alimentazione incontrollata

Il “peso” di un vuoto da colmare: il Disturbo da Alimentazione Incontrollata


Cresciamo in una società dove tutto deve essere controllato, tutto deve essere perfetto, tutto deve essere dosato, tutto deve rientrare in dei “confini” prestabiliti. È una società che di conseguenza non permette di essere se stessi, di potersi esprimere come meglio si crede, di potersi sentire liberi di fare e di essere. È proprio in questo sentirsi in gabbia che inconsciamente si cerca una via di espressione.

Si sente l’esigenza di far uscire fuori attraverso qualsiasi “strada” i dubbi, i problemi, le insicurezze, le mancanze. Spesso in queste situazioni il cibo diventa l’alleato migliore: riempie dei vuoti relazionali e affettivi, (da ricollocare spesso nelle relazioni primarie), altrimenti incolmabili, senza dover così affrontare direttamente quelli stessi dubbi, problemi, insicurezze e mancanze precedentemente citati. Il cibo, in questo modo, da essere semplice sostanza di nutrimento per il corpo, diventa la pezza con cui tappare dei buchi enormi, trasformandosi con il passare dei giorni in un vero e proprio disturbo alimentare in cui si rimane incastrati.

In una società come quella descritta precedentemente così “perfetta”, per esempio, il Disturbo da Alimentazione Incontrollata è particolarmente presente, anche tra i più giovani ed è caratterizzato da (APA, 2014):

 • Ricorrenti abbuffate

• Sensazione di perdita di controllo su quello che si mangia durante l’episodio

• Tendenza a mangiare più rapidamente del normale e fino a quando non ci si sente spiacevolmente pieni

• Ingerire una quantità di cibo notevolmente maggiore rispetto alla sensazione fisica di fame e rispetto alla quantità che mangerebbe la maggior parte della gente in un determinato lasso di tempo (ad es. 2 ore)

• Mangiare da soli a causa dell’imbarazzo di quanto si sta mangiando

• Sono presenti sensi di colpa successivi all’abbuffata

• Gli episodi si presentano almeno una volta alla settimana nell’arco di 3 mesi

• Non c’è un uso regolare di comportamenti compensatori, come vomito autoindotto o uso di lassativi.

Questo non riuscire a controllare i propri impulsi, questo ingrassare senza sosta, questo mangiare senza alcun limite per riempire quel vuoto immenso che si ha dentro, quella voglia di rompere degli schemi di fronte ai quali si è costretti a chinare la testa e che spesso nascono nella stessa famiglia in cui si cresce o al contrario quell’abitudine da parte dei genitori di premiare i propri figli con il cibo piuttosto che con un pomeriggio di divertimento insieme al parco, fanno si che spesso coloro che soffrono di questo tipo di disturbo, sviluppano l’obesità.

Un altro importante aspetto è il sentirsi invaso dai sensi di colpa e da un’alterazione dell’umore in senso depressivo, nei momenti successivi all’abbuffata e questo accade sia per la presa di coscienza di quanto cibo si è ingerito e sia perché si ha consapevolezza di aver infranto delle regole che non sono solo sociali ma anche del proprio benessere fisico.

È importante che i genitori non facciano l’errore che pur di accontentare sempre i propri figli in quelli che sono i loro desideri anche culinari, li facciano crescere senza delle regole semplici ma essenziali per una corretta educazione alimentare e ancor di più che non cadano inconsciamente nella convinzione che una barretta di cioccolata in più compensi quell’abbraccio in meno. In ogni caso, a scuola, a casa, nello sport è essenziale saper riconoscere i primi segnale di tale disturbo fin dall’infanzia in modo tale da poter agire il più precocemente possibile.

 Riferimenti Bibliografici

American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano.

 

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