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Il Knockout: vetrina dell’onnipotenza giovanile


Il Knockout è un fenomeno che esiste da tanti anni, ma che in questo ultimo anno sta assumendo una dimensione di rilevanza sociale per via della diffusione mondiale, soprattutto tra la popolazione giovanile.

È chiamato “game”, anche se di gioco non ha assolutamente niente, a parte il divertimento di chi lo mette in atto. È una devianza, è una violenza proattiva, fine a se stessa, messa in atto intenzionalmente con l’unico intento di “divertirsi” facendo del male ad un’altra persona, senza avere un minimo rimorso e senso di colpa per quello che si è fatto.

L’unico scopo del “gioco”, che è violenza contro le persone, è mettere KO un passante per la strada e lasciarlo disteso per terra, anche in fin di vita o addirittura morto, perché con un pugno si può uccidere una persona.


I social media stanno favorendo l’effetto contagio che rappresenta una problematica che sta prendendo sempre più piede, favorita dalla diffusione mondiale dei social network e della più evoluta tecnologia che ha abbattuto tutte le barriere e i limiti della diffusione non tecnologica.


I comportamenti umani sembrano tendere verso una sorta di omogeneità soprattutto all’interno di una collettività e spesso si arriva a partecipare a social mode per fare quello che fanno gli altri.

Quando infatti si utilizzano cellulari e tablet, scatta un meccanismo di deresponsabilizzazione, cioè si pensa ci sia una responsabilità diretta ridotta che conduce e, in alcuni casi induce, a commettere azioni o mettere in atto comportamenti che non si metterebbero in atto in altri contesti.

Oltretutto, esistono videogames che sfruttano queste tendenze patologiche e devianti dei giovani, basati sull’unico scopo di stendere l’altro con un pugno e condurre una vita deviante e criminale.

È vero che NON è un videogioco che induce un ragazzo ad uccidere una persona, è anche vero, però, che queste variabili fungono da rinforzo psichico che, sommato ad altre variabili, come per esempio gruppo dei pari deviante, famiglia assente e/o violenta, con stili educativi autoritari, può rappresentare un importante fattore di rischio per la messa in atto di queste condotte.

Purtroppo, anche i media  nel dare troppa rilevanza a questi comportamenti, favorisco la loro visibilità che, in determinate personalità, invece di avere un effetto di desensibilizzazione, ha solo la funzione di rinforzo.

Spesso, infatti, si tratta di ragazzi con personalità narcisistiche e antisociali che si divertono nel vedere che quello che fanno fa scandalo e ne parlano tutti, non gli importa dei giudizi negativi o delle conseguenze, per loro tutto questo è una vetrina che li rende ancora più onnipotenti di quello che si sentono.

 di Maura Manca

 

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