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Social e chat sconosciute ai genitori: quale relazione con i comportamenti devianti in rete?


Gli adolescenti di oggi, con smartphone e tablet sempre a portata di mano, hanno un accesso estremamente facilitato alla rete, vivono perennemente connessi e comunicano con gli altri attraverso la tecnologia.

Più di 9 adolescenti su 10 (94%) utilizzano Internet per parlare con gli amici, in genere tramite chat e app di messaggistica istantanea, attraverso cui interagiscono e scambiano materiale di ogni tipo. Scambio di materiale in tempo reale, in un “instant” si possono inviare e condividere video, foto e audio, anche di niente, pur di passare il tempo e colmare la noia o la solitudine interiore. Gruppi di ogni tipo accompagnano la vita di questi ragazzi della Generazione Hashtag: classe, scuola, famiglia, segreti ecc… che hanno la funzione di essere i testimoni silenti delle loro azioni quotidiane.

Ragazzi che arrivano a gestire anche 5-6 profili social in parallelo e 2-3 app di messaggistica istantanea: la maggior parte di loro utilizza WhatsApp (98%) che sta diventando sempre più indispensabile, tanto che il 55% dei ragazzi dichiara di non poterne proprio fare a meno (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza su circa 7.000 adolescenti italiani).


Esiste però un modo nascosto, più sommerso, in cui i ragazzi si sentono autorizzati anche ad andare oltre, a superare i limiti, violando se stessi e anche gli altri, è il mondo delle App sconosciute ai genitori, è il mondo che non viene controllato, che attira poco l’attenzione perché non si conosce. Il fatto di avere più social network e più app di messaggistica istantanea gli permette di sfuggire al controllo, perché sfruttano l’analfabetizzazione digitale dei genitori che conoscono solo Facebook, Twitter, Instagram e WhatsApp. Esistono social e chat che permettono di avere chat segrete, l’autodistruzione dei messaggi, di creare canali in cui si può assumere il controllo e non è possibile replicare e anche volendo, assumere l’identità di qualcun altro senza che il malcapitato ne sia a conoscenza.


Il fatto di non essere controllati e scoperti dagli adulti, la possibilità di non poter avere delle prove in mano perché i messaggi, immagini e quant’altro inviati o pubblicati vengono automaticamente distrutti, la facoltà di creare spazi in cui non è possibile replicare e mantenere l’anonimato, sta favorendo la messa in atto di comportamenti legati ad un uso distorto di questi strumenti, nati in realtà per avvicinare, comunicare, connettere e non per far del male o per farsi del male.

Infatti, oggi, l’allarme è legato alle app meno conosciute dagli adulti, come ad esempio Telegram, o dalle nuove possibilità di utilizzo di app esistenti che permettono di creare storie che si autocancellano oppure canali pubblici o privati. Il fenomeno sembra riguardare più la prima adolescenza, quindi coloro che si affacciano in maniera sistematica all’interno del mondo della comunicazione digitale, aumentando così il rischio dell’inconsapevolezza di mettere in atto determinati comportamenti. Il primo campanello d’allarme, invece, è suonato quando su Snapchat venivano inviate immagini private, intime, di corpi nudi e sessualmente espliciti, perché tanto si poteva scegliere i secondi in cui la persona poteva visualizzare le fotografie che poi sarebbero state cancellate. 

Si tratta del SEXTING, attività estremamente diffusa tra gli adolescenti e molto preoccupante per il rischio elevatissimo di diffusione di materiale privato in rete, rendendolo pubblico sui social network. Il sexting ha creato numerosi danni tra cui problemi emotivi gravi e tentativi di suicidio. Nello stesso momento però c’è l’altra faccia della medaglia, quella dei comportamenti in cui viene violato l’altro intenzionalmente, dove viene prevaricato. Questi comportamenti nascono da parte dei cyberbulli come scherzi o divertimento e invece vengono vissuti come pugnalate e violenze da parte di chi è bersagliato anche quotidianamente. Si tratta di furti di identità usati per far arrivare montagne di insulti e di prese in giro alla vittima, di esclusione dai gruppi delle chat o dai social, diffusione di immagini o video intimi e privati magari anche creati ad hoc o modificati in cui si viene esplicitamente derisi.


L’aspetto drammatico è che tanti sanno, amici e compagni e ridono e si divertono e soprattutto non parlano, non raccontano cosa accade lontano dagli occhi degli adulti, dietro le spalle dei compagni. Si sentono deresponsabilizzati perché non sono loro a mettere quelle immagini e si sentono autorizzati a condividere e a non denunciare, senza capire che in questo modo fanno male quanto i bulli.


Manca un’educazione per i ragazzi e una civilizzazione digitale

L’uso di profili falsi, l’anonimato e la condivisione con gli altri sono tutti aspetti che deresponsabilizzano e portano i carnefici a commettere azioni anche gravi, senza rendersi conto delle conseguenze. Viene vissuto tutto come un gioco in cui la vittima diventa oggetto di scherno anche di centinaia e di migliaia di membri, che spesso restano a guardare senza fare niente.

Di tali fenomeni se ne parla ancora poco, o solamente quando emergono fatti di cronaca, mentre i giovani non ricevono la giusta educazione e tutela, in balìa degli hacker, dei malintenzionati e dei cyberbulli. Il problema non sono le chat ma l’uso che se ne fa, bisognerebbe insegnare ai ragazzi, sin da quando sono piccoli, che spesso dietro le apparenze si nascondono dei pericoli e attivare una seria prevenzione e sensibilizzazione per un uso consapevole e sicuro del Web.

Osservatorio Nazionale Adolescenza

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