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Cyberbullismo: troppi casi restano ancora nascosti


Gran parte del fenomeno del cyberbullismo continua a restare nell’ombra.

Dati rilevanti sono emersi nell’indagine “Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani” condotta dalla Società Italiana di Pediatria (http://sip.it/wp-content/uploads/2010/05/Risultati-indagine-2013-2014-completi.pdf) in cui sono stati intervistati 2.107 studenti delle scuole secondarie di primo grado.

Il 31,2% dei preadolescenti ha dichiarato di aver ricevuto offese, minacce, persecuzioni attraverso Internet o il telefonino e ben il 56% di avere amici che li hanno subìti. I dati, tuttavia, non sembrano poter fornire un quadro completo della diffusione del fenomeno in quanto molti casi non vengono rilevati.

Le vittime di cyberbullismo tendono a “difendersi da sole” (per il 54%), mentre l’11,7% dei ragazzi ha dichiarato di aver “subìto senza far niente”. Sono pochi i ragazzi che ne parlano con un amico e ancor meno quelli lo fanno con gli adulti di riferimento.

Un dato che fa riflettere se si pensa che la metà degli adolescenti che hanno partecipato alla ricerca ha dichiarato che, qualora subisse atti di cyberbullismo, informerebbe subito un adulto. Questo aspetto potrebbe essere legato alla difficoltà da parte dei giovani a far entrare i genitori all’interno della loro sfera privata.

Spesso le vittime si ritrovano in una dimensione di totale solitudine di fronte ad un fenomeno sociale dirompente che viene considerato dal 72% dei giovani come la principale minaccia, più della droga e dell’alcol (http://www.ipsos.it/pdf/Cyberbullismo.pdf). Gli stessi giovani che sono considerati esperti della rete, forse non hanno quegli strumenti che li tutelano di fronte ad una dimensione sociale così violenta e denigratoria.

Per questa ragione sono fondamentali gli interventi di informazione e sensibilizzazione, soprattutto all’interno delle scuole, dove i ragazzi trascorrono la maggior parte del tempo e sperimentano la loro socialità.

L’obiettivo deve essere quello di facilitare il dialogo tra i giovani, i genitori, gli insegnanti e le istituzioni, in modo tale da favorire una maggiore apertura e fiducia da parte dei ragazzi verso il mondo adulto.

Bisogna uscire da un’ottica in cui si agisce soltanto in seguito ad un nuovo caso di cronaca e assumere una prospettiva educativa in cui strutturare interventi di prevenzione in una finestra temporale più ampia per rendere possibile il cambiamento.

 

Redazione AdoleScienza.it