sparare pistola

Non si diventa assassini per colpa del bullismo


Riprendo integralmente una mia riflessione pubblicata sul mio blog AdoleScienza de L’Espresso online scaturita dopo l’ennesima persona che mi ha chiesto se per colpa del bullismo si possa arrivare a commettere una strage come quella di Monaco, per cui credo importante fare alcune precisazioni.

È indubbio che il bullismo sia un comportamento aggressivo intenzionale messo in atto nei confronti di una persona che va a ledere gli aspetti più profondi della psiche, tra cui l’autostima e la sicurezza personale. Viene vissuto come una persecuzione sistematica, ci si sente un bersaglio, non si è in una condizione di reagire, si subisce l’ingiustizia che si vive e si sperimenta una profonda impotenza alla quale non si riesce a reagire. Per questa ragione, se queste vessazioni perdurano anche anni e continuano anche quando si cambia scuola e compagni, si hanno degli esiti psicopatologici non indifferenti.

In tutti questi anni di lavoro con le vittime di bullismo ho visto bambini e adolescenti con attacchi d’ansia, che non credevano più in se stessi e nella amicizia, fino a vedere nero, senza una via d’uscita, a isolarsi, a chiudersi nel proprio mondo, a non dormire, a tagliarsi e farsi del male da soli per scaricare quella rabbia e frustrazione accumulata negli anni per le aggressioni, anche perché nessuno riesce a cogliere i loro segnali, a comprendere il loro dolore e ad aiutarli.

 

Purtroppo tutto questo attecchisce spesso e volentieri in un terreno fertile in cui ci sono dei tratti di personalità e degli aspetti emotivi e comportamentali che fanno da esca, che attirano gli squali pronti ad attaccare e aggredire chi, ai loro occhi, è “diverso”. È importante sottolineare che “diverso” è anche chi ha un problema psichico, una malattia fisica o mentale, chi è disadattato che scatena l’ilarità e la cattiveria dei bulli, non per forza come si pensa il ragazzo remissivo o introverso, sensibile o con qualche difetto fisico.

 

È indubbio che tutto questo abbia acceso una miccia di un esplosivo già pronto a saltare in aria. Una famiglia che probabilmente non era in grado di corrispondere ai bisogni di un figlio problematico, disadattamento emotivo e sociale, rifiuti e fallimenti, caricano a pallettoni chi è già predisposto, anche se non “generano” ciò che non c’è.

 

Il bullismo lascia un vissuto traumatico notevole e in una psiche particolarmente labile e vulnerabile può generare una sorta di fissazione al trauma, significa che ciò che si è vissuto non si riesce ad elaborare, rimane dentro e le emozioni negative non trovano uno sblocco, vengono proposte e riproposte in tante azioni e comportamenti che non trovano mai quell’appagamento tanto sperato e ogni volta la sensazione di fallimento aumenta, insieme alle aspettative di riuscire a ribaltare la situazione. Si vive quella terribile sensazione di impotenza che diventa una compagna di vita. Si leggono notizie, si guardano e riguardano le immagini di coloro che hanno deciso di fare una strage, c’è una sorta di contagio ma semplicemente perché si tratta di una personalità già predisposta, estremamente fragile da un punto di vista clinico e propensa anche ai tratti psicopatici. Significa che vedere quei ragazzi con un fucile in mano viene interpretato in maniera completamente distorta ossia come una condizione di estrema potenza. Tu che metti paura agli altri, vedi il terrore negli occhi della gente, sei tu che lo causi, tutta quella paura che hai vissuto giorno dopo giorno.

 

Solo una psiche distorta legge in quelle stragi un modo per uscire da quella condizione di impotenza. Con una pistola in mano ci si sente potenti, si decide della vita e della morte di un’altra persona e questo credetemi non è il bullismo che lo scatena, è uno degli eventi che hanno contribuito, ma non è la causa, lo è purtroppo il suo stato psichico, i fattori individuali e sociali. Si arriva a tutto questo quando il mondo interno è completamente scollato dalla realtà. Significa che questo omicidio è stato covato durante tutti gli anni precedenti, gli anni del dolore, che hanno portato a commettere una tale atrocità prima di farla finita e di decidere anche di togliersi la vita.

 

Per questa ragione bisogna formare genitori, educatori e insegnanti a riconoscere i segnali emotivi e comportamentali di eventuali psicopatologie, informare le famiglie a non sottovalutare determinate condizioni psico-fisiche, a fare attenzione durante la crescita ad adottare uno stile educativo supportivo e sostenitivo perché in tanti casi si può intervenire prima che accada il peggio.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

Direttore AdoleScienza.it

 

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