educati alla violenza

Educati alla violenza. Storie di bullismo e baby gang


La violenza giovanile sembra essere diventata una vera e propria emergenza sociale. Non parliamo solo di bullismo ma anche della diffusione di bande giovanili che mettono in atto comportamenti criminali.

Si tratta di bande non governate da leggi morali, che per questa ragione sono estremamente pericolose, agiscono in modo impulsivo, spesso anche sotto effetto di alcol o di droghe che esaltano ancora di più il loro stato interno, facendoli sentire ancora più potenti e onnipotenti.

È bene sottolineare che non stiamo parlando di un problema nato in questi ultimi anni, ma sicuramente attualmente è diventato il fenomeno mediatico del momento. La devianza e la criminalità in gruppo, a scuola, nelle strade, sono in realtà fenomeni sempre esistiti. Oggi è solo un problema più trasversale, che abbraccia tutti i ceti sociali e che si inserisce in un contesto che è povero di valori, che vede in conflitto le principali agenzie educative e i principali punti di riferimento di bambini e adolescenti: la scuola e la famiglia.

Sembra che i giovani, in un certo senso, siano educati alla violenza, che crescano e vivano in un contesto sociale che usa troppo spesso il linguaggio della violenza a tutti i livelli, troppo pressante, competitivo dove non si tende al confronto ma allo scontro.

Ciò che veramente colpisce è proprio l’abbassamento dell’età. Se fin da quando sono così piccoli crescono immersi nella violenza, quando saranno un po’ più grandi dove si spingeranno? Si tratta di comportamenti di una gravità estrema, apparentemente immotivati, che si basano su un agire quasi in preda ai propri impulsi aggressivi.


In questi ultimi mesi stiamo sempre più assistendo ad una apparente escalation di violenza e ad aggressioni messe in atto con l’aggravante dei futili motivi.

Ciò che manca forse è una comprensione a più livelli del problema, che dovrebbe essere affrontato non solo da un punto di vista scientifico, ma anche umano: per questa ragione le storie di vita, le esperienze vissute e raccontate possono aiutare a capire cosa si prova e cosa scatta nella testa di questi ragazzi.

Di questo si parla nel testo “Educati alla violenza. Storie di bullismo e baby gang” di Antonio Murzio, edito da Imprimatur. Un libro che nasce da anni di esperienza di cronaca nera e dal contatto diretto con persone che hanno subìto violenza gratuita. Ho voluto chiedere direttamente all’autore se secondo lui questa generazione sia veramente educata alla violenza.

“Mi piacerebbe tanto poterti rispondere di no, ma, proprio per la mia esperienza sul campo, constato che le nuove generazioni conoscono fin da piccole il linguaggio della sopraffazione, sia fisica che psicologica” – sostiene Murzio“Alla violenza vengono “educati” dall’intera società, purtroppo sempre più violenta, e dalla mancanza di “filtri” quando a proporre i modelli sono la televisione e gli altri media. Una cosa che spaventa è anche la sempre più diffusa violenza verbale, basta fermarsi presso un capannello di adolescenti e preadolescenti fuori da scuola in un qualsiasi campetto di calcio. Violenza verbale molto spesso esercitata dai genitori ancor prima che dai ragazzi”.

Io credo che spesso i giornalisti usino, anche in maniera impropria, parole come bullismo e baby gang pur di far notizia, senza rendersi conto di quali siano gli esiti del parlare troppo e anche male di questi fenomeni e che in questo modo si rischia una assuefazione o una “normalizzazione” di determinati comportamenti.

Nel testo viene approfondito anche questo aspetto e l’autore sostiene che “c’è una pigrizia mentale e una preparazione sempre più carente dei colleghi, conseguenza anche della diffusa precarizzazione nella professione, che porta a utilizzare titoli che si ritengono ad effetto, come nel caso delle baby gang, ma che nella loro semplificazione sono devianti. Per qualsiasi aggressione ad opera di un gruppo di ragazzini, subito si parla di baby gang, termine quasi sempre coniugato con la parola “allarme”.

Sono cambiati i tempi, ma la storia dello “sbatti il mostro in prima pagina” è rimasta immutata, ha cambiato solo fisionomia e modalità espressive. Io sono convinto che delle cose bisogna parlarne, nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta. Il rischio di assuefazione esiste, come quello di normalizzazione. Ma bisogna capire il momento in cui, come disse Marshall McLuhan, il grande sociologo canadese che aveva coniato il termine mass-media, quando nel 1978 l’Italia era scossa dal sequestro Moro e gli chiesero cosa giornali e televisioni avrebbero dovuto fare, è necessario “staccare la spina”, per non dare visibilità e possibilità di emulazione di comportamenti devianti”.

Articolo tratto integralmente dal mio Blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/05/27/educati-alla-violenza-storie-di-bullismo-e-baby-gang/

di Maura Manca