dipendenza affettiva

I love mamma e papà


L’adolescenza, è il periodo in cui tutto viene messo in discussione, in cui si lavora alla ricerca della propria identità, inciampando e rialzandosi, sentendosi travolti a volte da un vortice di forti emozioni e di dubbi, talvolta pensando di essere “onnipotenti”. Al termine di questa fase, il giovane dovrebbe essere pronto a vivere nell’indipendenza affettiva, come individuo autonomo, separato dai genitori.

In un testo dal titolo “L’adolescenza come fase di transizione. Aspetti e problemi del suo sviluppo“, pubblicato nel 2000 da Armano Editore, lo psicoanalista, Peter Blos, parla dell’adolescenza descrivendola come un momento di cambiamento che porta alla definizione del proprio carattere. Egli la mette a confronto con l’infanzia: il bambino infatti, dopo aver interiorizzato l’immagine della propria madre, si distacca da essa, per iniziare un percorso di crescita indipendente a livello psichico. Questo processo è stato definito da un’altra psicoanalista, Margaret Mahler, di separazione-individuazione. Durante l’adolescenza, secondo Blos, avverrebbe la seconda fase del processo di separazione-individuazione: come il bambino, anche l’adolescente si distacca dalle figure genitoriali, ormai interiorizzate, per iniziare a rivolgere la propria attenzione verso oggetti esterni alla famiglia.


In entrambi i momenti di vita, quindi, ai cambiamenti fisici devono seguire dei cambiamenti psichici. L’indipendenza che il giovane dovrebbe raggiungere, include anche quella legata a degli spazi propri, come per esempio l’uscire dalle quattro mura domestiche per intraprendere un cammino da adulti in autonomia. Da qualche anno, però, la crisi economica che ha invaso il nostro Paese, ha portato tanti ragazzi a rinunciare a tutto questo e a vivere anche in età adulta con i propri genitori.


“Ma perché dovrei andare via di casa? Per ora sto bene così!”

“Io vivo a Milano, lontano dalla mia famiglia, ma li sento due o tre volte al giorno, per sapere come stanno.”

 “Ho frequentato l’università a Roma, mi sono laureata e sono tornata al Sud per cercare lavoro. Sono due anni che non trovo nulla, ma qui sono con la mia famiglia, non devo sopportare spese per l’affitto o per i mezzi di trasporto. Non si sta poi così male, li aiuto per le cose pratiche da fare in casa, alla fine mi danno molto libertà.”

 MA TUTTI I GIOVANI CHE ANCORA VIVONO CON MAMMA E PAPA’ LO FANNO SOLO PER RAGIONI ECONOMICHE??

La risposta è no! Ci sono tanti giovani che, a prescindere dalle problematiche economiche, mantengono ancora il cordone ombelicale attaccato. C’è una dipendenza affettiva di cui spesse volte non si ha consapevolezza nei confronti dei propri genitori, c’è una paura di crescere e camminare con le proprie gambe, per il timore di fare quel “salto” che gli permetta di cambiare, com’è naturale che sia, il proprio ruolo all’interno di quella famiglia.

Da sempre la cultura del nostro Paese ha influito sull’educazione e sulle dinamiche intrafamiliari: genitori onnipresenti anche nella nuova famiglia del figlio, madri in preda all’ansia quando il figlio accenna di lasciare la casa per andare a vivere da solo e figli, a loro volta, attaccati più ai genitori che al proprio compagno o compagna. Negli ultimi anni ci sono stati tanti cambiamenti e oggi, a volte, si vorrebbe tornare indietro e vivere come un tempo: con semplicità, con genuinità, con rapporti reali e non virtuali, con abbracci veri e non sostituiti da pupazzetti colorati in un social network o faccine nelle chat. Sono gli anni in cui ci si sente più soli e allora si decide con scuse reali o apparenti di rimanere a vivere con i propri genitori e farsi “coccolare” ancora un po’.

In Italia, secondo le tavole allegate al Rapporto sulla coesione sociale, elaborate con i dati raccolti dall’Istat, sono quasi 7 milioni, i giovani tra i 18 e i 34 anni, che ancora abitano con almeno un genitore. Il fenomeno è molto più marcato al Sud e riguarda in particolar modo il maschio italiano che si conferma più attaccato a mamma e papà, rispetto alla donna (75% degli uomini contro il 61,3% delle donne). http://www.istat.it/it/archivio/79007

C’è da citare anche altri tipi di giovani che non sono menzionati nelle tavole e cioè coloro che escono di casa (fisicamente), ma che mantengono la dipendenza affettiva anche a chilometri di distanza: in tutti questi casi la fase di separazione-individuazione slitta di parecchi anni.

Cosa provare a fare?

Il timore inconsapevole, che può esserci sotto questo tipo di comportamento, può con il tempo far peggiorare le cose, fino a quando non si rimane come incastrati in una rete senza via di uscita e così l’abitudine e la paura di perdere l’altro, prendono il sopravvento. Si può provare, allora, a fare quel “salto”, che permetta di andare per la propria strada, senza pensare che in questo modo l’altro non ci sarà perché il legame deve essere mentale non fisico.

I genitori, da una giusta distanza, devono far in modo che il figlio vada liberamente verso la propria autonomia e verso la realizzazione dei propri sogni in maniera completamente indipendente da loro, ma con la consapevolezza di fondo, che per qualsiasi motivo ci saranno sempre. I figli a loro volta, consci del fatto che ci sia una base sicura su cui appoggiarsi (i genitori), devono cercare il coraggio di vivere e di “lanciarsi” per prendere finalmente il volo.

 

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