pistola

Siamo il popolo del “dopo”, della condanna e della compassione. E il prima?


Ho taciuto fino ad ora, il silenzio credo rappresenti una delle più alte forme di rispetto per il dolore altrui. Nonostante io provi un invadente e scomodo dispiacere per l’accaduto, da persona, madre e professionista, ritengo doveroso condividere riflessioni nate in me proprio nell’assordante silenzio delle mie parole.
E allora, in primo luogo, il mio animo va al dolore, solo immaginabile, di tutti coloro che hanno amato ed amano Emanuele. Chi potrà mai consolare questi genitori? Chi potrà alleviare il dolore per questa ferita emotivamente mortale? Credo nessuno e nulla. Un secondo prima ha segnato irreversibilmente un indefinito e terribile dopo, un tempo che indosserà inevitabilmente le cicatrici di un non esserci più, di un perché che non ha risposte giustificabili e condivisibili. No, non ce ne sono.
Spero, dal profondo del mio animo, che questi cuori tumefatti possano riprendere forma, in qualche modo, nel ricordo, nella bellezza, in un sorriso o in un abbraccio scambiato di sfuggita o goduto fino in fondo. Perché questo può rimanere… Il ricordo , il tempo insieme, l’esserci stati.
Ora è tempo di rabbia, di dolore, di giustizia, di pene, di vuoti e di lacrime.

Le domande sono sempre le stesse : ” Perché ? Com’è possibile? Si può arrivare a tanto? Che sta succedendo? “.
Siamo il popolo del “dopo”, della condanna, della piazza, della giustizia d’emergenza, della compassione, delle condoglianze. E il prima? Ci porterebbe a riflettere , ponendoci domande del tipo:
“Perché tanta violenza? Perché tanta rabbia? Quali limiti, quali confini? “.

Per chi agisce annientando l’altro non ci sono limiti, confini. Non ci sono mai stati , forse. Ci sono gli eccessi, quelli sì, quelli farciti di altrettanta aggressività, rabbia, necessità di distruggere l’altro , essere non ritenuto e pensato umano, solo un fastidio da eliminare, smembrare, spezzare, far scomparire. Un veicolo attraverso il quale sfogare e sfogarsi, buttare fuori, gridare con pugni e calci un accumulo di note stonate, scollegate, stridenti. Un branco bulimico di violenza e anoressico d’amore.

Un branco fatto di elementi anestetizzati , mai nutriti dall’amore, dall’accoglienza dal dialogo, dal confronto rispettoso, insieme nel degrado emotivo , solo e allo sbando in ogni sua individualità.
C’è chi viene sbranato e chi soffrirà per la “non vita ” di chi continua a respirare nel cuore di chi ama e saprà amare ancora colui o colei che non potrà più abbracciare. C’è chi pagherà per non aver ricevuto l’indicazione adeguata per la strada del rispetto. Tra pochi giorni sarà tutto finito, la famiglia , scortecciata dal dolore , dovrà ripartire, ricostruire da macerie polverizzate, daccapo , si può ? Solo loro sapranno.
E non se ne parlerà più , non ci chiediamo da dove partire, non ripartire, perché c’è da costruire , nuovamente. Famiglia, scuola, agenzie educative, una rete fallata , uno Stato che non sa ( o non vuole ?) riparare, ricucire, solo allargare buchi che stanno diventando voragini.

I pochi non bastano per i molti , l’insieme potrebbe , non una residuale parzialità di buon intenzionati che stentano a seminare terreni troppo estesi. I grandi viaggi iniziano da piccoli passi, è vero, ma in questo modo tutto assume le sembianze di un incerto senza fine se non si procede insieme, in gruppo non in branco.
Spesso manca il rispetto, la relazione, lo stare insieme, l’ascolto, un sano ed utile confronto. Troppi “portatori sani “di violenza , anche se non lo sappiamo e non lo sanno , o forse sì, ma esserne consapevoli è altra cosa.
E questa ignoranza continua a mietere vittime. E chi soffre non è, quasi mai , chi decide.

di Marcella Ciapetti