pedofilia e abusi sessuali

Un corpo oggetto. Le violenze sessuali di gruppo in adolescenza


In questi giorni sono balzati agli occhi raccapriccianti episodi raccontati dalla cronaca di adolescenti “normali” che agiscono violenza e non capiscono cosa ci sia di male in quello che fanno, che si comportano in un determinato modo senza avere la consapevolezza che il corpo che stanno usando non è una bambola gonfiabile, non è un involucro privo di emozioni e di sentimenti e di memoria dalla quale niente e nessuno cancellerà quelle immagini, quei suoni, quegli odori, quella sensazione di schifo sulla pelle e quella paura del contatto.

Troppe adolescenti vivono le violenze che subiscono in silenzio

Il problema più grave e rilevante di cui NON si parla perché siamo nel Paese dei numeri, è che questi casi che arrivano alla cronaca sono veramente solo la minima punta di un iceberg. Ci sono tantissime adolescenti che subiscono violenze da parte dei coetanei, dati che emergono durante le sedute di psicoterapia, nei colloqui nelle scuole, dalle indagini e dagli interventi. Sono tantissime le ragazze che subiscono anche tentativi di violenza e questo non significa che il trauma non rimanga e che facciano meno male. Tantissime di loro hanno paura di parlare e decidono di vivere con questo dramma interiore.

Hanno paura di deludere i genitori, si vergognano da morire di ciò che gli è accaduto, hanno timore delle loro reazioni. La violenza sessuale diventa un dramma per la famiglia. Si sentono profondamente in colpa per ciò che gli è successo, hanno anche paura di essere sgridate, ma soprattutto di NON essere comprese nella loro profondità. Non tutte le ragazze che subiscono questo tipo di violenze hanno la fiducia di parlare immediatamente con un genitore che le prende per mano e le aiuta e sostiene, condizione che aiuta tanto psicologicamente perché si ha la percezione di avere un sostegno e di non essere completamente sole.

Mi è capitato tantissime volte di lavorare con adolescenti violentate da adulti e da coetanei, da singoli e da gruppi, il loro corpo ricorda, parla, ci sono dei segnali indelebili che agli occhi di un clinico esperto sono veramente palesi. Le ho aiutate a tirar fuori senza vergogna, a riprendere la fiducia in loro stesse, a farle capire che la colpa non è la loro e a sconfiggere la paura. “Tu mi capisci?”, “Tu capisci cosa provo”, è quell’aggancio che permette di far riaprire quelle porte per far entrare nuovamente dentro qualcuno, per fidarsi, per poter riniziare a vivere.

Un altro aspetto devastante è che spesso i ragazzi che perpetrano la violenza, si conoscono, si consideravano “amici”, facevano parte del gruppo dei conoscenti, magari c’era anche il ragazzetto che piaceva di cui si cercava di attirare l’attenzione e addirittura ci sono anche tanti “fidanzati” che regalano la fidanzata agli amici, condizione ancora più umiliante e invasiva a livello psicologico. “Io mi fidavo di lui, era il mio fidanzato, ci sono andata perché non avrei mai pensato che lui mi potesse far del male, quando ho capito non ci credevo, sono rimasta bloccata, in quel momento non sapevo cosa fare, lui che mi avrebbe dovuta proteggere mi stava facendo quello”, sono le parole che mi disse una ragazza di 16 anni.

Cosa succede quando la vittima e il bersaglio del branco è un ragazzo?

Quando l’oggetto della violenza è un maschio, e a violentarlo sono i coetanei stessi, è un’esperienza ancora più devastante perché non ci si aspetta minimamente che il branco possa arrivare a tanto e arrivare ad abusare del suo corpo da un punto di vista sessuale, mentre si è più predisposti ad accettare una violenza di tipo fisico. C’è un’umiliazione profondissima, una devastazione psicologica totale, perché si viene spogliati, in tutti i sensi, della propria dignità e delle proprie caratteristiche legate all’umanità e al rispetto della persona. Inoltre, insieme alle umiliazioni fisiche e sessuali ci sono anche quelle psicologiche, dove i coetanei in gruppo infieriscono anche da un punto di vista emotivo con insulti, prese in giri, derisioni nel vederlo soffrire e umiliato. La violenza di tipo sessuale corrisponde, quindi, alla sottomissione massima della sopraffazione del branco, perché si rende la persona completamente succube e soggiogata, sia da un punto di vista psichico che mentale. Ovviamente, se queste prevaricazioni vengono messe in atto in maniera ripetuta e sistematica, hanno un impatto ancora più devastante con ripercussioni gravissime sulla vittima.

Chi sono questi ragazzi violenti?

Sono i famosi ragazzi “normali”, basta pensare ancora di cercare solo i quartieri a rischio, gli adolescenti cresciuti a pane e violenza, parliamo di coloro che sono cresciuti nelle continue giustificazioni genitoriali, che non sono responsabilizzati, figli di una generazione che perde i valori e il senso di sé anno dopo anno, di genitori social e sempre di fretta che hanno solo il tempo di incolpare gli altri e di non vedere come stanno crescendo i loro principini.
Sono ragazzi che non hanno la percezione di quanto hanno commesso, ma questo NON può e NON deve giustificarli, NON significa niente, non si rendono conto della gravità e delle conseguenze nefaste delle loro azioni sulla psiche di una povera ragazza umiliata in quel barbaro modo.
Attuano dei meccanismi di disimpegno morale, viene “spogliata” dei suoi aspetti più umani per cui si può arrivare ad usare come oggetto, in base al proprio piacimento. Per questi ragazzi, esiste solo il qui ed ora, viene visto solo il momento in cui si stanno commettendo le cose, non ciò che può comportare. Non c’è l’altro, il suo stato d’animo e il fatto che tutto quello che stanno facendo ha delle conseguenze. Manca completamente l’empatia, non ne hanno consapevolezza, non sono abituati a mettersi nei panni dell’altro, troppo spesso tutto è gli è permesso e tutto gli è dovuto.

 E i genitori?

Sono figli di genitori che giustificano troppo il comportamento dei figli, che lo definiscono una “ragazzata”, siamo ancora nella cultura del “è colpa della ragazza perché si è vestita in modo sconcio”, del “provoca con il suo comportamento”, di una cultura ancora troppo maschilista, come se vestirsi in un determinato modo possa significare e voler dire poter abusare di una persona e del suo corpo. Sono genitori che non responsabilizzano i figli, che non fanno capire nella vita cosa significa avere dei limiti, dei doveri, delle regole e soprattutto dei valori. Deresponsabilizzano i figli, è sempre colpa di qualcun altro, non vogliono vedere che in questo modo, senza considerare l’altro e gli esiti del proprie azioni, li hanno educati proprio loro, i famosi genitori che non si assumono le loro responsabilità e che non vogliono vedere la gravità della situazione.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza