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Il silenzio delle vittime di bullismo avvolto dal chiasso mediatico. Dove sbagliamo?


Basta entrare e navigare all’interno di un social network che rimbalzano video ed immagini che riprendono scene di inaudita violenza dentro le classi delle scuole italiane. Un far west in cui, quelli che spesso erroneamente vengono chiamati bulli, si divertono a prendere ciclicamente di mira professori o compagni di classe o di scuola.


Ci scandalizziamo solo perché lo vediamo, perché solo con le immagini ci rendiamo veramente conto di ciò che noi esperti abbiamo denunciato per anni già a partire dalle scuole dell’infanzia e primarie, dove avvengono episodi di bullismo estremamente gravi, non ancora documentati da telecamere e smartphone. Non è un fenomeno nuovo, non è un’escalation del momento, e continuo a sostenere che se ne parla troppo e male e che i processi debbano essere fatti dentro le aule dei tribunali e non sui media o sui social network.


È fondamentale parlarne per sensibilizzare, per far capire che è importante denunciare, ma se poi si finisce sulla bocca di tutti, ormai diventanti esperti e professori in grado di sindacare su tutto ciò che accade, si rischia un effetto boomerang. Mi capita, infatti, di sentire ragazzi spaventati che hanno paura di denunciare per evitare di finire in pasto ai social. Mi dicono che sono già bullizzati, sono già sofferenti e non reggerebbero il peso dei riflettori puntati.

Non si capisce che quando si subisce violenza non tutti vogliono apparire, alcuni vorrebbero scomparire, mettere un punto e non guardare le immagini che li riprendono come povera vittima. Una etichetta pesante da cui si rischia di non liberarsi più.

Bisogna quindi puntualizzare alcuni punti focali:

– PUNTO PRIMO. Ci si deve focalizzare sul fatto che, prima di arrivare ad episodi di aggressività macroscopica ed evidente, spesso e volentieri, c’è un’anteprima di tanti singoli episodi di aggressività verbale e psicologica che perdura nel tempo. Un susseguirsi di episodi che cronicizzano i ruoli, che diventano una modalità di relazionarsi quotidiana, quasi una sorta di “normalità”, che di normale non ha niente.

– PUNTO SECONDO. Questa ripetitività grava profondamente da un punto di vista psicologico. Quello che non si vuole capire è che essere presi di mira dai propri compagni, da quelli che dovrebbero essere amici, è devastante. Prosciuga da un punto di vista emotivo, ti spegne, ti fa fare tante domande, addirittura, tanti ragazzi arrivano anche a pensare di essere loro sbagliati e di essere il problema. Non ci si può capacitare che i compagni possano essere così crudeli, così senza cuore, si cerca disperatamente di far parte di un gruppo, di essere accettati, soprattutto da loro, da quelli più forti (apparentemente). Si ha bisogno della approvazione dei compagni, del far parte di un gruppo, del sentirsi parte di qualcosa e non solo un bersaglio. È facile dire ad un ragazzo vittima di bullismo: “fregatene sono loro i perdenti, tu non hai niente che non va”. Non è un discorso che accetta, vuole essere accettato dagli altri, vuole che lo vedano in un modo diverso da come lo vedono.

Per questa ragione tante volte minimizzano ciò che subiscono, non identificano subito che si tratta di bullismo, tendono inizialmente a pensare che possa essere uno scherzo di cattivo gusto o un brutto gioco, a volte mi dicono che, l’unico modo per essere considerati è essere messi in mezzo, che almeno in quel modo hanno un ruolo, che subiscono per non essere esclusi definitivamente dal gruppo.

– PUNTO TERZO. Il silenzio delle vittime di bullismo risuona più di cento campane che suonano insieme. Perché non parlano? Perché hanno paura che poi possano essere aggrediti anche perché hanno “fatto la spia”, come gli dicono i compagni. Perché in tanti casi gli si rivolta contro tutto il gruppo classe dicendogli che non c’era bisogno di fare tutto quel casino perché potevano risolvere in altro modo. Capita quindi che se denunciano vengono ancora più presi di mira ed esclusi dal gruppo. In più, hanno paura delle ritorsioni, soprattutto se poi, nei confronti dei bulli, vengono presi provvedimenti e quindi diventano, agli occhi dei compagni e dei bulli, la causa dei loro problemi.

