suicidio

Cyberbullismo e istigazione al suicidio


Nel 2001 è stato pubblicato da Marr e Field negli USA un libro dal titolo Bullycide: Death at Playtime, in cui gli autori hanno inventato un nuovo termine: BULLYCIDE. Con questa parola che si riferisce alla vittima spinta al suicidio dopo aver subito episodi di bullismo sia fisici e verbali che di cyberbullismo, attraverso smartphone, social network e internet. Lo stesso termine viene utilizzato anche per la vittima che reagisce e uccide il suo prevaricatore.

In questi ultimi anni giornali e telegiornali riportano troppo di frequente notizie di giovani adolescenti che non riescono più a portare il peso della violenza e delle prevaricazioni. Purtroppo solo dopo eclatanti episodi di cronaca si è iniziato a parlare in maniera più concreta e sistematica di “istigazione al suicidio” nel casi di bullismo.

Il problema della Rete è che non ci sono limiti a quello che si può fare. Non ci sono limiti di tempo e di spazio, si può arrivare dappertutto fin nella sfera più privata delle persone. Con un mezzo tecnologico tra le mani è più facile, non si guarda negli occhi la vittima che soffre, si ha un pc, un tablet, un telefono, oggetti inanimati davanti, per cui è più semplice pensare che anche l’altro non abbia emozioni, non soffra, perché è tutto un gioco, è divertente, “…lo faccio per ridere” riferiscono molti ragazzi. In più chi mette in atto le prepotenze virtuali può mantenere anche l’anonimato con estrema facilità.

In un lavoro di ricerca pubblicato da Manca e Petrone (La rete del bullismo. Il bullismo nella rete, 2014, Alpes) è stato domandato a 1512 adolescenti di età compresa tra i 14 e i 20 anni: “Secondo te il cyberbullismo ha gli stessi effetti sulla vittima?”. Circa la metà del campione totale (42,2%), non sa se il cyberbullismo causa gli stessi effetti delle tradizionali forme di bullismo e i ragazzi (45,0%) sono più indecisi rispetto alle ragazze (36,9%). Il 22,8%  pensa che possa avere gli stessi effetti sulla vittima, il 18,3% più effetti, mentre il 14,5% pensa che ne abbia meno rispetto al bullismo “tradizionale”. Gli adolescenti non hanno la percezione della gravità di questo tipo di prepotenze e degli esiti devastanti che possono avere su chi le subisce mentre gli episodi di cronaca sottolineano sempre più l’associazione con il suicidio.

Perché si può arrivare al suicidio?

Prima di tutto è importante sottolineare che spesso, le vittime di bullismo e cyberbullismo hanno delle caratteristiche di personalità tipicamente remissive, ossia, che non sono in grado di reagire, sono più introverse, hanno un’autostima più bassa. Questi fattori rappresentano un substrato che rende già la psiche del ragazzo più fragile. Se, a questi elementi, si aggiungono brutali e invasivi episodi di prevaricazione, è possibile che si generi un tale terremoto psichico che può portare con facilità a vedere come unica via di uscita il suicidio. Spesso questi adolescenti non hanno un buon dialogo in casa e hanno paura di non essere compresi, di far preoccupare i genitori,  si tengono tutto dentro e anche gli amici, molto spesso, non si rendono conto di quello che sta accadendo.

Tra le altre motivazioni bisogna sottolineare che:

– le aggressioni virtuali colpiscono l’intimità della persona che ne è vittima, violandone, nei casi più gravi anche la sfera più intima e privata;

– la persona presa di  mira può essere raggiunta, attraverso la tecnologia, ovunque e in ogni momento del giorno e della notte;

– nella Rete, immagini, video e messaggi, circolano con estrema velocità e possono raggiungere in pochissimo tempo un numero elevatissimo di amici, compagni di scuola e parenti.

In questo modo queste prevaricazioni diventano troppo invasive, viene violata la sfera intima e la violenza viene vissuta ancora più nel profondo, non si hanno difese, non si hanno strumenti per fronteggiare la situazone. Si ha paura di confidarsi con gli amici intimi o con i genitori perché magari gli episodi riguardano immagini troppo intime di cui è facile vergognarsi; si vive con la paura che lo possano scoprire, che ci rimangano male, che si arrabbino, perché si pensa di aver sbagliato, di aver fatto qualcosa di male, che si sarebbe potuto fare qualcosa per impedire che accadesse. A volte bisogna sopportare un peso troppo grande, troppo pesante per l’età, caratterizzata da instabilità, incertezze e insicurezze. Certe volte non si crede a sufficienza in sé stessi, si prova a reagire, ma non ci si riesce; a volte si prova a cambiare amicizie, scuola, città, ma purtroppo i cyberbulli non si possono fermare in questo modo.

Ecco perché, se non si ha un valido supporto della famiglia o degli amici, se si pensa di non essere compresi, che gli altri sottovalutano il problema, l’unica via d’uscita può diventare il suicidio.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

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