volto a metà violenza

L’orrore di Manduria: ucciso dalle violenze e dal silenzio


Sono sempre di più i reati che vedono protagonisti purtroppo ragazzi sempre più piccoli: l’età, infatti, si sta abbassando drasticamente e il fenomeno della violenza è sempre più trasversale perché coinvolge adolescenti provenienti da diverse realtà sociali.

Si tratta di giovani normalmente violenti: per loro è un divertimento rinforzato da tutte quelle persone che nel non intervenire e nel sottovalutare i loro comportamenti li rendono ancora più sicuri di ciò che sono e di riuscire a cavarsela.

Sono ragazzi che presentano un deficit da un punto di vista morale ed emotivo, una totale mancanza del senso dell’altro e anche di se stessi, dei propri limiti, della propria tutela.


Sono 8 i giovani coinvolti, sei dei quali minori di 17 anni e due maggiorenni di 19 e 22 anni, ritenuti appartenenti alla “Comitiva degli orfanelli”, accusati dei reati di tortura e di sequestro di persona. Sono considerati dagli inquirenti i responsabili del pestaggio di Antonio Cosimo Stano, avvenuto a Manduria, in puglia, che è deceduto il 23 aprile scorso.


Ne abbiamo parlato sul settimanale Ora uscito in edicola l’8 maggio 2019in un articolo di Cataldo Calabretta, in cui la dott.ssa Maura Manca psicoterapeuta e presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza ha risposto ad alcune domande per spiegare cosa scatta nella testa di questi ragazzi che arrivano a mettere in atto comportamenti violenti di una gravità inaudita.

Un uomo con delle fragilità psichiche ha dovuto vivere gli ultimi anni della sua vita nel cercare di sopravvivere ad un gruppo di ragazzi che si divertivano a massacrarlo psicologicamente e fisicamente, spiega la dott.ssa Maura Manca, psicologa, che ha analizzato per Ora questa drammatica vicenda.

Lo facevano apertamente, davanti agli occhi di un Paese che ha, molto probabilmente, colluso con le dinamiche delinquenziali di questo branco. Ci scandalizziamo tutti davanti a questi comportamenti gratuiti e violenti messi in atto da ragazzi alla completa deriva, lasciati soli dalla famiglia, dalla scuola e da un territorio che non gli offre alternative. Un vuoto assordante che viene colmato da quei comportamenti violenti e al limite, dalle risate delle immagini che riprendono le loro “gesta” che rimbalzano da un telefonino all’altro, che fanno compagnia e ridefiniscono ruoli di personalità piuttosto labili. 

Eppure, c’è veramente poco di cui scandalizzarsi, questi comportamenti non sono figli di un raptus momentaneo, sono l’esito di tutta una sequenza di specifiche condotte, di modalità relazionali, di reazioni emotive, di interazione con l’autorità, che maturano all’interno delle dinamiche del gruppo, si rinforzano e trovano la loro espressione nella devianza.

La triste realtà è che vediamo questi ragazzi e i loro comportamenti solo ed esclusivamente quando ormai sono visibili a tutti, quando si tratta di comportamenti strutturati all’interno di una personalità deviata che vive e si nutre di trasgressività e devianza. Si sottovalutano i segnali che vengono riconosciuti solo quando diventano sintomi. A livello socioculturale ci sono delle enormi lacune che dobbiamo colmare.

Si continua a sottovalutare questi comportamenti definendoli ancora “bravate adolescenziali”, “ragazzate”, confondendo i comportamenti trasgressivi e di rottura delle regole, che possono essere anche peculiari del periodo adolescenziale, con i comportamenti ben più gravi come quelli devianti, che portano alla messa in atto di reati“, precisa Maura Manca.

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