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Violenza, sempre più adolescenti a rischio


Non solo bullismo e cyberbullismo. Quella che comunemente chiamiamo violenza può assumere tante altre forme, prendendo di volta in volta le sembianze dello stupro, dello stalking, dell’autolesionismo o di quella che diffusamente viene definita come “revenge porn”, ovvero la condivisione pubblica non autorizzata di immagini e video intimi tramite Internet per vendetta.

Ad essere coinvolti non sono solamente gli adulti, come spesso erroneamente si pensa, ma anche gli adolescenti che sempre di più mettono in atto comportamenti aggressivi a scuola, in famiglia, in gruppo e addirittura in coppia, senza avere spesso la consapevolezza della gravità delle loro azioni.

Quelle storie di ordinaria violenza di cui quotidianamente si sente parlare attraverso i media, che raccontano di mariti che maltrattano, perseguitano e uccidono le loro mogli, in realtà riguardano anche i nostri ragazzi.


Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, 2 adolescenti su 50 hanno subìto aggressioni fisiche dal proprio partner già a partire dai 14–15 anni, 1 adolescente su 10 ha paura della persona che ha a fianco e 3 ragazzi su 50 si sentono incastrati nella propria relazione sentimentale perché vittime di minacce.


Ecco allora che limitarsi a fare una semplice fotografia della situazione non aiuta a risolvere il problema, ad impedire che i ragazzi si portino dietro quella aggressività anche in età adulta. Solo mettendosi nei panni dei protagonisti è possibile realmente capire il loro punto di vista, i meccanismi che scatenano la violenza e cosa prova chi la subisce.

È quello che fa Maura Manca, psicoterapeuta e presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, nel suo nuovo libro “Ragazzi violenti. Un viaggio nelle menti di vittime e aggressori”.

Dottoressa, com’è nata l’idea di realizzare questo libro?
“Finora ho sempre scritto libri utilizzando un linguaggio più tecnico e scientifico mentre questa volta ho voluto dare voce ai protagonisti, raccontando il mondo di ragazzi e ragazze che ho seguito in tutti questi anni di lavoro clinico. Mi sono mimetizzata dietro ogni personaggio, cercando di prendere per mano il lettore e aiutarlo a maturare una profonda consapevolezza di quanto la violenza sia radicata nelle menti di questi ragazzi, di quanto sia sottovalutata e diffusa. Ciò che accomuna il loro vissuto è il senso di solitudine, l’assenza di ascolto e di comprensione”.

Perché i nostri ragazzi sono così violenti?
“Nei racconti del libro emerge chiaramente il ruolo fondamentale giocato dagli adulti, sia genitori che insegnanti, troppo spesso presenti nel modo meno corretto. I ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento e di adulti che li contengano emotivamente; invece si ritrovano a vivere in un contesto povero di valori, dove scuola e famiglia, le principali agenzie educative, piuttosto che collaborare ed essere alleate, sono spesso in conflitto e non danno più stabilità”.

In generale esiste un modo per capire se un ragazzo è violento?
“Spesso i ragazzi che mettono in atto comportamenti violenti sono figli di un’assenza di pilastri educativi, di modelli autorevoli, figli del conflitto, della disgregazione familiare, scolastica e sociale. Si tratta di giovani che ritengono il loro comportamento un banale gioco e un momento di divertimento, senza conoscere il rispetto per se stessi e gli altri. Il problema è che, la maggior parte delle volte, la violenza è nascosta dietro un’apparente normalità ed è per questo che diventa così difficile comprendere il senso del suo dilagare fin dalla più giovane età”.

Nel suo libro lei non parla solo di bullismo, stupro, stalking, femminicidio ma anche di una forma di violenza oggi poco conosciuta, ovvero l’autolesionismo. Perché questi ragazzi invisibili, come li chiama lei, si infliggono del male da soli?
“È fondamentale anzitutto sottolineare che esistono numerose forme di violenza rivolte verso se stessi. Nel libro ho voluto descrivere come nasce un autolesionista, quanto sia difficile la vita per questi ragazzi, quanto la rete rinforzi i loro comportamenti, quanto sia marcata la relazione con il bullismo e soprattutto quanto la scuola e la famiglia non siano pronte ad affrontare questo tipo di condotte. In Italia, nonostante sia un fenomeno molto diffuso, non si vuole parlare di autolesionismo e non si fa prevenzione e questo porta i ragazzi ad aver paura del confronto, a nascondersi nei rifugi virtuali, nei social e nei gruppi pro-autolesionismo. I ragazzi che arrivano ad avere comportamenti autolesivi lo fanno perché ne hanno bisogno, perché sentono un impulso irrefrenabile che non sanno controllare, una sofferenza interna che non sono in grado di gestire, che li invade e che devono scaricare sul corpo. È proprio il corpo, infatti, che racconta il loro dolore interno; ogni segno e ogni cicatrice rappresenta una ferita aperta, racchiude un’emozione che ha preso il sopravvento e che li ha schiacciati da un punto di vista psicologico, rappresenta l’unico modo per loro di esprimere una sofferenza altrimenti indicibile. Togliamoci dalla testa che chi mette in atto questi comportamenti in maniera sistematica lo faccia per attirare l’attenzione. Questi ragazzi vivono in profondo conflitto, con la paura di non essere compresi e di essere scoperti, si sentono stigmatizzati ed emarginati dalle famiglie, dalla scuola e dalla società”.

Tra tutte quelle che lei ha raccontato c’è una storia in particolare che l’ha coinvolta e colpita di più?
“Sono tutti racconti molto veri, toccanti, che entrano nel profondo della sfera emotiva delle persone. Sicuramente la storia della ragazza che si racconta nel suo farsi del male, che spiega il suo mondo interiore, è sicuramente una delle più forti del libro. L’autolesionismo è troppo sottovalutato e poco compreso in particolare perché è difficile accettare che un ragazzo possa essere così violento verso se stesso e che possa gestire attraverso i tagli e le ferite la propria sofferenza interna”.

Per concludere dottoressa, come si può intervenire per arginare questa violenza dilagante?
“Se vogliamo apportare un vero cambiamento dobbiamo anzitutto distanziarci da una mentalità che guarda solo il singolo episodio di violenza e imparare ad analizzare la cornice in cui agiscono questi ragazzi, il contesto in cui si muovono e creare alternative che gli diano nuove possibilità. Come sottolineo anche con il mio libro, se vogliamo davvero combattere la violenza, dobbiamo spogliare vittime e carnefici dei loro ruoli, ridare loro dignità, la possibilità di scegliere, di affrontare se stessi e il mondo circostante senza paura. Sempre più adolescenti crescono e vivono in un contesto sociale che usa il linguaggio della violenza a tutti i livelli, dove non si tende al confronto ma allo scontro. Se si continuano a sottovalutare questi fenomeni, metteremo sempre i cerotti mentre si dovrebbe affrontare il problema sul nascere, a partire dalle scuole primarie, lavorando realmente sulla prevenzione e sulla salute”.

Leggi l’articolo completo di Maria Lucia Panucci pubblicato su Infoestetica Magazine del mese di dicembre 2018:

https://mag.infoestetica.it/magazine-dicembre-2018/violenza