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Noa era già “morta” da un punto di vista psicologico. Il dolore può portare all’autolesionismo e all’autodistruzione. Come intervenire efficacemente?


Un’adolescente non dovrebbe mai fare gli ultimi saluti, non dovrebbe mai morire nell’abbraccio dall’affetto dei cari dopo anni di durissime battaglie psichiche. Noa purtroppo era già “morta” da un punto di vista psicologico già da tanti anni, da quando è stata violata la prima di altre due volte all’età di 11 anni. Quando si subisce una violenza sessuale il dolore e tanti altri sentimenti di disgusto, paura, vergogna, invadono la psiche e distruggono l’autostima, andando ad impattare gravemente anche sul tono dell’umore, creando un terreno fertile per una depressione. Il silenzio di chi subisce una violenza, io lo chiamo il silenzio degli innocenti, quel silenzio che diventa una sorta di tomba quotidiana che ci si porta dentro nel disperato tentativo di trovare un modo di alleviare le sofferenze, col il quale non si imparerà mai a convivere.

Noa ha tenuto dentro per tanto tempo quello che aveva subìto, non ha denunciato sùbito, come purtroppo fanno anche tante altre adolescenti.

Si ha paura di rivivere il proprio dramma, tutto ciò che si è vissuto e che non si sarebbe mai voluto vivere. Si teme il confronto con gli altri, anche se quello più doloroso è quello con se stessi, perché si prova una terribile sensazione di vergogna e di sporco. Lei pensava che i suoi aggressori non si potessero più trovare, queste persone agiscono nel peggiore dei modi, usano un corpo della loro vittima come oggetto e poi vanno via lasciando una scia che traccia dei solchi profondissimi nella psiche che ricordano ogni giorno ad una vittima di violenza ciò che è stata costretta a vivere.

Come in tanti casi di violenze sessuali, si attacca il proprio corpo, si indirizza il dolore verso se stessi, si tenta di distruggere quel corpo che nella testa diventa in un certo senso la “causa” del problema.

L’autolesionismo: quando gli adolescenti si fanno del male da soli

Noa dopo le violenze ha iniziato a tagliarsi, l’autolesionismo è estremamente frequente in queste situazioni, ha iniziato a mettere in atto anche altre condotte autodistruttive, fino al non magiare e al lasciarsi completamente andare.

In questi casi è fondamentale come prima cosa capire su che tipo di terreno ha impattato il trauma, quali risorse poteva avere Noa per poter combattere un nemico che covava dentro da troppi anni, che non poteva sconfiggere da sola.

Per fare di più per i ragazzi, per salvarli, dobbiamo parlare anche di tutti questi aspetti, dobbiamo parlare di suicidio e di autolesionismo, dobbiamo dare strumenti ai genitori per accorgersi subito del problema, dobbiamo dare vie d’uscita ai più piccoli, li dobbiamo portare a parlare nell’immediato, abbiamo il dovere di farli crescere nella sicurezza che l’ambiente che li circonda è in grado di aiutarli. Solo così potremmo essere veramente efficaci perché quando il dolore è troppo profondo, invasivo e lacerante, non è per niente facile curare un adolescente e ridargli “la vita”, quella vita che è diventata giorno dopo giorno la sua prigione.

maura manca unomattina collegamento

Ne ho parlato questa mattina, 6 giugno 2019, con Franco Di Mare e Benedetta Rinaldi a Unomattina.

Per rivedere la puntata clicca qui:

https://www.raiplay.it/programmi/unomattina/stagione2018-2019/puntate

 

 

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