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Sbattere i dodicenni in galera non risolve il problema delle baby gang


È vero che stringersi come una morsa intorno alla devianza minorile e togliergli l’illusione della impunità e degli sconti di pena rappresenta un deterrente importante, ma bisogna sradicare il germe della violenza dalla radice.

Abbassare il limite dell’imputabilità da 14 a 12 anni perché oggi, sotto i 14 anni chi commette un reato non viene assoggettato a pena; escludere le premialità, cioè sconti di pena o altri benefici previste per i reati compiuti dai minori se c’è l’aggravante dell’associazione, cioè del branco e dimostrare con prove più stringenti l’incapacità di intendere e volere sono alcuni dei punti presenti nella proposta di legge della Lega per contrastare le  baby gang e la devianza minorile con i quali sono in accordo.

La proposta prevede anche la reintroduzione della educazione civica come materia scolastica. Il ruolo della scuola è fondamentale in termini preventivi e prognostici per cui lo rivaluterei in maniera più efficace e diretta. Non è qualche ora di educazione civica che può “risolvere” il problema.

I comportamenti antisociali sono l’esito di una problematica di disadattamento che prosegue in maniera più o meno nascosta per tanto tempo; è tipico in questi casi il disadattamento legato al mancato rendimento scolastico. La scuola, infatti, è uno dei luoghi principali in cui si manifestano i primi disagi per questo deve rivestire un ruolo primario.

La devianza minorile ha un costo troppo elevato

La devianza giovanile è un problema di rilevanza nazionale che ha dei costi umani, e non solo, piuttosto alti, sia per autori, vittime e familiari, che per le Istituzioni.

Per capire quanto sia fondamentale una riforma in merito alla imputabilità minorile dobbiamo partire dal comprendere quando sia diffusa e radicata la devianza e criminalità.

Il concetto di devianza abbraccia tutti quei comportamenti che implicano l’allontanamento e/o una violazione dalle norme socialmente accettate, ma anche tutte le forme di disadattamento e trasgressività, e corrisponde all’acquisizione di un ruolo o di una identità sociale, che può essere individuale o di gruppo, che si raggiunge mediante la messa in atto di comportamenti che infrangono una norma socialmente accettata e condivisa.

In adolescenza tali comportamenti si possono manifestare con modalità che si differenziano per persistenza e gravità, da atteggiamenti più di natura oppositiva, quali il disobbedire o mentire, la violazione di leggi, l’uso e l’abuso di sostanze stupefacenti, il vandalismo e la violenza contro la persona.

Oggi ci troviamo con sempre maggiore frequenza davanti a gruppi di adolescenti che si uniscono e si strutturano con dei comportamenti devianti, sistematici e ripetitivi con evidenti finalità violente: aggressioni, furti, vandalismo, stupri, omicidi e spaccio di droga. Questo rientra in quello che propriamente viene definita microcriminalità organizzata.

I reati minorili sono notevolmente in aumento, soprattutto quelli violenti, contro la persona, e l’età dei minori coinvolti è sempre più bassa, sono implicati ragazzi di tutti i ceti sociali ed è in crescita anche il numero di ragazze coinvolte in azioni criminali.

Quello che è cambiato nel corso degli anni è anche la trasversalità dei comportamenti criminali minorili che non sono più circoscritti a specifiche situazioni o ambienti socio-culturali e l’età dei ragazzi veramente sempre più bassa, troppe volte sotto l’età dell’imputabilità. Sono baby criminali, che non sono poi così tanto baby, che agiscono da grandi criminali con la stessa freddezza ed efferatezza.

Se cambia tutto il sistema e l’ambiente in cui i ragazzi nascono e crescono, cambiano le risposte all’ambiente e la capacità di adattamento. C’è una adultizzazione precoce sotto tanti punti di vista, nonostante ci sia anche un infantilismo da un punto di vista emotivo, ma è indubbio che ci siano tanti ragazzi che facciano consapevolmente leva sul fatto che “nessuno gli possa fare niente” sotto i 14 anni.

Coscienti e consapevoli, con carriere devianti ben definite e strutturate, usati dalla criminalità organizzata e rinforzati dagli sconti di pena, dai “premi” e dall’impunibilità.

Ogni minore ha un suo percorso, è vero, ed altrettanto corretto sottolineare la difficoltà nell’età dello sviluppo di parlare di tratti più stabili e comportamenti radicati, però ci sono tanti ragazzi che sanno cosa sia lecito o illecito, che sanno discernere da ciò che è giusto e ingiusto, che mettono in atto comportamenti violenti e devianti in maniera intenzionale e quindi potrebbero rispondere dei reati che hanno commesso.

E’ una diatriba che va avanti da numerosi anni, autori estremamente autorevoli come Paulina Kernberg o Efrain Bleiberg, già dagli anni 2000 e 2001 parlano di Disturbi di Personalità nei bambini e negli adolescenti. L’aggressività intenzionale e pianificata nei bambini è un segnale precoce che può favorire lo sviluppo di una personalità antisociale o la messa in atto di comportamenti antisociali.

E’ lì che dovremmo intervenire, quando ci troviamo davanti ai segnali NON ai SINTOMI. La prevenzione deve partire dalla scuole dell’infanzia, non quando i comportamenti sono già radicati.

L’illusione dell’impunità

È vero che stringersi come una morsa intorno alla devianza minorile e togliergli l’illusione della imputabilità e degli sconti di pena rappresenta un deterrente importante, ma è anche vero che se non sradichiamo il germe della violenza dalla radice, non saremo MAI e poi MAI in grado di contrastarla, anche perché i comportamenti aggressivi e violenti hanno una traiettoria evolutiva ben definita e chiara agli esperti.

