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Come può un genitore istigare un figlio al suicidio?


Prima di suicidarsi la povera Rosita di appena 16 anni, ha lasciato sul tetto del suo liceo dal quale ha deciso di buttarsi, uno scritto e un lungo messaggio vocale nel telefonino dove lanciava pesanti accuse ai genitori, in modo particolare al padre, per averla maltrattata e vessata fino a portarla a quel maledetto gesto estremo che dice di non aver mai voluto compiere.

L’hanno portata ad uccidersi, l’hanno accompagnata nel baratro passo dopo passo, giorno dopo giorno, distruggendola da un punto di vista psichico. La sofferenza l’ha divorata e la fragilità psichica non ha retto.

Nessuno ha visto o nessuno ha veramente capito quanto fosse grave la situazione e profondo il dolore che stava vivendo.

Ricostruiamo un attimo i fatti per capire meglio il calvario di Rosita. Era il 17 giugno del 2014 quando avvolta dalla sua solitudine registra quel video e disperata trova il coraggio di buttarsi giù dal tetto. Oggi dopo quattro anni viene giustamente chiesta la condanna per maltrattamenti fino alla morte e istigazione al suicidio e spero vivamente che Rosita ottenga, almeno in parte, la sua giustizia.

Si riscontra dal video e dalle parole della piccola il profondo disagio e dolore che ormai invadeva tutta la sua vita.

I genitori sono accusati di aver messo in atto un comportamento genitoriale disfunzionale che ha indotto la figlia a commettere il gesto estremo. Aveva inoltre già espresso la volontà di togliersi la vita e nonostante fossero al corrente i genitori hanno continuato a denigrarla e maltrattarla incuranti delle sue sofferenze.

Come si può arrivare a portare un figlio al suicidio?

Un genitore non dovrebbe creare sofferenza al figlio, non dovrebbe metterlo in una condizione di rischio, dovrebbe tutelarlo, proteggerlo, sostenerlo e supportarlo nel momento del bisogno.


Un genitore maltrattante che mette in atto un comportamento disfunzionale è un genitore che si distacca da un modello educativo in grado di dare a un figlio gli strumenti per affrontare la vita, una stabilità e una fiducia in se stesso attraverso un legame forte e significativo.


Un genitore maltrattante non riconosce i bisogni di un figlio, vive in funzione delle proprie convinzioni distorte, ed è rigido, critico e svalutante. Questo atteggiamento distrugge il figlio da un punto di vista psicologico che ha un profondo bisogno di sentirsi accettato e riconosciuto.

Cercano in tutti modi l’approvazione genitoriale, cercano accettazione, e quando non la trovano si sentono persi, non riescono ad avere fiducia in se stessi, pensano di essere sbagliati, di non essere abbastanza e di non andare bene.

Hanno bisogno di un consenso da parte dei genitori, almeno di un genitore, anche solo con lo sguardo, non per forza con le parole, altrimenti rischiano di sentirsi loro il problema, sbagliati, e quindi la loro vita perde giorno dopo giorno il senso, il dolore risucchia le forze vitali e ogni tentativo di scrollarsi di dosso quella sofferenza diventa vano.

Cercano disperatamente di dare un senso all’ingiustizia che stanno vivendo. La loro vita si trasforma in un inferno e il pensiero del suicidio, in questi casi, nella loro testa, diventa l’unica soluzione.

Quando un adolescente identifica nel suicidio l’unica via d’uscita, purtroppo, con elevata probabilità lo metterà in atto, come ha fatto la piccola Rosita.

Purtroppo questo è un aspetto della diseducazione e del maltrattamento in famiglia di cui nel nostro Paese si parla troppo poco. Sono veramente tanti i bambini e gli adolescenti sofferenti, che subiscono i comportamenti disfunzionali dei genitori, che non trovano via d’uscita, che si deprimono e che vivono nella profonda insicurezza convinti di essere loro il problema.

Non solo tentativi di suicidio, il maltrattamento genitoriale nei confronti di un figlio porta tantissimi di loro ad attaccare il proprio corpo anche con forme di autolesionismo.


Numerosi adolescenti si tagliano, si bruciano, si picchiano, si fanno del male perché non riescono a gestire il dolore e la sofferenza interna causata tante volte dalla disapprovazione genitoriale, di non andare mai bene, di non essere considerati come un figlio.


E la scuola?

La scuola in tanti casi è purtroppo la grande assente, non si parla di genitore maltrattante, non si parla di autolesionismo, di suicidio, di tutte le forme di attacco al corpo, nonostante stiamo parlando del suicidio come seconda causa di morte tra gli adolescenti e dell’autolesionismo con dei numeri spaventosamente alti: circa 2 adolescenti su 10 si sono fatti e si fanno intenzionalmente del male.

Non è vero che i segnali non ci sono, bisognerebbe imparare a vederli, volerli vedere senza paura, riconoscerli perché a volte è difficile individuare la sofferenza di un adolescente, ma c’è bisogno della scuola, come sostegno, come supporto e come contenimento. I ragazzi escono da casa e vanno a scuola, per loro rappresenta l’agenzia educativa più importante dopo la famiglia e non può non essere preparata e formata anche su questi aspetti.

È vergognoso che non si faccia un’adeguata prevenzione in questo senso e che non ci si prenda carico di tutti i disagi adolescenziali.

Per fortuna esiste qualche mosca bianca e ci sono dei docenti che sono dei riferimenti per i ragazzi con i quali loro parlano, si confidano, trovano sostegno e supporto.

Per concludere…

Ora mi auguro con tutto il cuore che il suo gesto non sia vano, che il suo ultimo grido di aiuto sia ascoltato e compreso nel profondo.

di Maura Manca