vandalismo violenza ragazzi

Baby gang sempre più violente. Non hanno limiti e colpiscono per divertimento


Ragazzi uniti e strutturati in branco che volontariamente anche per mesi, se non per anni, agiscono in modo violento prendendo di mira persone e tutto ciò che li circonda. Umiliazioni, denigrazioni, violenze fisiche, ma anche violenze a sfondo sessuale, contro persone che non sono in grado di difendersi. Comportamenti sempre più cruenti che richiamano l’efferatezza delle gang latine, sempre più distruttivi verso l’altro con violenze finalizzate a distruggere, annientare, fino ad uccidere. In branco si superano i limiti, si arriva dove non si arriva da soli e ci si spinge spesso e volentieri oltre perché si instaurano anche delle specifiche dinamiche interne, si sfidano a chi si spinge più in là, chi “la fa più grossa”, chi dimostra più coraggio, chi è più estremo per rinforzare anche il ruolo all’interno del branco.

Questi ragazzi non hanno limiti, distruggono, ledono e uccidono per divertimento, per un gioco e spesso si riprendono come se stessero partecipando ad una partita di pallone.

Filmano ciò che è la loro normalità, che gli dà quelle botte di adrenalina, quel sentirsi vivi e parte di un gruppo, di una famiglia unita nel deviare e in quelli che loro chiamano valori in cui si riconosco. Non è colpa della tecnologia se lo fanno, è la normalità del condividere ogni cosa che si vive e che si fa. Se sono abituati a riprendere anche l’aria che respirano e quelli per loro sono dei comportamenti normali, perché ci scandalizziamo se si riprendono mentre mettono in atto delle atrocità?

E’ più di 15 anni che studio il fenomeno delle baby gang e il dato che fa riflettere non è solo legato all’età di questi ragazzi, ma anche al fatto di essere di “buona famiglia”. Oggi non dobbiamo più andare a cercare la violenza dentro condizioni particolarmente svantaggiate o pensare a ragazzi con dei profili a rischio ben evidenti e conclamati. Troviamo la violenza in quelli che possono essere considerati agli occhi di genitori e insegnanti adolescenti in un certo senso “normali”. Negli ultimi anni, infatti, la devianza minorile ha subito profonde trasformazioni. Apparentemente a questi ragazzi, non manca niente e possono veder soddisfatta ogni loro richiesta, ma manifestano una marcata onnipotenza, non si accontentano e devono cercare nella messa in atto di queste condotte un altro modo di manifestare il proprio potere e nascondere a se stessi il vuoto interiore e il bisogno di riconoscimento.

Attenzione a definire comportamenti criminali come bullismo, questi ragazzi non sono bulli, sono criminali.

Sbattere i dodicenni in galera non risolve il problema delle baby gang

Cos’è una baby gang?

Le baby gang sono gruppi di ragazzi, tendenzialmente maschi, che si uniscono già a partire dai 10-11 anni d’età, che vivono e sperimentano le loro scorribande nella strada e in giro per la città. Hanno un posto di ritrovo fisso e sono anche abbastanza abitudinari. La gang ha spesso e volentieri un carattere deviante e differisce da altri gruppi di adolescenti perché è più aggressiva e ha finalità distruttive e violente. Le sue attività sono orientate al raggiungimento di scopi concreti che richiedono un’organizzazione più strutturata e una solidarietà maggiore tra i membri del gruppo, che mette in atto una serie di comportamenti in maniera sistematica. Ogni occasione è motivo di misurarsi con se stessi e con gli altri e a volte inventato giochi violenti, tanto per “divertirsi”, per noia, per sfida e per sentirsi potenti davanti alla loro impotenza.
Infatti, generalmente sono ragazzi che canalizzano il proprio disagio interiore attraverso comportamenti a rischio come il fumo, l’abuso di alcol e l’utilizzo di droghe e attraverso condotte aggressive eterodirette come risse, cioè più persone coinvolte contemporaneamente in una lite o in una colluttazione violenta in cui c’è l’intento di ledere l’altro e atti vandalici, ovvero sferrare l’attacco contro lampioni, cartelli stradali, panchine dei parchi, cabine telefoniche, ma anche contro beni appartenenti a privati, auto parcheggiate, e qualsiasi cosa trovino sulla strada.

Perché lo fanno?

