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Lui: sei bella. Baby gang lo massacra. L’intervista a Maura Manca


Stiamo sempre più assistendo ad una apparente escalation di violenza e ad aggressioni messe in atto con l’aggravante dei futili motivi, diventando una vera emergenza sociale.

L’ennesimo caso è avvenuto in provincia di Massa Carrara, dove 3 ragazzi, di cui due ancora minorenni, sono accusati di tentato omicidio per futili motivi per aver aggredito un loro coetaneo. Una spedizione punitiva per un apprezzamento fatto sui social network dalla vittima a una ragazzina, a detta loro fuori luogo, li ha portati a creare un vero e proprio agguato che si è dimostrato un pestaggio con un taglio alla gola con un temperino.

Il problema non è l’inasprimento delle pene, il problema è che dobbiamo renderci conto che crescono a pane e violenza.

Di tutto questo ne abbiamo parlato sul Quotidiano Nazionale dell’8 gennaio 2019, un’intervista di Alessandro Belardetti alla dott.ssa Maura Manca.

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Una baby gang ha quasi ucciso un 16enne per un complimento a una ragazza. Che tipo di codice è?

“Siamo di fronte a metodi mafiosi di giovani “medi” che hanno genitori legati ai clan. Oggi le baby gang si avvicinano sempre di più all’omicidio: la violenza è messa in atto per eliminare l’altro. Sono comportamenti sistematici e organizzati. Da tempo lo dico, la violenza ha accellerato”.

La vittima è stata quasi sgozzata. Cosa significa?

“Le gang cercano ogni pretesto per giustificare l’aggressività. I protagonisti sempre più spesso sono ragazzi normali, senza precedenti di violenze. Si comportano così perché non hanno adulti di riferimento”.

Quale trauma e per quanto se lo porterà dentro la vittima?

“Il terrore ti porta a un blocco totale e per questo il giovane non è più riuscito a parlare: ha percepito la morte. Questa condizione può generare un trauma importante. Riuscirà a riprendersi con l’aiuto degli psicologi, ma per anni sarà segnato. Avrà sempre paura delle reazioni degli altri , si sentirà condizionato nelle azioni e sarà suscettibile. La mente riporta il trauma attraverso il corpo, nel sonno per esempio. Se quel ragazzo non ha mai conosciuto la violenza, il contraccolpo sarà molto peggiore, soprattutto a quell’età”.

Sui social un commento è visibile a tutti, mentre un apprezzamento fatto a voce resta privato: mai come in questo caso emerge il lato rischioso della realtà virtuale.

“Il problema è che questa generazione comunica attraverso lo smartphone e non pensa più alla realtà fisica. In quel momento lui stava parlando alla ragazza, era convinto di farlo. Il messaggio di Facebook è la modalità automatica per comunicare. Un criminale vero non lascerebbe tutte quelle tracce”.

Crede che sia giusto dare una seconda chance a questi ragazzi violenti oppure ritiene che passare anni in cella li renderebbe più consapevoli?

“La punizione fine a se stessa, è dimostrato, non serve a niente. Se questi ragazzi sono arrivati in modo così intenzionale a compiere quasi un omicidio, prima di concedere misure alternative – come la messa alla prova – bisogna fare un’accurata analisi delle loro personalità. Se la violenza è radicata e strutturata, occorre intervenire prima con una sanzione, poi con la rieducazione”.

Gli avvocati potrebbero richiedere la “messa alla prova”, come avvenuto per i cyberbulli di Carolina Picchio. Cosa ne pensa?

“Alcuni ragazzi hanno un disturbo conclamato, sono profili criminali, e sono capaci di strumentalizzare le misure alternative al carcere: le vedono come un premio da cavalcare. Se, invece, l’aggressività è occasionale, la messa alla prova prova può portare a renderli consapevoli”.

Le è capitato di avere in terapia ragazzi così violenti? Quali tasti vanno toccati per rivoluzionare il loro spirito?

“Io cerco di dare un’altra direzione ai ragazzi, così la loro violenza gratuita diventa altro. Questi profili rimangono sempre reattivi, svegli e fanno sport fisici: non diventeranno mai agnellini. Alcuni capiscono che la violenza fine a se stessa è un’ingiustizia rispetto alla violenza dovuta ad una reazione. Quando succede, il lavoro terapeutico è arrivato ad un punto cruciale. Dopo questo passaggio, i bulli riconoscono la violenza negli altri e tutelano i più deboli, non abusano più del loro ruolo”.

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