autolesionismo e social network

Il ruolo dei social network e del web sullo sviluppo e mantenimento dell’autolesionismo


Gli utenti del web sono sempre più bambini e adolescenti che trascorrono gran parte delle loro giornate con uno smartphone o tablet in mano intenti a navigare nel mare della rete. Non si può quindi ignorare l’influenza che questi mezzi di comunicazione possono avere sullo sviluppo dei ragazzi.

Un sondaggio realizzato in Gran Bretagna da YoungMinds, ChildLine, Youthnet, Selfharm UK (http://www.youthnet.org/2015/02/poll-reveals-affect-of-online-self-harm-images-on-children-and-young-people/), che ha coinvolto 2461 soggetti (teenagers, genitori e insegnanti), ha analizzato un numero importante di siti internet, chat e social network, e ha evidenziato come sia in preoccupante crescita l’esposizione dei minori a immagini, video, blog e chat online sull’ autolesionismo. 1 giovane su 4, con età compresa tra gli 11 e i 14 anni e 7 su 10 con età compresa tra i 18 e i 21, anni affermano di aver visto intenzionalmente in rete immagini di altri ragazzi che si autoferiscono. Il 60% degli adolescenti tra 11 e 14 anni ha dichiarato di aver condiviso immagini di comportamenti autolesionistici sui social network.

In rete è possibile trovare una gamma di informazioni su queste condotte piuttosto ampia e approfondita. Si trovano informazioni che hanno la funzione di supporto, di condivisione delle proprie sofferenze ad altre di persone che non comprendono il malessere altrui, privi di una capacità empatica che hanno un sottofondo di scherno e di derisione. Ci sono siti e blog che arrivano addirittura ad incitare all’autolesionismo, ad esaltare la funzione di scarica che ha, mentre altri ridicolizzano e prendono di mira chi lo pratica. L’autolesionismo è un fenomeno estremamente diffuso, soprattutto tra i più giovani e migliaia di loro, hanno timore di non essere compresi, di essere considerati come “disturbati”, di essere attaccati e cercano sostegno emotivo in queste comunità online piuttosto che rivolgersi a genitori, insegnanti o professionisti. In questi spazi, come per l’anoressia e per la bulimia (siti pro ana e pro mia), si crede di trovare sempre una parola di conforto o qualcuno che ti comprende in qualsiasi ora del giorno e della notte. Purtroppo queste comunità online danno solo un conforto apparente perché vanno solo a rinforzare la problematica, non c’è dall’altra parte una persona che ti comprende e ti aiuta ad elaborare ma chi sta male come te e ti incita a continuare a farlo. L’assenza di fonti di informazioni chiare e definite nelle fonti online, fa si che, il 77% degli adolescenti intervistati, ritenga di non sapere a chi rivolgersi per chiarire dubbi e incertezze. Questo aspetto può indurre i ragazzi a cercare e dare credibilità a fonti potenzialmente errate trovate online. Mentre solo 1 ragazzo su 10 sente, infatti, di poter chiedere consigli a insegnanti, genitori o professionisti, la metà degli intervistati dichiara di rivolgersi prevalentemente alle ricerche online su Google o su forum in cui altri ragazzi parlano di autolesionismo. Uno studio della Oxford University (Daine et al., 2013) su ricerche che avevano precedentemente esaminato l’influenza della rete sulla diffusione del self-harm, ha dimostrato che i giovani fragili più a rischio di atti di autolesionismo e suicidio sono quelli che stanno più a lungo online, spesso per compensare la solitudine che sperimentano quotidianamente. L’80% dei giovani con condotte autolesive, intervistati negli studi esaminati dai ricercatori, ha riferito di aver cercato prima informazioni sul web. Un altro studio aveva mostrato, inoltre, che scambiarsi consigli su come farsi male e su come non farsi scoprire dagli adulti può normalizzare gli atti di autolesionismo nella percezione dei ragazzi (Daine et al., 2013).

I ragazzi condividono attraverso aggiornamenti di stato, post e foto la loro esperienza di self-harmers, le loro motivazioni e le sensazioni che sperimentano e che, spesso, consigliano anche ad altri coetanei come unica soluzione per attenuare stati d’animo e sentimenti negativi.

Sono troppo numerose le pagine sui social network che inneggiano all’autolesionismo e/o al suicidio. Si tratta di pagine, spesso con migliaia di fan e followers, in cui i ragazzi condividono il proprio male di vivere attraverso immagini di lamette sulla pelle, braccia insanguinate e messaggi di addio. A tali immagini si associano anche i racconti e le testimonianze dei protagonisti, carichi di rabbia e aggressività verso un mondo che non li comprende e non si interessa a loro. Data la fragilità interna di questi ragazzi, la capacità di giudizio può essere facilmente manipolata e la realtà può essere distorta con il rischio che strumenti tecnologici e media possano amplificare in maniera drastica situazioni e vissuti già difficili. Il processo di identificazione si attua attraverso l’emulazione di ciò che altri hanno già compiuto e reso pubblico grazie alla diffusione sul web e che può essere replicato all’infinito. Ciò favorisce l’ingresso in modelli virtuali, appresi direttamente da immagini e storie, che diventano oggetto di identificazione e di imitazione. Nel mondo digitale, dunque, si può creare una vera e propria rete di sostegno virtuale, capace di attivare un meccanismo di incoraggiamento e di rinforzo dei sintomi e di contrastare l’azione eventuale della famiglia e dei professionisti. L’estrema facilità di accesso al web e ai siti che istigano all’emulazione di comportamenti di attacco al corpo, sembrano rendere ancora più difficili le possibilità di monitorare e di intervenire precocemente e in maniera efficace su tali condotte.

 

di Maura Manca, Psicoterapeuta

 

Riferimenti Bibliografici

Daine K., Hawton K., Singaravelu V., Stewart A., Simkin S., Montgomery P. (2013). The power of the web: a systematic review of studies of the influence of the internet on self-harm and suicide in young people. PLOS ONE, 8: e77555.

 

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