parkour

Generazione parkour: ricerca del rischio o sfida personale?


Il termine sport estremi viene utilizzato per descrivere le attività che si ritiene abbiano un elevato livello di pericolosità, regole e tecniche non convenzionali che differiscono dagli altri sport. La partecipazione a tali sport richiede velocità, costanza ed un elevato livello di impegno e sforzo fisico. Elementi fondamentali sembrano essere la ricerca di sensazioni forti, la sperimentazione di elevati livelli di adrenalina e la sfida verso il pericolo.

Conosciuto come “l’art du déplacement” (arte dello spostamento), il parkour, è stato definito come la possibilità di scoprire modi originali e creativi per abitare gli spazi delle proprie città (Bavinton, 2007) e superare gli ostacoli e le barriere presenti nell’ambiente, attraverso una serie di movimenti quali saltare, arrampicarsi e volteggiare. I “traceurs” (tracciatori, come vengono chiamati i ragazzi che lo praticano), si muovono nello spazio ottimizzando gli spostamenti, migliorando le proprie performance atletiche, sviluppando fra le proprie competenze la forza e velocità, ma anche notevoli capacità acrobatiche necessarie a superare gli ostacoli più difficili. Le caratteristiche di chi pratica parkour devono essere: resistenza, disciplina, forza, flessibilità ed equilibrio.

Tale disciplina se non praticata in modo attento, responsabile e seguito da una scuola o un centro specializzato è ad elevato rischio per la propria salute. Questo tipo di attività però può anche influenzare lo sviluppo emotivo, fisico e psicologico, favorendo lo sviluppo di nuove competenze, di un maggiore senso di individualità, una possibilità di acquisire e sviluppare una nuova identità personale e un maggiore senso di appartenenza (norme di gruppo distinte, esperienze condivise e un senso unico di autenticità).

Sport estremi, ricerca di sensazioni forti: non sempre è patologico! Allora qual è la differenza tra normalità e patologia?

Quali le motivazioni che spingono i ragazzi verso il parkour?

Bavinton (2007) ha descritto il parkour come una forma di creatività che reinterpreta la città. Attraverso il parkour, i ragazzi possono immaginare e sperimentare possibilità alternative di conquista dello spazio: la città crea limitazioni e barriere che diventano in tal modo, nello stesso momento, le condizioni primarie che permettono l’azione e il movimento. Attraverso la pratica del parkour gli ostacoli diventano strumenti e occasioni per sperimentare la propria capacità di agire nello spazio e superare i propri limiti, ricostruire la propria esperienza del mondo e della vita sociale. La città viene letta e percepita attraverso i propri sensi: i colori, gli odori, ciò che si tocca e i movimenti sono elementi fondamentali di questo processo. Transenne, scale, corrimano non sono ostacoli ma risorse. I movimenti devono, tuttavia, essere eseguiti nel rispetto e nell’ascolto del proprio corpo, dei propri limiti e delle proprie difficoltà; non c’è una sfida con l’altro ma, piuttosto, con se stessi.

Il parkour viene praticato, infatti, in ambienti aperti che contengono una varietà di paesaggi e ostacoli. I ragazzi sfidano se stessi correndo, camminando, arrampicandosi, saltando, restando in equilibrio sugli ostacoli. Tale pratica, pur presentando caratteri di rischio o pericolo, quando viene esercitata in modo regolare sembra migliorare i livelli di energia e di autodeterminazione (Atkinson, 2009). Sperimentare e affrontare una varietà di stati psico-emotivi (quali aggressività, ansia, paura, dubbio e stanchezza) può fornire, dunque, esperienze nuove e determinare un senso di sicurezza e fiducia quando emozioni e paure sono state superate.

 

Riferimenti Bibliografici

Atkinson M. (2009). Parkour, anarcho-environmentalism, and poiesis. Journal of Sport and Social Issues. 33(2): 169-194.

Bavinton N. (2007). From Obstacle to Opportunity: Parkour, Leisure, and the Reinterpretation of Constraints. Annals of Leisure Research. 10(3/4): 391-412.

O’Grady A. (2012). Tracing the city–parkour training, play and the practice of collaborative learning. Theatre, Dance and Performance Training. 3(2): 145-162.