Lo fanno per affermazione, per ribadire, ovviamente prima a se stessi, anche se non ne hanno consapevolezza, poi agli altri, il proprio potere e la propria forza. Si nascondono dietro un ruolo, e chi si nasconde dietro un ruolo di “forza” o di “persona forte”, dichiara solo la sua debolezza fisica e psicologica. Non è coraggioso chi fa del male agli altri, chi si sfida, c’è un limite importante tra coraggio ed incoscienza. Sono ragazzi che hanno bisogno di quei comportamenti, che si riconoscono in quei comportamenti.

Trascorrono le ore insieme, colmano vuoti interiori, tra una sigaretta e l’altra, tra una canna e l’altra, una birra in mano. Sicuramente la scuola non è un problema primario, al massimo si raccontano le “prodezze” a rischio nota e sospensione, di PlayStation, di calcio, di scommesse, dell’ultima ubriacatura, delle botte e delle risse quasi all’ordine del giorno, di discoteca e di droga, musica e sesso.

SPESSO NON CREDONO IN NIENTE, SOLO NELLA FORZA, NELLA PREDOMINANZA CHE LI FA SENTIRE PIÙ POTENTI.

Si crea un Io gruppale, un’identità di gruppo che funziona diversamente dal singolo. Quello che un individuo da solo non è in grado di fare, in gruppo lo può fare, anche ferire ed uccidere un’altra persona. Quello che succede al singolo lo vive il Gruppo in prima persona, se uno riceve un torto è come lo avesse ricevuto tutto l’insieme per cui i membri si sentono autorizzati a reagire, salvo che non venga dato ordine contrario da chi ha subito il torto perché se la vuole espressamente gestire da solo.

Perché non riusciamo a contrastare tutta questa violenza?

Attenzione, non ci si sveglia una mattina e si diventa criminali, ci sono tanti segnali più o meno manifesti che si evidenziano nei loro comportamenti e nelle loro dinamiche relazionali che vengono troppo sottovalutati. I COMPORTAMENTI VIOLENTI HANNO UNA TRAIETTORIA EVOLUTIVA MOLTO BEN DEFINITA E CHIARA A NOI ESPERTI CHE STUDIANO LA CRIMINALITÀ MINORILE.
C’è un vuoto emotivo ed educativo che loro riempiono con questi comportamenti. Non sono stati messi i pilastri educativi, c’è un impoverimento e un’aridità formativo-educativa che li ha portati allo sbando e alla devianza. Purtroppo ci accorgiamo sempre tardi di questi ragazzi che mettono in atto comportamenti devianti perché non siamo in grado di intervenire quando manifestano i primi segnali.

Quando ci troviamo davanti alla devianza minorile e giovanile, quando ci troviamo davanti a comportamenti violenti fini a se stessi, siamo davanti ad un INTERNO SISTEMA CHE HA FALLITO, c’è un fallimento della famiglia, dell’istituzione scolastica, di una società che non è pronta ad accogliere, arginare e rieducare i ragazzi devianti.

Attiviamo una sfrenata caccia mediatica al colpevole e cerchiamo come se fosse acqua nel deserto le colpe, senza capire che è tutto l’insieme che non contiene questi ragazzi.

La verità è che siamo arrivati ad un punto di non ritorno e non lo vogliamo vedere e accettare, facciamo finta di niente, cerchiamo di mettere cerotti e questi adolescenti continuano a sfidare le autorità e a vincere. Ci troviamo difronte ad uno sbaraglio generale che si ripercuote anche su di loro che crescono senza paura, senza timore di una punizione, di una sanzione, senza limiti, dove si alimentano sul web di serie in streaming che osannano i comportamenti criminali, i cui protagonisti diventano i loro idoli. La verità è che questi adolescenti non hanno risorse interne per affrontare la vita, non hanno stimoli, ideali, ideologie, qualcosa in cui credere e qualche volta qualcosa da fare. Tutto questo rappresenta un terreno fertile su cui rischiano di attecchire le differenti forme di devianza e criminalità, accompagnate a braccetto dalla noia, dal vuoto di valori e soprattutto dalla mancanza di punti di riferimento stabili, in primis la famiglia e la scuola.
Non hanno spazi in cui identificarsi al di fuori del branco, il territorio non gli offre niente, le famiglie hanno perso il ruolo e la scuola non riesce a stare più dietro a tutti i problemi. Se non hanno spazi, se non hanno risorse, se il territorio non gli offre niente, gli rimane solo la strada e la strada è questa e li porta allo sbando. È un problema sistemico estremamente complesso, si deve intervenire a più livelli, dal rivedere la soglia dell’impunibilità alle sanzioni, fino alla rieducazione troppo poco efficace e alla prevenzione scarsa e frazionata.