– PUNTO QUARTO. Siamo sicuri che gli interventi della scuola siano sempre efficaci? Tantissime vittime non parlano né con la famiglia, né con i docenti perché hanno innanzitutto paura di non essere compresi, di non essere ascoltati, che venga minimizzata la loro situazione, che il tutto venga considerato una sorta di ragazzata transitoria.
Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, il 74% delle vittime di bullismo e cyberbullismo dai 14 ai 19 anni, non ha mai parlato di quello che subisce a scuola e a livello digitale con i genitori e addirittura l’87% dei ragazzi presi di mira a scuola, circa 9 vittime su 10, non lo ha raccontato agli insegnanti, esprimendo una importante sfiducia nei confronti dell’ istituzione scolastica come strumento efficace di tutela ed intervento. I ragazzi più piccoli esprimono un pochino più di fiducia nel parlare con i genitori e con gli insegnanti, nonostante i numeri siano ancora troppo bassi. 4 adolescenti su 10 dagli 11 ai 13 anni riescono a parlare in casa di ciò che vivono a scuola e in chat, rispetto al solo 20% che parla con il corpo docente.
La sospensione o punizione di un bullo è importante per sanzionare il comportamento e far capire a lui e alla classe che non è tollerata la violenza gratuita e intenzionale, ma non è l’unico intervento da prendere, come purtroppo spesso accade, per evitare che rimanga fine a se stesso. Si devono attivare degli interventi specifici in quella classe, si deve monitorare il gruppo classe e si deve lavorare anche sul gruppo dei genitori.

Attenzione, NON ci dobbiamo dimenticare che uno dei problemi più grandi del bullismo è l’omertà, se tutti i compagni che assistono omertosi a questi episodi e rinforzano la violenza con le loro risate e i loro silenzi parlassero e intervenissero, il bullismo non avrebbe più senso di esistere.

In fin dei conti, non sono bulli anche loro per la violenza dei loro silenzi e l’assurdità del loro fregarsene della sofferenza altrui? La verità è che sono adolescenti privi di una capacità di discernimento e di una intelligenza emotiva, non sono minimamente in grado di valutare gli esiti delle loro azioni, di capire come e quanto fanno male e i danni che causa il loro divertimento sulle spalle degli altri.

– PUNTO QUINTO. Perché anche in casa minimizzano e spesso non parlano? Perché spesso hanno paura delle reazioni dei genitori, da un lato non vogliono farli soffrire, hanno timore delle reazioni esagerate e di ciò che poi si scatena in famiglia. La lotta contro il bullismo tante volte è estenuante, seguo famiglie su famiglie che per anni lottano contro la scuola, contro i docenti, contro i dirigenti, sembra che tutti parlino di bullismo, ma che a nessuno importi veramente risolvere la situazione. A volte l’unica soluzione sembra cambiare la scuola, anche se non rimuove il problema perché tante volte, scuola che vai, bullo che trovi. L’assurdità è che siamo ancora davanti ad un sistema che parla parla ma che a livello pratico non è ancora efficace nella lotta contro il bullismo.

– PUNTO SESTO. I genitori devono conoscere i segnali, devono essere pronti in prima fila ad intervenire perché, come ho già sottolineato, troppe volte non parlano. Cosa accade? Cambia l’atteggiamento del figlio nei confronti della scuola, cambiano le battute e frasi che vengono dette, soprattutto in merito alla scuola o ai compagni, cambia l’umore, il sonno viene intaccato, tante volte si inizia a soffrire di mal di testa, mal di pancia, non ci si riesce a concentrare, si ha difficoltà perché la testa è catturata da altro, a volte, infatti, si ha un calo nel rendimento scolastico. Prende il sopravvento una sfiducia, accompagnata spesso da frasi che esprimo un’autostima bassa e tristezza.

Credo che si debba lavorare ancora tanto e che si debba prendere in mano il problema sul nascere a partire dalle scuole dell’infanzia e primarie. Il concetto di prevenzione è legato all’arrivare prima che il problema si manifesti, ma secondo me siamo ancora troppo lontani e per ora continuiamo a mettere cerotti.

L’articolo è stato ripreso integralmente dal mio blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/04/22/il-silenzio-delle-vittime-di-bullismo-avvolto-dal-chiasso-mediatico-dove-sbagliamo/

di Maura Manca