ragazzo pistola

Adolescenti assassini


Uccidere una persona sembra un gesto di forza, invece, è un segno che denota una profonda debolezza.

Si tratta di ragazzi fragili da un punto psichico, di adolescenti con disturbi del comportamento o di personalità, ragazzi per cui l’atto violento diventa l’unico modo di “risolvere” ed eliminare il problema, non hanno altre alternative, quella è l’unica modalità che conoscono per relazionarsi con se stessi e con gli altri.

La violenza sta diventando un problema di ordine sociale.

Ciò che deve far riflettere è l’età sempre più bassa dei ragazzi coinvolti in episodi di così profonda violenza e la facilità con cui troppi adolescenti ormai ricorrono alle armi e uccidono per motivi futili, che nella loro testa vengono però letti e interpretati come validi.


Il caso

Un ragazzo di soli 16 anni è stato messo in stato di fermo per l’omicidio di un coetaneo, scomparso dal 17 settembre e il cui corpo è stato ritrovato ieri mattina in un pozzo, con l’aggravante dei futili motivi e l’occultamento di cadavere. Il delitto è stato commesso dal minore utilizzando la pistola del padre, mentre resta ancora da chiarire il movente.


Cosa scatta nella mente di un adolescente assassino?

Si tratta probabilmente di un regolamento di conti tra amici, legato a condizioni e situazioni vissute come un attacco alla propria persona tale da rappresentare una sorta di riscatto sociale e morale; motivazioni che sembrano assurde, ma possono portare a uccidere a freddo, brutalmente, un coetaneo.

Eppure, oggi, il passaggio all’atto violento è sempre più frequente. In questo specifico caso, inoltre, non c’è un gesto di rabbia improvviso, legato al momento, perché c’è una pistola e la pistola uccide e c’è un cadavere buttato in un pozzo.

Il ragazzo ha anche dovuto convivere diversi giorni con la consapevolezza di quanto era successo. L’aspetto che deve far riflettere è legato al deficit di senso morale e a tutti quei meccanismi di giustificazione che questi adolescenti mettono in atto per motivare, anche a se stessi, le loro azioni e i loro comportamenti.

Troppo spesso ne parliamo solo dopo, quando i fatti sono ormai compiuti, riconoscendo solo dopo dei segnali e degli indicatori, ad esempio la frequentazione di “cattive” compagnie o l’uso di droghe o l’adozione di tutta una serie di comportamenti che potevano far pensare a un esito nefasto.

Tante volte crediamo, però, che atti così violenti come un omicidio siano lontani dalla nostra realtà, mentre magari sono molto più vicini a noi di quanto possiamo pensare.

A volte ci si domanda come si possa arrivare ad essere così violenti soprattutto in una così tenera età.
Si tratta di reati gravissimi, agiti da ragazzi spesso anche incensurati, che non hanno manifestato precedentemente profili di rischio particolarmente evidenti.

I comportamenti aggressivi hanno delle traiettorie evolutive che sono molto ben definite. Quando parliamo di comportamenti aggressivi, parliamo di specifici percorsi a rischio; significa che ci sono dei fattori che interagiscono tra loro e fanno presagire, in base ad un modello multifattoriale e probabilistico, quelle che possono essere delle condotte violente in epoche successive.

In tanti casi ci troviamo davanti a disturbi del comportamento non diagnosticati o non efficacemente trattati e contenuti, altre volte ci sono famiglie che rinforzano questi comportamenti, con metodi educativi violenti o addirittura con la troppa assenza, e indirettamente forniscono un rinforzo a quella che oggi rappresenta purtroppo una vera e propria deriva educativa.

Dovremmo lavorare per creare davvero una rete sociale, una rete di alleanza più solida e forte tra scuola e famiglie: dove non riesce ad arrivare la famiglia, infatti, dovrebbe arrivare la scuola e viceversa.

Significa che se non vogliamo che questi ragazzi continuino a commettere azioni violente dobbiamo individuare un sistema che sia realmente efficace per intervenire quando sono più piccoli, perché le traiettorie evolutive e gli indicatori sono presenti e sono chiari.

Se parliamo di prevenzione, dobbiamo anche metterla in atto.

di Maura Manca