Cosa scatta nella testa di questi ragazzi?

Le baby gang ruotano intorno al meccanismo della DERESPONSABILIZZAZIONE e dell’EFFETTO BRANCO, perché nel gruppo è come se ci fosse una divisione della responsabilità, la condivisione di ciò che viene fatto aumenta anche la portata e la potenziale gravità delle azioni commesse. Ci si sente meno colpevoli e ciò che viene fatto in gruppo con elevata probabilità non si farebbe mai da solo. La spinta degli altri aiuta e tante volte lo si fa appunto perché lo fanno altri membri del gruppo, non ci si può tirare indietro, significherebbe essere dei codardi e dei vigliacchi. La gang ha una sorta di modus operandi e una sorta di “codice” da rispettare, altrimenti si è tagliati fuori. Si arriva a sviluppare una sorta di identità gruppale che funziona in maniera differente rispetto a quella individuale, in cui ci si riconosce, identifica e si appartiene.

Il ruolo dei videogiochi e delle serie in streaming

NON È UNA SERIE, UN VIDEOGIOCO, UN VIDEO CHE CREANO UN CRIMINALE, MA IN UNA PSICHE GIÀ DEVIATA, LABILE E PREDISPOSTA PUÒ ESSERE UN FATTORE CONDIZIONANTE E DI RINFORZO. Crescono ricercando la potenza e il fascino del criminale, un’abbuffata dietro l’altra di serie su serie, sommata a video in rete di torture, uccisioni, aggressioni, violenze perché è questo ciò che cercano e che purtroppo trovano tanti ragazzi. Sono milioni i ragazzi che giocano a videogiochi o che guardano le serie definite “violente”, se la causalità fosse così diretta avremmo milioni di assassini e di adolescenti criminali in giro per la terra. Il problema è legato alla somma di più fattori: in che contesto vivono questi ragazzi, che tipo di struttura di personalità hanno, l’influenza del gruppo dei pari e di tante altre variabili individuali, ambientali, sociali e relazionali. Crescono in un contesto che non educa e non contiene, che non mette i limiti e non li responsabilizza.

Le baby gang: ragazzi “orfani” di educazione

Perché filmare le loro azioni con lo smartphone?

Ovviamente, oggi non può mancare il supporto della tecnologia, la condivisione che aumenta la portata e alimenta maggiormente gli animi. Si cerca intenzionalmente la popolarità, rappresenta un’ulteriore sfida, una condizione che li fa sentire ancora più potenti di quanto si sentano. Tutte queste aggressioni sono state rigorosamente riprese attraverso gli smartphone e condivise nelle varie chat e i profili dei social network. Infatti, ormai, anche le gang si sono digitalizzate, e spesso, condividono le loro “gesta” sui vari social media, creando gruppi appositi che fungono da rinforzo e condivisione di condotte delinquenziali. Lo fanno anche per rinforzare il loro ruolo all’interno del branco, per fare vedere anche agli altri amici cosa hanno fatto, per condividere il divertimento e dimostrare ciò che dicono. Questo a volte rischia di rinforzare e di portare ad alzare il tiro.

A volte questi adolescenti utilizzano questi canali per rendere direttamente pubblico il loro operato, anche come sfida aperta alle autorità, e per essere rinforzati dai “mi piace” della rete che li rendono ancora più onnipotenti.

Vivono, si muovono e crescono in una società fluida, basata sull’estetica, sulla competitività e sull’apparenza. La parola ha perso la sua efficacia, è stata sostituita dalle immagini, dai video, da tutto ciò che può testimoniare ciò che è stato compiuto affinché non vada nell’oblio. Non ci dobbiamo meravigliare però del fatto filmino anche le azioni violente e si riprendano durante gli atti criminali perché nello stesso momento sono abituati a testimoniare tutto ciò che fanno fin da quando sono piccolissimi attraverso le immagini e i video e a condividere tutte le loro azioni anche nel privato e nell’intimità. E’ normale per i ragazzi di oggi condividere tutto e questo indubbiamente li porta a farlo in tutti contesti anche quelli devianti che loro però non leggono come devianti. Questa assenza di privacy e, in tanti casi di confini, li porta anche ad agire in automatico senza pensare che quelle immagini sono la testimonianza della loro devianza.

 

di Maura Manca 

 

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