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ARFID, “nuovo” disturbo alimentare che colpisce i bambini: come intervenire?


Bambini che mangiano controvoglia, spizzicano il cibo, rifiutano alcuni alimenti e fanno disperare i genitori a tavola, sono realtà piuttosto frequenti che si verificano in alcune fasi dell’infanzia. Spesso si tratta di comportamenti transitori che se, gestiti dalla famiglia in maniera adeguata, si risolvono in breve tempo.

Bisogna tuttavia fare molta attenzione ai casi in cui il rifiuto del cibo si estende alla maggior parte degli alimenti, la restrizione si aggrava, si assiste ad un significativo calo di peso e arresto nell’accrescimento, con il rischio di compromettere lo sviluppo psicofisico del bambino.

Potrebbe trattarsi di un disturbo, da poco riconosciuto, che si sviluppa maggiormente nella prima infanzia, definito ARFID (Avoidant Rescrictive Food Intake Disorder) o disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Spesso compare nei primi 10 anni di vita ma può persistere fino all’età adulta.

Secondo il DSM-5, l’ARFID può manifestarsi con un’apparente mancanza di interesse per il mangiare o per il cibo, un evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo o una preoccupazione relativa alle conseguenze negative del mangiare (es. vomito o conati, soffocamento, dolori allo stomaco). C’è dunque evitamento o restrizione nell’assunzione di determinati cibi con una conseguente significativa perdita di peso, deficit nutrizionali, dipendenza da supplementi nutrizionali o ricorso al sondino, limitazioni nella vita sociale e relazionale del bambino.

Possiamo incontrare ad esempio bambini che mangiano esclusivamente alimenti di colore giallo o di consistenza morbida, bambini che lamentano malessere fisico dopo aver mangiato, bambini che hanno sviluppato una vera e propria fobia per il cibo in seguito ad esempio ad un’esperienza di soffocamento.

Sebbene l’ARFID si distingua dall’Anoressia Nervosa poiché non comprende la preoccupazione per le forme del corpo e le condotte volte ad una perdita volontaria di peso, le conseguenze fisiche sono molto simili.

Una volta escluse le cause organiche, l’ARFID implica la presenza di un disagio psicologico e relazionale sottostante nei bambini che, attraverso l’evitamento del cibo e la selezione accurata degli alimenti, cercano di dar voce a una problematica emotiva interna.


Come comportarsi?

1. Se il bambino rifiuta alcuni alimenti o fa storie per mangiare, non è detto che si tratti di un disturbo alimentare di questo tipo, potrebbe anche essere una fase temporanea. Tuttavia, l’interazione genitore-bambino può contribuire al problema nutrizionale o aggravarlo, per cui è importante iniziare a seguire alcune indicazioni. 

“Il bambino non mangia e a tavola è una sfida continua!” Attenzione a non cadere nei soliti errori

2. Se il bambino, che tende a selezionare gli alimenti, ha vissuto eventi traumatici, anche legati al cibo, o ha assistito a situazioni che lo possano aver impressionato, fate particolare attenzione perché potrebbero rappresentare fattori di rischio importanti. Fatevi aiutare da un professionista per cogliere eventuali segnali di disagio e per aiutare il bambino ad esprimere ciò che ha dentro.

3. Se il bambino inizia a restringere in maniera eccessiva tutta una serie di alimenti, ad essere irritabile, ingestibile e ad avere le prime conseguenze negative di perdita di peso, è fondamentale intervenire subito e affidarsi ad un’equipe multidisciplinare che possa seguire il bambino e la vostra famiglia da un punto di vista sia pediatrico che psicologico.

È bene intervenire adeguatamente poiché si tratta di un disturbo che può comportare notevoli danni nell’accrescimento ed esporre il bambino a gravi rischi per lo sviluppo fisico e psichico.

 

Redazione AdoleScienza.it

 

Riferimenti Bibliografici

American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Raffaello Cortina, Milano.

 

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