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La storia di Sofia: la forza di combattere contro i bulli e contro gli insegnanti che non credono in te


Ho conosciuto Sofia durante un evento contro il bullismo, scorgevo i suoi occhi dalla folla, vedevo che voleva parlare ma che non se la sentiva. Dopo le mie parole decise di rompere il ghiaccio e di parlare di sé. Ci siamo confrontate, mi ha raccontato il suo calvario, dicendomi che nessuno le aveva mai dato voce. Per me ogni promessa è debito, soprattutto quando si parla di ragazzi e di bullismo. E’ un esempio di come, con la forza d’animo e la voglia di vivere, anche quando hai gli insegnanti e i compagni contro, si riesce a vincere. Grazie Sofia per averci permesso di parlare della tua storia, con la speranza che sia utile ai tantissimi bambini e adolescenti che vivono le umiliazioni e le sofferenze che hai vissuto tu”.  Maura Manca

Mi chiamo Sofia Bicchieraro e ho 16 anni. Da piccola non ricordo molto bene come ero, penso allegra, solare e anche un po’ ingenua… di sicuro, so per certo che credevo a tutto quello che mi si diceva, mi fidavo di tutti. Avevo la testa piena di ricci dispettosi, lo spazio tra gli incisivi e la passione per la musica, in particolare, per il Musical “Notre Dame de Paris”. Da piccola non ricordo di aver avuto tanti problemi, o comunque nessuno fu così grave e significativo da considerarlo poi un evento traumatico negli anni.

Un episodio che ricordo con più chiarezza si lega alla scuola materna, e penso che sia da quel momento, che il mio rapporto con la scuola andò peggiorando. Era un pomeriggio, c’era il sole se non sbaglio e la maestra stava lavorando su dei finti girasoli da piantare nel cortile della scuola. Erano così belli, così realistici… mi veniva voglia di annusarli, ma NO! Non si poteva, così non lo feci, ci rimasi male, ma se la maestra aveva vietato di farlo, così doveva essere.

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Ebbene, un mio amichetto di quel tempo, invece, uscì nel cortile e ne prese uno, poi me lo portò. La maestra vide il suo gesto e ci diede una severissima punizione. Avevo molta paura, lei urlava tanto forte e mi trattava male, diceva che la mamma non mi sarebbe più venuta a riprendere a scuola, che saremmo rimasti per sempre chiusi lì, da soli. Io scoppiai a piangere disperata, il mio amichetto fece lo stesso… “Senza la mamma? No, grazie!”

Fortunatamente però, dopo due ore, la mamma arrivò, e io le saltai addosso piangendo a dirotto, perché io avevo creduto alla maestra. A pensarci fu così cattiva, e solo per un girasole di plastica, che alla fine nemmeno profumava. Ovviamente, raccontai tra un singhiozzo e un altro cosa era successo alla mamma e lei si arrabbiò tantissimo, perché le bugie non si dicono, nemmeno sui fiori finti di plastica che non profumano.


Da lì, ricordo poi di aver cambiato scuola, le maestre erano tanto simpatiche e mi facevano dipingere e giocare sull’altalena… “Ahhh… che bella la scuola materna!” Qualche tempo dopo iniziai le scuole elementari e scoprii di essere dislessica, mi fecero fare un test, con un dottore molto simpatico! A scuola, però, mi prendevano in giro per questo motivo, le maestre erano così cattive, mi urlavano che ero stupida e io soffrivo molto per questo. I bambini, istigati dalla maestra, si sentivano quasi in dovere di trattarmi male e di picchiarmi, mi dicevano che ero una “torsona”, che in dialetto umbro vuol dire “deficiente”.

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Io credevo alle loro parole, gli davo ragione. Ero convinta che, se me lo dicevano tutti, allora doveva essere vero.

Nel frattempo ci trasferimmo in un nuovo appartamento e vicino al mio palazzo c’era una scuola di musica, ogni giorno, sentivo provenire da lì, suoni di tromba, chitarre elettriche e lo strumento del quale mi innamorai perdutamente: la batteria. Un pomeriggio la mamma mi portò lì: mi ricordo di essere entrata in una stanza che era piena di pannelli “insonorizzati”, ma tanto da fuori si sentiva comunque il maestro che suonava! Nella stanza c’erano due batterie: una rossa e una blu, la mia preferita era quella blu, perché aveva più piatti e più tamburi, era gigante! Lì nella stanza c’era il maestro, lui mi diede la prima lezione di batteria. In quel posto non mi sentivo a disagio, anzi, era come se in quella stanza ci fossi stata da sempre. Suonai a caso su ogni cosa, anche sullo sgabello, risi tantissimo, il maestro mi faceva ridere tantissimo e quando tornai a casa mi sentii forte e carica, piena di energie per affrontare la scuola, le maestre antipatiche e i compagni bulli che si prendevano gioco di me.

