso, una voglia di fare, il senso del dovere e della fatica. Non sono nati senza il gene della fatica e della responsabilità perché queste competenze si acquisiscono in primis all’intero dell’ambiente in cui si cresce, attraverso l’educazione e soprattutto il buon esempio dato dai genitori e poi si rinforzano a scuola. Il problema è che è tutto troppo instant, troppo smart, troppo immediato e facile. I ragazzi si perdono con estrema facilità e lasciano al primo ostacolo, al primo problema, delegano e i genitori spesso e volentieri colludono con loro. E’ più facile, è più rapido, crea meno problemi nell’immediato, ma a lungo termine i frutti che si raccolgono non sono maturi e talvolta non sono quelli sperati.
Si deve puntare sull’inserimento e sulla integrazione dei ragazzi disagiati, c’è troppa dispersione scolastica e non si possono perdere questi ragazzi perché la dispersione è direttamente collegata alla devianza giovanile che ha dei costi sociali non considerati ma molto, molto alti. Significa perdere delle risorse importanti che graveranno sulla scuola, sulle famiglie e quindi sulla società.
La scuola dovrebbe lavorare sulla integrazione di chi non ha voglia di studiare, di chi deve trovare se stesso, di chi rallenta e crea problemi in classe e viene emarginato. Non tutti i ragazzi hanno le stesse abilità, non tutti rispondo positivamente a questo tipo di didattica tradizionale e per questa ragione li perdiamo per strada.
Se non lavoriamo sulla motivazione e sulla integrazione allungare l’obbligo della didattica fino ai 18 anni significa portare delle zavorre avanti per altri due anni e trascinare i ragazzi in avanti senza che capiscano il perché.
Ovviamente, prima si inizia ad fare il lavoro motivazionale meglio è, perché tante volte sono storie già scritte che esplodono in adolescenza. Nessuno indietro o escluso, nessuna “classe z” ma una scuola in grado di accogliere anche i disagi sempre più frequenti dei ragazzi. Allora sì che l’istituzione scolastica riprende il suo ruolo formativo centrale nella crescita e nella educazione dei ragazzi.
Il problema quindi non è l’obbligo fino ai 18 che potrebbe essere una soluzione per non perdere delle risorse e per accrescere il livello delle competenze dei ragazzi, ripensando però i cicli scolastici e, nei limiti ovviamente del possibile, favorendo percorsi personalizzati, che puntino all’inclusione e che avvicinino i ragazzi, mondo del lavoro.
È comunque inutile parlare di investire sul futuro dei bambini e degli adolescenti se non si investe anche sui genitori e sulla educazione. Se si vogliono prevenire le patologie dei figli di devono indirizzare, formare e curare prima i genitori perché troppe volte i bambini arrivano a scuola senza un minimo di educazione di base e diventa veramente impossibile gestire classi con disagi psichici, psicopatologie, maleducazione e prepotenza. Ad ognuno il suo e allora tutto funzionerà.