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Bullismo o goliardia: la sottile linea di un confine da presidiare


Chiunque abbia a vario titolo frequentato lo spogliatoio di una palestra, abbia vissuto le dinamiche di una squadra sportiva, sia stato parte di un gruppo, sa ed ha toccato con mano che in queste situazioni vi sono usi, costumi e consuetudini che solo dal di dentro possono essere compresi e spiegati. Raccontati all’esterno, soprattutto laddove l’interlocutore non abbia mai vissuto sulla propria pelle nessuna delle dinamiche di cui sopra, ogni consuetudine assume una sfumatura diversa legata alla percezione di colui che ascolta e al suo vissuto.

Ognuno di noi, quindi, interpreta, analizza e si fa un’idea in funzione delle proprie convinzioni e del patrimonio informativo che possiede. Ed allora non è poi così strano che lo stesso episodio raccontato a un compagno di squadra piuttosto che ad un adulto – avulso dalle dinamiche di gruppo all’interno delle quali si è determinato – possa assumere la connotazione di scherzo o gioco goliardico piuttosto che di bullismo.

Chi come me è cresciuto negli spogliatoi del rugby, sa che ad ogni passaggio di categoria (ogni due anni) ci si ritrova ad essere i più piccoli e a confrontarsi con chi ha maturato esperienza. Si sa anche che i più grandi, oltre ad essere un esempio e una guida, sono coloro che “guidano” anche i momenti extra-sportivi. Non è inusuale, infatti, che al ritorno da una trasferta, in pullman, si facciano dei giochi goliardici: il così detto battesimo, ad esempio, che sancisce l’esordio o i pasticcini da offrire ai compagni di squadra dopo la prima meta segnata. Ricordo di aver sempre avuto pudore a raccontarli tanto ai miei genitori quanto ai compagni di classe perché, per come li ho sempre vissuti, appartenevano a una realtà chiusa, con dinamiche precise e regole non scritte.

Ma questo non accade solo nel mondo dello sport. Anche lo scoutismo – almeno nei gruppi da me frequentati – prevedeva una sorta di rito di iniziazione, il “Totem”, che viene fatto a 14 anni al terzo anno di reparto nel quale i ragazzi di 15 anni, assieme ai capi, ti sottopongono a delle prove di coraggio alla fine delle quali ti viene assegnato un nome di animale e un aggettivo che descrivevano la tua personalità: il mio era Muflone (indubbiamente per la stazza) tenace.

Ora, il ricondurre la goliardia ad ambienti comunque chiusi e dalle dinamiche ben definite rischia, comunque, di scadere nel bullismo. Sarebbe inutile nascondersi dietro un dito: il rischio c’è, è concreto e tangibile e può far danni soprattutto in considerazione dell’età dei ragazzi.

Quale è, quindi, il confine tra goliardia e bullismo?

Facciamo un paio di esempi, rimanendo nel campo del rugby: chiedere di portare i pasticcini a un compagno di squadra che proviene da una famiglia agiata è goliardia; chiederlo ad un compagno di squadra che viene da una famiglia poco abbiente rischia di sfociare in una costrizione che, come tale, assumerebbe la denotazione di bullismo. Oppure, rasare un compagno di squadra che ha esordito in nazionale non ha alcuna implicazione differente dalla goliardia a meno che non si voglia rasare un compagno con i dreads (i capelli attorcigliati tipici del Rastafarianesimo) privandolo di un simbolismo in cui, evidentemente, crede.

Purtroppo non esistono formule per calcolare e definire il confine tra goliardia e bullismo soprattutto perché è un confine oggettivo e non soggettivo. E’ un confine che si sposta in avanti o indietro in funzione del ragazzo che viene coinvolto, della sua sensibilità e della sua maturazione. Assume, allora, rilievo fondamentale – quale che sia la natura associativa del gruppo – la figura dell’allenatore così come quella dell’educatore, del dirigente e del capo, ovvero delle persone a cui affidiamo la crescita umana, sportiva e sociale dei nostri figli. Se un gruppo di minorenni è stato affidato a un adulto, quest’ultimo deve essere garante tanto del perseguimento degli obiettivi associativi, quanto della tutela del benessere degli stessi anche e soprattutto da un punto di vista psicologico. E’, infatti, l’adulto cui i ragazzi sono affidati, che deve avere le giuste sensibilità per monitorare quel confine e per far si che dalla goliardia non si scada nel bullismo. Quandanche si scadesse nel bullismo, l’adulto – sia esso allenatore, educatore, dirigente, capo, responsabile – ha l’obbligo di intervenire con fermezza per riportare sui più corretti binari le dinamiche del gruppo a tutela di tutti.

La tutela di tutti è quel meccanismo che può aiutare la riduzione di detti fenomeni perché i piccoli di oggi saranno i grandi di domani e più avranno vissuto la goliardia da “piccoli” più, con spirito goliardico, si relazioneranno da “grandi” con i piccoli di domani.

E ancora, da adulti, sapranno come e dove intervenire.

Per questo nella scelta di un gruppo cui affidare i propri figli, a prescindere dalla sua natura, il genitore non deve guardare alle qualità tecniche, logistiche, sportive o al blasone che il gruppo può avere ma alla qualità degli adulti cui i figli sono affidati che, in ogni circostanza, fungeranno da formatori e da garanti di una crescita sana.

 

di Emanuele Lusi, Dottore Commercialista e Revisore Legale,

Membro della Commissione Società Sportive della Fondazione Telos

 

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