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Da quel giorno, la musica entrò nella mia vita come un fiume in piena, avvolse ogni mia insicurezza e la rese un punto di forza, una forza potentissima che mi fece stare bene sempre, fino ad oggi.


Finii le elementari e iniziai le medie: i primi due anni furono abbastanza faticosi dal punto di vista dello studio, dato che, le insegnanti, non accettavano il mio PDP (Piano Didattico Personalizzato), ma a parte questo, con i compagni mi trovavo più o meno bene.

La terza media, fu l’anno peggiore della mia vita. Vedevo sempre di più amici, che conoscevo ormai dalla materna, fare esperienze negative; li vedevo cambiare in peggio e questo mi spaventò molto, mi fece pensare: “E se diventassi anche io come loro?” Solo l’idea di fumare, di bere, mi fece spaventare completamente. Mi promisi che non sarebbe mai e poi mai successo, qualsiasi cosa sarebbe accaduta nella mia vita, io non sarei mai diventata come loro. E così successe, cercai di rimanere amica di quei ragazzi, cercai di uscirci insieme, di divertirmi con loro come succedeva sempre. Ma per quanto io mi sforzassi di vivere con loro, facendo finta che determinate cose non accadessero, non riuscivo ad accettare minimamente il fatto che si volessero così male da “perdere il controllo” continuamente: ad ogni uscita ogni scusa era buona, una sigaretta, una birra o qualcos’altro… e per me era un grande dispiacere, stare lì a guardarli e a far finta di ridere, quando in realtà era una continua ferita aperta, che bruciava sempre di più.

report alcol

Una mattina, durante la ricreazione a scuola, una persona che credevo mia amica mi chiese un fazzoletto. Beh uno potrebbe pensare “Cosa c’è di male nel prestare un fazzoletto a qualcuno?”, invece  qualcosa di male c’era, il fazzoletto non lo usò per soffiarsi il naso, ma per dargli fuoco e lasciare che bruciasse davanti al mio viso. Fortunatamente prese fuoco solo una piccola ciocca di capelli, ma lo shock fu fortissimo. Tutt’ora raccontando questo episodio mi vengono i brividi. La sensazione fu devastante, ma fu lo “scossone” che mi fece aprire gli occhi definitivamente, che mi fece dire basta a quel tipo di amicizie, anche se erano amicizie che duravano da una vita. Da quel giorno iniziarono le persecuzioni: il mio numero di telefono era scritto ovunque, accompagnato da messaggi osceni e sessualmente espliciti che incitavano a chiamarmi. Molte volte mi capitava di passare il telefono a mia mamma perché anche le persone grandi mi chiamavano per farmi proposte indecenti.

Ero perseguitata ovunque, tutte le persone del mio paese pensavano ormai che io, proprio io, ero una ragazza “disponibile”. Così ho smesso di uscire, di avere amici, non frequentai più nessuno, mamma e papà per proteggermi e per permettermi di studiare (visto che nella scuola né professori né preside volevano ammettere che in quella scuola c’era sia il bullismo che lo spaccio di droghe) mi mandarono da un’altra parte, e lì incontrai per soli dieci giorni, delle persone buonissime. Mi ricordo che il vicepreside, mi aspettava sulla porta e se non riuscivo ad entrare nella scuola allargava le braccia e diceva “Forza Sofia vieni che ti aspetto, non farmi fare le cose da nonno!”, mi abbracciava e mi portava nel suo studio, dove insieme a mamma, aspettavo la professoressa di italiano che si occupava di me per prepararmi agli esami, che furono terribili perché dovevo affrontarli con la mia paura.

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Superati gli esami di terza media, feci la prova di ammissione per entrare nel liceo musicale: fui ammessa con 9 ed ero felicissima. Il primo anno fu difficilissimo, soprattutto per il lungo viaggio che dovevo affrontare sia all’andata che al ritorno, da casa a scuola. Mi alzavo alle cinque, prendevo il treno e arrivavo a Terni alle sette e mezza, prendevo l’autobus e arrivavo a scuola giusto in tempo per fare la colazione. Con molti ragazzi della mia classe legai moltissimo e ci sono legata tutt’ora. Con altri, era solo civile convivenza, ma a me andava bene così, non mi aspettavo di essere amica di tutti, anzi a dire il vero non mi aspettavo di diventare amica di qualcuno.

