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Come si può guardare morire un’amica sotto i propri occhi e non chiamare i soccorsi?


Il suo corpo è sdraiato in terra, si muove, trema, non parla, non è cosciente, gli occhi sono all’indietro, non reagisce, non può gridare aiuto, per favore salvatemi, non può chiamare i soccorsi, lo potrebbe fare il suo fidanzato, lo potrebbero fare i suoi amici che sono lì con lei, che la guardano nel mentre che il suo cervello si spegne neurone dopo neurone. Un operatore ecologico assiste incredulo a questa triste scena, chiama tremolante il 118, spiega che gli amici non intendono chiamare l’ambulanza e lo fa lui al posto loro. Per Adele, un’adolescente di soli 16 anni però è tardi, morirà di lì a poco per colpa di cosa o di chi? Della droga, della sua incoscienza, dell’andare oltre i limiti, di chi non ha chiamato l’ambulanza, della vita che l’ha portata a compensare i suoi vuoti con la droga?

Non c’è e non ci sarà mai una risposta accettabile quando una ragazza di soli 16 anni muore in questo barbaro modo. Oltre l’amaro in bocca rimane però un grande punto interrogativo: perché non hanno chiamato i soccorsi, perché gli “amici”, se tali si possono chiamare, non hanno provato a salvare Adele, perché un fidanzato non ha tentato disperatamente di impedire che la sua amata morisse buttata per terra davanti ai suoi occhi?

Non hanno chiamato per la paura delle conseguenze, avevano molto chiara la gravità della situazione, era evidente ciò che stava accadendo e per timore di ciò che sarebbe potuto accadere l’hanno lasciata morire forse nella inconscia speranza si potesse in qualche modo riprendere, sperando fosse solo un’intossicazione e non una morte cerebrale.

E’ vero che la paura è un’emozione che blocca, che frena, che in tanti casi non permette di ragionare in maniera lucida e fa prendere delle decisioni che a freddo probabilmente non si prenderebbero mai.

Questa non è una giustificazione, è un comprendere ciò che è accaduto. E’ come le persone che investono qualcuno per strada e scappano, non per forza sono dei criminali o delle bestie, la paura talvolta fa fare delle azioni completamente prive di senso.

Ciò che fa riflettere però è che hanno paura delle conseguenze ma non hanno paura di lasciar morire qualcuno per terra buttato come una busta dell’immondizia e non hanno paura di infrangere le regole, di comprare la droga, di drogarsi, di sballarsi, di superare i limiti. E’ questo il nesso su cui dobbiamo ragionare se vogliamo impedire altre morti come come queste e se vogliamo fare una prevenzione efficace per aiutare veramente i nostri ragazzi.

Fondamentalmente non hanno paura di andare oltre ma hanno paura di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, di individuare il proprio ruolo e di ammettere di essere parte attiva di un problema o la causa. Oltretutto non si può neanche dire che non abbiano più neanche il senso della vita perché è evidente che della loro vita il senso lo abbiano e come, la paura del carcere e delle conseguenze ha vinto sulla vita. Ma in una situazione di quella intensità e gravità cosa sono andati a pensare? A non dire come sono andate le cose per evitare l’arresto, aggravando ancor di più la propria situazione.

I ragazzi oggi non hanno più il senso della vita degli altri, non hanno più, o forse non hanno mai avuto, il rispetto della vita umana. Non c’entra niente la droga o l’alcol. Le sostanze amplificano, alterano, ma non creano mostri dove non c’è già una base ed una predisposizione interna. Non si diventa assassini per colpa della droga come spesso si tende a credere ogni volta che si legge una notizia in cui sono coinvolti in azioni violente dei giovani.

Non sono ragazzi che sono diventate bestie, sono cresciuti male, educati male, tante volte non educati o mal-educati. Se non gli si danno i limiti fin da piccoli, se non gli si insegna l’importanza del rispetto di se stessi e dell’altro anche e soprattutto con l’esempio diretto, se non gli si impongono in maniera autorevole i limiti fin da bambini non saranno in grado di vederli da grandi e non si renderanno conto che la vita ha un valore.

Di Maura Manca