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Aumenta il tasso di suicidi: emulazione, colpa dei social o di chi non fa prevenzione?


È questo odio gratuito, violenza, mancanza di sensibilità, distruttività che uccide le persone, che le devasta psicologicamente. Sono ragazzi che non capiscono il perché di questa cattiveria gratuita, che sono più sensibili e, in un mondo di relazioni basate sulla sopraffazione, rischiano di non farcela. A parlare è la dottoressa e professoressa Maura Manca, psicoterapeuta e psicologo clinico.

Lei è stata la prima a ventilare l’ipotesi che si fosse trattato di suicidio. Come mai? 

Qui parliamo di ragazzi che ogni giorno seguono un certo tipo di percorso. E’ ovvio che le tragedie possono capitare, ma qui si parla di ragazzi che avevano la loro routine. Sanno come si sale e si scende dal treno. Quando si parla di adolescente o minorenni in generale io i dubbi me li faccio sempre. Non stavano giocando e non si stavano spingendo. Il problema è che il tasso dei suicidi e dei tentativi sono in crescita. Per fortuna a volte vengono presi in tempo. Io sono un clinico. In terapia seguo ragazzi. Loro sono fragili. Sono 20 anni che me ne occupo e in questi anni ho notato una maggior sensibilità della struttura psicofisica. Non si tratta più di patologie. Sono più vulnerabili.

Cioè?

Subiscono gli eventi della vita. Subire significa che c’è una parte passiva in noi. La parte attiva, invece, ci fa affrontare il problema. Si cerca di risolvere la situazione. Quello che noto è che questi ragazzi non hanno gli strumenti per confrontarsi con il quotidiano.

Lei dice che i social non c’entrano tanto. Non è colpa di queste piattaforme?

Noi una volta ci difendevamo dai bulli. La società era diversa. C’era una maggior capacità di relazionarsi alla persone. I social è indubbio che amplifichino un problema. La ragazzina è stata derisa però dopo il suicidio. Qui non c’è una educazione al rispetto. Finché c’è una differenza individuale e ognuno vuole o non vuole avvicinarsi all’altro, confrontandosi, è normale. Ma oggi c’è una crudeltà, una crudezza e direttività diversa. Il social si è solo sommato alla realtà. La gente è sempre la stessa. Queste piattaforme diventano comunque un manifesto di odio e cattiveria. E spesso invitano le persone più fragili a suicidarsi. Di questi tentativi ne ho seguiti tanti. Molte volte, quegli adolescenti che vengono da me mi dicono sempre le stesse cose: non se ne rendono conto? Non sanno il male che fanno? No purtroppo no. A volte sembra normale è giusto prenderla di mira e massacrarla da viva e da morta. Ma non è un problema solo di social. Dovremmo capire perché siamo arrivati ad una cattiveria del genere. I ragazzi non mettono un limite. Lo scherzo ha una fine. Quello che uccide è la ripetitività, la continuità. Più di Facebook, i giovani usano Instagram. Ritoccano le foto, ma non solo. Gli adolescenti rincorrono la chirurgia estetica. Devi essere in un determinato modo. Se non lo sei, diventi passivo. Il gruppo non ti accetta.

Lei diceva che pochi denunciano. Denunciare è pericoloso. Perché? 

La scuola dovrebbe essere fondamentale. Parliamo di ragazzi che vivono a scuola. Per esempio, oggi che è sabato, ci saremmo intossicati nel pomeriggio. Oggi non è così. Si resta a scuola fino alle 16. Questo perché la scuola è parte integrante. Tante volte c’è una sottovalutazione del problema. Spesso la derisione, la crudeltà vengono prese come ragazzate. Tantissime volte, chi denuncia, chi parla al prof o al preside crea problemi. Viene addirittura preso di mira. In questo Paese chi denuncia rischia. Se in quella scuola c’è un caso di bullismo diventa un problema, calano le iscrizioni. Si tiene nascosto: si tutela la reputazione scolastica. Una scuola che tutela i ragazzi è una scuola con un buon nome. In Italia si tende in maniera omertosa ad affrontare alcune cose. Si deve intervenire, si devono chiamare le famiglie, psicologi, esperti.

Parliamo di emulazione. Lei crede che il suicidio sia ormai la moda? Imitare gli altri? 

Il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti. Oggi, rispetto a qualche anno fa, il sistema è cambiato. Questi ragazzi sono privi di strumenti e aiuti. Questi social gli amplificano i problemi. Il suicidio c’è sempre stato. Quello che accade è l’abbassarsi dell’età. Bambini e adolescenti tentano il suicidio. Sono sempre più fragili. Non sono in grado di affrontare la vita. Si trovano soli, non trovano la soluzioni. Sono più analfabeti. Subiscono. Arrivano a questa soluzione non più per patologie gravi ma perché non sanno affrontare la vita. Nelle scuole non ci fanno fare prevenzione. I ragazzi non sanno. Quando entro a scuola con il mio staff ci fanno le stesse domande: autolesionismo e suicidio. Se ne dovrebbe parlare di più. E’ la seconda causa di morte. Hanno bisogno di capire. I genitori devono avere gli strumenti per riconoscere il problema. Loro si formano e informano su Youtube. E’ da lì che prendono le informazione. I ragazzi vivono con la parola suicidio. Sono bombardati, ma non sanno gestirli. Se non li aiutiamo creano gruppi chiusi. Parlando di questo. Si rafforzano. Ci sono i gruppi pro anoressia, pro suicidio. Si consigliano come devono fare a darsi la morte. Anche su Netflix, in tutte le serie che parlando della loro età, ci sono episodi di autolesionismo, droga e suicidio. Portiamoli noi a conoscere. Nelle scuole fatecene parlare.

L’intervista di Pietro Di Marco è stata pubblicata in data 7 aprile 2018 su il24.it:

Fenomeno suicidio adolescenziale, Maura Manca: “Le scuole devono farci parlare di più, non tenere nascosto il problema”