freddo provetta

Nato al freddo di una provetta


L’evoluzione della scienza regala figli a donne desiderose di cambiare il proprio ruolo in una società senza regole, ma piena di pregiudizi.

L’età che avanza, i commenti degli amici, le frasi pungenti di parenti impazienti di coccolare un “nuovo arrivato”. A volte l’egoismo e l’essere facilmente condizionabili, fanno aumentare il desiderio di maternità e paternità. Quando i commenti aumentano senza sosta ci si sente sotto pressione e con sentimenti di “inferiorità” e con la sensazione di essere “diversi” rispetto a chi ci circonda, rispetto agli amici d’infanzia che già hanno fatto quel famoso passo, rispetto alla coppia con un carrozzino che passeggia serena nel parco; altre volte è l’egoismo a prendere il sopravvento o che con impotenza si aggiunge ai sentimenti sopraccitati.

Le difficoltà economiche, la consapevolezza di non essere ancora in grado di ricoprire un ruolo tanto desiderato, le mancanze d’affetto nella famiglia d’origine da colmare con l’arrivo di un figlio da cui ricevere amore e a cui dedicarsi, sono tutti elementi che passano in secondo piano senza neppure essere presi in considerazione o senza avere la consapevolezza dell’enorme influenza di un passato con buchi da tappare.

Ecco allora la soluzione dell’ultimo millennio: la fecondazione assistita! La fecondazione assistita è il processo attraverso il quale si attua l’unione dei gameti in maniera artificiale.

Tra le tecniche esistenti c’è l’inseminazione artificiale: un donatore, che può essere di identità-open oppure anonimo, dona il proprio sperma ad una Banca del seme. Durante l’ovulazione, che è il periodo di maggiore fertilità della donna, gli spermatozoi donati vengono collocati nell’utero della futura mamma in attesa che avvenga la fecondazione. Nasceranno così, in alcuni casi, figli che inconsapevolmente andranno a tappare quei buchi che creano ancora tanto dolore e solitudine.

Ma quando quel bambino nato al freddo di una provetta cresce e arriva alla fase dell’adolescenza cosa accade? Come vive la fase di transizione? Che domande attraversano la sua mente, riguardo quel padre sconosciuto a cui appartiene lo spermatozoo dal quale è venuto al mondo, che ha un volto senza fisionomia e un corpo senza calore?

Secondo vari articoli pubblicati dall’Oxford Journals relativi ad una ricerca effettuata su un campione di adolescenti nati dalla Banca del seme, risulta essere fondamentale l’età in cui viene informato il proprio figlio sulla reale modalità con cui è stato concepito. http://humrep.oxfordjournals.org/content/24/8/1909.full ; http://humrep.oxfordjournals.org/content/20/1/239.full

Figli di coppie omosessuali o madri single, apprendono prima, rispetto a figli di coppie eterosessuali, la loro vera origine. Questo crea meno sentimenti negativi e meno rabbia per non essere stati messi al corrente della realtà, nei confronti dei propri genitori, intesi come coloro che crescono il bambino. È molto importante per un benessere psicologico dell’infante e successivamente dell’adolescente, raccontare fin da subito la verità.

Tra i vari studi pubblicati sempre dall’Oxford Journals, ce n’è uno effettuato su un gruppo di famiglie con figli concepiti attraverso la Banca del seme e in cui era possibile sapere il nome del donatore. È stato visto come l’apprendere le propri origini, aveva in alcune famiglie, modificato il rapporto con la propria madre biologica e dell’eventuale co-genitore (compagno della madre). http://humrep.oxfordjournals.org/content/20/1/239.full

Una delle domande fatte a questi adolescenti di età compresa tra 10 e 25 anni, riguardava il modo in cui si sentivano ad essere stati concepiti in modo artificiale piuttosto che in modo naturale. Molti di loro hanno risposto che non è cambiato nulla e che quello che conta è il modo in cui sono stati cresciuti in famiglia, con amore e calore e non a chi appartiene il loro DNA. I giovani inoltre, risultavano essere molto più aperti a raccontare le proprie origini ad amici stretti, parenti e insegnanti.

Un altro aspetto molto importante che è stato esaminato è quello di come questi giovani, chiamavano il loro donatore: alcuni utilizzavano la parola “donatore”, altri “padre biologico” e altri “padre”.

Sono pochi gli adolescenti che hanno riferito di provare sentimenti negativi verso i propri genitori o verso il donatore (anche se ci sono altre ricerche che invece riportano il contrario). Un importante aspetto che è emerso, è stato il fatto che questi giovani, non ricercavano attivamente il proprio donatore, ma nutrivano una forte curiosità nei suoi confronti, dovuta soprattutto al fatto che inconsciamente credevano che ricevendo più informazioni su di lui, sarebbero stati in grado di conoscere meglio se stessi.

Sono ancora tante le ricerche e gli approfondimenti che devono essere effettuati in questo campo.

Capire bene come questi adolescenti, si sentono, vivono le emozioni, le sensazioni, i rapporti e soprattutto se stessi è importante affinché futuri genitori impazienti di cullare un bambino tra le proprie braccia, possano avere consapevolezza al 100% di quello che il loro figlio potrebbe provare.