Quando parliamo di comportamenti aggressivi, parliamo di specifici percorsi a rischio; significa che ci sono dei fattori che interagiscono tra loro e fanno presagire, in base ad un modello multifattoriale e probabilistico, quelle che possono essere delle condotte violente in epoche successive. Come sottolinea Kernberg, i bambini antisociali hanno un modo particolare di stabilire amicizie, possono, infatti, essere coercitivi, controllanti e non empatici con i loro pari, inoltre sono più pronti ad ingannarli, sfruttarli ed abbandonarli improvvisamente, come se non fossero mai stati importanti per loro.

Quando si arriva in così tenera età a commettere determinati comportamenti in maniera intenzionale, si deve ragionare sulla struttura di personalità di questi ragazzi, sul fatto che stanno organizzando una condotta violenta e aggressiva che si cronicizza nel corso del tempo e diventa sempre più sistematica e persistente.  

Moffit sottolinea anche un aspetto estremamente importante di cui possiamo tenere conto quando parliamo di imputabilità minorile e opera una distinzione molto importante soprattutto in termini di trattamento e prognostici, tra un comportamento: antisociale occasionale, definito adolescent-limited,  e uno più grave, già cronicizzato all’interno della struttura di personalità, denominato life-course persistent.

Quando si parla di abbassamento dell’età dell’imputabilità si deve però fare una specifica importante in termini di valutazione delle caratteristiche individuali e di personalità. Non tutti gli adolescenti sono uguali e non si può fare di tutta un’erba un fascio. Si devono valutare tutta una serie di variabili individuali, ambientali e sociali per poter definire il grado di maturità psichica e di capacità di intendere e di volere.


Il ruolo del branco

Questi comportamenti vengono spesso commessi in branco, il gruppo rinforza, porta a fare cose che da soli non si farebbero, si abbatte la paura, sempre che ne abbiano ancora, esalta perché ci si fortifica a vicenda e soprattutto aiuta a dividere la responsabilità di ciò che si sta facendo con tutti i membri del gruppo.

Le baby gang, infatti, hanno generalmente finalità distruttive e violente, facilitate anche dalla deresponsabilizzazione tra i membri del gruppo perché attraverso questo processo non si ha una chiara valutazione delle conseguenze delle proprie azioni.

È in aumento il numero di adolescenti che utilizza le armi (7%), che partecipa a risse (20%), e che aggredisce intenzionalmente solo per il gusto di fare male (10%), come riportano i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza che presiedo e che monitora i disagi e i comportamenti devianti degli adolescenti.

E’ una aggressività fredda e troppe volte  ha come scopo quello di danneggiare la vittima per un puro e proprio divertimento. Un’assenza totale di riconoscimento della gravità delle proprie azioni, nascosta dietro un “stavamo giocando”, accompagnata da meccanismi di disimpegno morale basati sulla distorsione delle conseguenze, in grado di alterare gli effetti dell’azione stessa, che portano i minori a deresponsabilizzarsi e ad “alleggerirsi” la coscienza.

Non siamo solo in presenza di una scarsa o assenza di capacità di riflettere sulle proprie azioni, ma anche di bassi o inesistenti livelli di colpa. C’è un distacco emozionale, non c’è un contatto con la vittima. E’ deviata la componente emozionale che sostiene la scelta di un comportamento piuttosto che di un altro.

Ciò che fa riflettere è la facilità con cui si aggredisce un coetaneo senza un minimo di rimorso e in maniera sempre più efferata. Non hanno il concetto del “limite” e del “rispetto”, privi dei quali siano le regole della convivenza e non hanno contezza della gravità degli atti che stanno compiendo. Il problema di questi adolescenti che agiscono in branco o in bande, è che non hanno più paura dell’autorità in generale, che sia scolastica o genitoriale.

Il fatto di aver più timore delle conseguenze delle proprie azioni, delle sanzioni, di far del male, dei propri genitori, li porta ad affrontare l’autorità, tante volte a sfidarla attraverso tutta una serie di comportamenti antisociali. La paura è quell’emozione primaria che ci fa mettere uno stop, che ci fa mettere dei limiti e ci fa capire che oltre non ci dobbiamo spingere.


Ragazzi figli di un sistema che ha fallito

Ecco perché sostengo che abbia fallito non solo il sistema famiglia, ma anche quello scolastico e quello giuridico. Troppo impuniti e consapevoli dei loro diritti e della loro impunibilità e, nello stesso tempo, abbandonati a loro stessi e al loro destino in tanti casi, senza altre alternative.

Se però, non hanno spazi, se non hanno risorse, se il territorio non gli offre niente, gli rimane solo la strada, e la strada è questa, se vengono educati da mamma strada non andranno molto lontano perché agiscono nella totale (in)consapevolezza di essere violenti.

L’ambiente in cui si cresce rappresenta un fattore di rinforzo pesantissimo nello sviluppo. Sono bambini e adolescenti che non hanno riferimenti autorevoli.

Se vogliamo apportare un vero cambiamento dobbiamo distanziarci da una mentalità che guarda solo il singolo episodio di violenza e imparare ad analizzare la cornice in cui agiscono questi ragazzi, il contesto in cui si muovono e creare alternative che gli diano nuove possibilità.

di Maura Manca

L’articolo è stato pubblicato sul mio Blog dell’AGI in data 15 febbraio 2019:

https://www.agi.it/blog-italia/idee/baby_gang_processare_dodicenni-5005631/post/2019-02-15/