sparare

Uccidere per un like. Forza o debolezza? Come si arriva a tutto questo e qual è il ruolo dei social?


Stiamo assistendo ad un’escalation di violenza sia rivolta verso se stessi che verso gli altri da parte di ragazzi sempre più piccoli di età. Ci muoviamo tra l’autolesionismo, le challenge assassine, al cyberbullismo, alla revenge porn, fino ai sempre più frequenti casi di omicidio commessi da adolescenti stessi. Suicidi e omicidi in rapida ascesa, due facce estremamente preoccupanti della stessa medaglia che aprono le porte ad una violenza senza precedenti, che nasconde una gran debolezza e dei grandi vuoti interni che fanno crescere troppi ragazzi in certo senso allo sbaraglio, senza punti fissi di riferimento e senza un dovuto contenimento emotivo e fisico in grado di aiutarli a definire i confini psichici e la stabilità interna.

I social poi, oggi, fungono da amplificatore dei problemi, tutto è in vetrina, tutti possono vedere tutto, parlare, criticare, giudicare, condividere. Il ruolo nel gruppo si acquisisce sui social e nelle chat, per cui like, commenti, follower sono sinonimo di approvazione e riconoscimento. Non si può sbagliare neanche sui social, anzi, soprattutto nel web, dove tutti vedono e sanno. Non è più un rapporto uno ad uno, è un rovinare una reputazione pubblicamente, è fare un affronto davanti a tutti, è mancare di rispetto davanti alla comunità social. Tutto questo amplifica il problema e facilita a portare a commettere anche atti macroscopici, più manifesti, proporzionati all’affronto pubblico e gravi, come l’omicidio o l’aggressione fisica.

Sembra assurdo arrivare ad uccidere per un like, ma oggi, purtroppo, si può arrivare pure a sparare a sangue freddo ad un coetaneo per futili motivi.

Ovviamente sono ragazzi che hanno già una sensibilità e una attitudine alle armi, per via di un apprendimento indiretto (lo hanno visto fare) o diretto (lo hanno fatto loro o lo hanno subito).

Sono ragazzi cresciuti in un ambiente che non gli ha dato altri strumenti, se non un’assenza di empatia, di risorse verbali per gestire le frustrazioni ed elaborare i problemi in altro modo. Non hanno un senso morale e sono ragazzi che NON HANNO UN SENSO DELLA DIMENSIONE, fattore fondamentale per riuscire a porsi delle domande quando serve, dei limiti e a contestualizzare, mettendosi anche nei panni dell’altro, valore purtroppo quasi completamente perso. Dimensione significa essere in grado di valutare tutte le grandezze, l’entità di ciò che si sta facendo e di conseguenza anche gli esiti, a breve e a lungo termine. Non hanno il senso dei danni oggettivi che possono realmente fare, come con la tecnologia, nel caso del cyberbullismo, per esempio, non hanno il senso di quante persone possano essere coinvolte nel fenomeno, della portata che possono raggiungere e di quanto i social e le chat siano un amplificatore del problema.

NON HANNO UN SENSO DELLA MISURA, non capiscono dove finisce lo scherzo e inizia la prevaricazione, dove non è più un gioco, dove può diventare un dramma. Infine, NON HANNO UN SENSO LOGICO NEL FARE LE COSE.

Il fattore più preoccupante è relativo al fatto che l’età dei minori coinvolti è sempre più bassa, sono implicati ragazzi di tutti i ceti sociali ed è in crescita anche il numero di ragazze coinvolte in atti devianti ossia tutti quegli atti che implicano l’allontanamento e/o una violazione delle norme socialmente accettate e anche tutte le forme di disadattamento e trasgressività. Ragazzi apparentemente normali, che sembrano integrati e non così problematici che arrivano a fare delle cose che non sono talvolta pensabili. Questo è l’aspetto che spaventa di più e che non si sa comprendere e gestire.
Le emozioni che accompagnano questo tipo di atti violenti, finalizzato a soddisfare un bisogno personale, sono spesse volte correlate a stati d’animo transitori, come gli scatti d’ira o di collera. Molto spesso si vive il rifiuto a livello personale e non a livello relazionale, si può vivere una sorta di ferita narcisistica per cui l’atto violento può rappresentare una sorta di riscatto sociale e morale. Non posso tollerare un “no” perché lo vivo come un rifiuto o un fallimento personale. In questi casi ha molto peso anche il gruppo dei pari, il ruolo sociale che la persona riveste e il contesto familiare.

Cosa scatta nella loro testa?

Sembra che ormai la vita non abbia più il peso di prima e i bisogni, lo spazio, il rispetto dell’altro non esistono più. Spesso si attivano anche meccanismi di giustificazione morale che influiscono sull’interpretazione del comportamento, per cui, il danno arrecato alla vittima viene reso accettabile sottolineando gli scopi meritevoli dell’azione agita o meccanismi di disimpegno morale, basati sulla distorsione delle conseguenze, in grado di alterare gli effetti dell’azione stessa. La persona presa di mira diventa l’oggetto della violenza e viene deumanizzata, cioè spogliata della sua dignità tale da escludere, nei suoi confronti, qualsiasi sentimento di identificazione.
È assurdo pensarlo, ma tante volte il riscatto personale prevale sulla vita dell’altro.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza