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Menti sotto assedio, il terrorismo è entrato nelle nostre vite e semina il panico anche quando non c’è


Il vero problema del terrorismo è che è entrato nelle nostre vite, ci sentiamo fondamentalmente sotto assedio, fragili e vulnerabili davanti a tutta questa follia e spietatezza, soprattutto dopo che sono stati colpiti anche i bambini. Da un lato dobbiamo imparare a convivere con il terrorismo, in quanto gli attacchi sono sempre più frequenti, meno organizzati, più legati a “lupi solitari”, dall’altro la nostra mente ha una potenza adattiva che ci porta a sopravvivere anche alla paura e ai pericoli imminenti. Tutto questo processo di adattamento e di attacchi alle nostre vite, però, diventa nel contempo un attacco alle nostre menti, menti che sono già provate da tante fatiche, già stanche, che combattono una lotta quotidiana. In questo contesto vanno solo a gravare e a rinforzare una condizione di stress già presente con degli esiti da un punto di vista psicologico e psicopatologico incerti, sia a breve che a lungo termine. Ci sentiamo impotenti davanti alla totale mancanza di controllo e di rispetto per l’umanità, ci sentiamo inefficaci, condizionati ed in mano a chi non dà importanza e valore alla vita, a chi ha come unico scopo la distruzione e la morte. Questa condizione spaventa indubbiamente più di tutte, l’essere in mano a chi vuole seminare il terrore per sete di conquista, di soldi, di potere, a chi non guarda in faccia nessuno, adulti e bambini, a chi colpisce nel cuore del divertimento, delle gioie, della vita.

È un dato di fatto che sia più pericolosa la vita di tutti i giorni, tra rischi di essere investiti, rapine, aggressioni e violenze in genere, piuttosto che un attacco terroristico. Abbiamo molta più probabilità di morire per colpa di un indicente o di una disgrazia che per un attacco terroristico, eppure questa possibilità ci terrorizza e ci spaventa molto di più, condiziona le nostre vite, ci rende insicuri e viviamo come se fossimo sotto assedio, attenti a tutto ciò che accade intorno a noi.

Il problema è che i terroristi hanno ottenuto ciò che volevano, c’è stata l’invasione nelle nostre menti, un retro pensiero che possa succedere qualcosa proprio lì, dove siamo noi, è sempre presente. Apparentemente tranquilli, ma con un’allerta interna che qualcosa possa capitare da un momento all’altro, maggiormente attenti ai movimenti degli altri, ai rumori, ai botti, a tutto ciò che fa pensare ad un attentato, abbiamo ripreso la nostra vita, ma la nostra mente è rimasta sotto assedio.

Ogni volta che prendiamo un aereo, andiamo ad una partita, ad un concerto, ad una manifestazione pubblica la paura di essere attaccati è presente. Facciamo più attenzione ai terroristi che a ciò che accade intorno a noi, siamo tesi e il nostro livello di allerta è molto alto. Il fatto che l’allerta sia massima, che stiamo attenti a tutti i suoni e rumori e che si attribuisca tutto al terrorismo, ci sta facendo perdere di obiettività, rischia di creare ansia, caos e panico in pochissimo tempo e quindi feriti e morte, come è successo a Torino. La gente era già tesa e in ansia prima di iniziare, perché i luoghi di aggregazione sono i luoghi privilegiati dai terroristi. Questo ha portato a creare il panico in un attimo e il panico uccide perché genera caos, perché le persone non ragionano, perché scatta un allarme interno che impedisce ogni forma di ragionamento e porta solo a scappare, senza analizzare la situazione e capire che la folla uccide più di un attacco terroristico. Credo che si debba riflettere su quello che è successo a Torino, credo che dobbiamo tutti fare un passo indietro e non permettere a questi bastardi di entrare nelle nostre vite e prendere possesso delle nostre menti. I bambini subiscono tutto questo terrore, gli adolescenti sono continuamente bombardati anche dai genitori e dalle loro paure. Tutto questo rischia di avere un impatto negativo, di creare delle reazioni al trauma, anche quando non si vive direttamente, perché sta diventando troppo invasivo.

Il terrorismo in che modo ha condizionato la vita dei ragazzi?

Un’indagine dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza svolta sul territorio nazionale su circa 7000 adolescenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni e su 1000 tra gli 11 e i 13 anni, ha rilevato che circa 6 adolescenti su 10, di cui il 40% sono ragazze e il 20% ragazzi, hanno paura degli attacchi terroristici, sono intimoriti dal fatto che possa capitare anche nel nostro Paese e sono spaventati dall’idea di un potenziale attacco. Le femmine sono molto più impaurite rispetto ai maschi e manifestano apertamente la loro paura. Per questa ragione 1 adolescente su 10 ha cambiato le proprie abitudini, non frequenta più determinanti posti che possono essere potenziali bersagli e alcuni ragazzi non prendono più la metropolitana, non vanno più ai concerti o agli stadi.

Qual è stata, invece, la reazione dei genitori?

I genitori sono più allarmati quando i figli escono e frequentano luoghi pubblici, hanno paura che possano essere coinvolti in qualche attacco terroristico, li riempiono di raccomandazioni e di telefonate e tante mamme e papà gli chiedono espressamente di non andare in determinatati posti o di non prendere i mezzi pubblici. Questo accade soprattutto per i più piccoli, nella fascia di età dagli 11 ai 13 anni, perché circa 4 genitori su 10 hanno cambiato le abitudini e sono diventati molto più pressanti e controllanti nei confronti dei figli dopo l’escalation degli attacchi terroristici. Mentre, nella fascia di età dai 14 ai 19 anni, il 26% dei genitori è diventato più pressante e più controllante nei confronti dei figli quando escono di casa e frequentano luoghi pubblici. I genitori sono molto più apprensivi con le femmine rispetto ai maschi, hanno più paura per loro, le vedono più indifese e quindi danno loro molte più raccomandazioni.

Si deve riprendere l’obiettività, capire che purtroppo questa è una triste realtà con cui dobbiamo imparare a convivere e che non possiamo regalare ai terroristi le nostre vite e le nostre menti.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

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