Mi accettavano per come ero e non mi prendevano in giro se usavo il computer o le mappe durante le interrogazioni. Il primo anno, anche se con alti e bassi, andò abbastanza bene. Verso la fine dell’anno, mi ritrovai con due insufficienze (se così si possono definire) in Teoria Analisi e Composizione (T.A.C.) e Tecnologie musicali. Recuperai l’insufficienza in T.A.C., mentre in Tecnologie musicali presi 5.45, poco meno della sufficienza, e il professore, a cui stavo antipatica perché non concepiva le mie difficoltà, mi rimandò a settembre. Lavorai sodo tutta l’estate con l’aiuto di una professoressa che mi preparò all’esame. Il giorno dell’esame, il professore non ritenne sufficiente il mio lavoro e non solo, mi levò gli schemi da sotto le mani, e mentre io provavo a rispondere alle sue complesse domande su quanti canali potesse avere un mixer, lui chiacchierava con il professore che assisteva al mio esame. Uscii molto dispiaciuta, in lacrime e delusa, perché avevo lavorato molto, compromettendo così anche le mie vacanze.


Durante un campus preparatorio per l’inizio della scuola, dissi alla mia tutor che ero stanca di essere trattata così e di essere continuamente presa di mira dallo stronzo di turno. I miei genitori e tutti i miei logopedisti, ebbero una riunione e decisero che non era giusto togliermi dalla scuola che avevo scelto. Ricominciò la scuola e indifferente provai a tornare al solito ritmo quotidiano, dopo che i miei genitori avevano provato a convincermi, che fosse la cosa giusta da fare.

Fatto sta, dopo una settimana dall’inizio, un mio compagno di classe ebbe la “geniale” idea di scaricare il telecomando universale sul telefono per accendere e spegnere le casse della L.I.M (la lavagna elettronica). Dopo averle accese e spente svariate volte, le casse fecero un rumore molto forte che inizialmente sentirono tutti. Il professore staccò la presa della L.I.M e il rumore cessò. Io però continuai a sentire un forte brusio all’orecchio sinistro e poi improvvisamente cominciai a perdere la sensibilità alla parte sinistra del volto. Credendo fosse emicrania (perché ne soffro), presi una tachipirina, ma il dolore non passava. La cosa più sconvolgente successe la mattina seguente: come di routine la mamma venne a svegliarmi e io cominciai a piangere perché non la vedevo e le chiedevo di spegnere la luce, quando la luce in realtà era già spenta. Stavo molto male, ma decisi comunque che era meglio non fare troppe assenze, perciò per quella volta i miei mi accompagnarono in macchina. Durante il tragitto stavo sempre più male, quindi i miei decisero di portarmi in ospedale. Mi ricoverarono per una settimana e al pronto soccorso diagnosticarono che non vedevo da un occhio, non sentivo bene e avevo una paresi facciale. Iniziai a soffrire di vertigini e ad avere violenti attacchi di panico, a volte così forti che le dottoresse mi dovevano sedare.

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Sto tutt’ora cercando di razionalizzare ciò che mi è successo ormai più di un anno fa. La cosa che mi fa più rabbia è sapere che alle mie spalle, alcuni compagni e alcuni professori mi offendevano, dandomi della “pazza”, mortificandomi e diffamandomi. Dopo questo episodio non tornai più in quella scuola e decisi di abbandonare gli studi. Entrai in un periodo di profonda depressione, non uscivo, avevo frequenti attacchi di panico, avevo ripreso a farmi del male. Le mie giornate erano vuote e monotone, passavo giorni a leggere libri e a vedere serie TV, finché un giorno, non mi sono stufata di tutto.

Ripresi la mia vita in mano e decisi che non avrei buttato via né l’anno di scuola né il mio futuro. Mi iscrissi in una nuova scuola che decisi di seguire da privatista, perché ancora il contatto con i coetanei era doloroso. Tutto questo fu possibile grazie alla pazienza e alla disponibilità del preside, che mi diede fiducia senza nemmeno conoscermi e che mi ha supportata fin da subito.

Ho iniziato un lungo percorso per recuperare il tempo regalato al dolore, ho iniziato a conoscere delle materie bellissime a me sconosciute, come la psicologia e il latino. Mi sono preparata per gli esami e in sei mesi ho recuperato due anni di scuola. Ho superato brillantemente gli esami e oggi entro a scuola senza difficoltà, gli attacchi di panico sono diminuiti e finalmente sono soddisfatta di me, dal punto di vista scolastico. Questo lo devo anche all’affetto dimostratomi dagli insegnanti, che mi hanno sostenuta quotidianamente da quando sono rientrata nel mondo scolastico.

Nonostante le difficoltà quotidiane, mi sento cambiata e in questi anni sono cresciuta tantissimo e ora sono pronta per raccontare la mia storia. 

Perché questa sono io. Sofia!