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Genitori che uccidono i figli. Perché arriviamo sempre dopo?


Se vogliamo essere efficaci e prevenire questa escalation di omicidi-suicidi in ambito famigliare, dobbiamo cambiare completamente il nostro approccio a queste dinamiche. “Era una buona famiglia”; “non era immaginabile”; “era una bravissima persona”; “era un lavoratore”; “niente che potesse far pensare a…”, sono le parole del popolo, dei conoscenti, di chi vedeva solo quello che era in grado di vedere o che voleva vedere. Non sono le voci degli esperti, sono le voci di chi non ha gli strumenti per riconoscere i campanelli di allarme e i fattori di rischio che possono far presagire specifiche tragedie famigliari. L’errore che commettiamo è proprio questo. Se ci approcciamo in maniera popolare agli eventi, non troveremo mai una soluzione efficace.

Ma cosa ci aspettiamo dal comportamento degli altri?

Crediamo ancora che queste tragedie non si possano covare nella “normalità” quotidiana, che la patologia, la sofferenza, il dolore, il disagio, si debbano esprimere in maniera macroscopica, con dei comportamenti evidenti e patologici. Tante persone, invece, alimentano i drammi personali e/o famigliari in un silenzioso riservo, che poi, purtroppo, sfociano sempre più spesso in tragedie manifeste. Si deve tenere a mente che nella maggior parte dei casi non si mettono i cartelli fuori da casa, non si scrive un post sui social, non si fanno i segnali di fumo prima di commettere un atto di questo tipo perché NON SAREBBE PIÙ UN OMICIDIO O UN SUICIDIO, MA SAREBBE SEMPLICEMENTE UNA RICHIESTA DI AIUTO.

Sono tante le motivazioni che possono portare ad uccidere un figlio e poi ad ammazzarsi per non fare i conti con i sensi di colpa. Ci si arroga il diritto onnipotente di decidere per loro e di imporre la propria volontà. Tante volte sono tragedie della solitudine, della depressione, che ignorantemente ancora crediamo che si manifesti con la sintomatologia tipica cinematografica e televisiva. Ci sono, invece, tante manifestazioni differenti della depressive o dei vissuti depressivi, alcune forme sono anche reattive, che non obbligatoriamente portano ad un macroscopico disadattamento.

In quel momento non si vede altra via d’uscita. L’omicidio-suicidio è l’unica soluzione e l’unica strada percorribile in quell’istante. Non si è in grado di varare altre ipotesi.

Tante volte queste tragedie germogliano da una condizione di malattia fisica, in alcuni casi spaventa l’ipotesi di una vita di dolore e sofferenze in un paese che tante volte, non è proprio di aiuto. Si preferisce fuggire, che affrontare la realtà. La mia non è una accusa, non significa essere vigliacchi, significa essere soli o privi di strumenti. Non è facile gestire il dolore o l’incognita, nonostante questa, non possa mai e poi mai, essere una giustificazione, bensì una comprensione. Significa non avere altri strumenti, essere soli in un paese che non ha strutture adeguate per un sostegno psicologico. Non tutti sono in grado di riconoscere il problema in autonomia, di pagarsi un professionista privato, e in troppe strutture pubbliche, vengono sfruttati i tirocinanti psicologi senza un’adeguata formazione e senza una sufficiente supervisione. Non esiste una cultura psicologica che vede lo psicologo presente nelle fasi diagnostiche, di restituzione al paziente, di cura e di follow up. Siamo troppo scoperti da questo punto di vista e si sottovalutano le reazioni individuali alla malattia. In più, le malattie dei figli scatenano un tumulto emotivo nei genitori che hanno bisogno di aiuto sistematico e continuativo con personale specializzato. Tanti omicidi e sucidi avvengono proprio per la non accettazione di una patologia propria e altrui.

Altre tragedie di questo tipo, invece, nascono per esempio all’interno di focolai intrafamiliari, dai conflitti tra coniugi o ex coniugi, condizioni in cui spesso i figli vengono usati e strumentalizzati per ferire, per far del male: “non li godo io, e non li vivi neanche tu”. E anche in questo caso, non esiste un aiuto sistematico ed efficace di accompagnamento al processo di separazione e/o divorzio o in tutte le fasi di conflitto familiare.

Si decide per i figli, della loro vita e della loro morte.

In questi specifici casi parliamo di omicidi materiali, nonostante ogni giorno infanti, bambini e adolescenti vengono uccisi psicologicamente da coloro che li hanno messi al mondo e che non sono degni di essere chiamati “genitori”. Parliamo di una morte dell’anima che li porta a vivere drammi quotidiani.

Sembra che tutto questo non si voglia vedere e fermare, perché per farlo, bisognerebbe andare a sfatare dei miti sulla famiglia, sull’intoccabilità delle figure genitoriali che porterebbero anche a fare prevenzione nelle scuole, negli oratori, nelle società sportive, per dare sostegno e ascolto ai ragazzi, e fargli capire che possono aprirsi e parlare con esperti anche quando sono vittime dei genitori.

Il nostro gran bel paese del dopo e dei cerotti, non è ancora pronto per questo, non dà ancora il giusto spazio a queste tragedie quotidiane e continuerà ad arrivare sempre dopo, dimenticandosi che se vogliamo prevenire le patologie dei figli, dobbiamo curare prima i genitori.

Se vogliamo prevenire le patologie dei figli curiamo prima i genitori

 

 

di Maura Manca