eutanasia

Adolescenti che decidono di morire. Sono davvero in grado di prendere questa decisione?


Parlare di eutanasia ossia della dolce morte significa parlare di un argomento molto delicato che tocca le persone nel profondo perché c’è in gioco la morte, una scelta, una volontà di poter decidere quando morire. Diventa ancora più delicato quando si tratta di minori che chiedono che gli venga staccata la spina o effettuata un’iniezione letale, decidendo in autonomia quando poter morire.

L’ultimo caso è di settembre 2016, in Belgio, quando ad un adolescente di 17 anni è stata permessa l’eutanasia da medici, genitori e psicologi. È indubbio che si tratti di una questione che non metterà mai tutti d’accordo, soprattutto quando si parla di minori. Il dubbio più rilevante è legato al fatto se i piccoli hanno raggiunto realmente un livello di maturità tale da poter esprimere un pieno consenso e se sono concretamente in grado di manifestare con piena consapevolezza la volontà di morire in preda ad intense sofferenze dovute ad una malattia incurabile.

Per la mia profonda esperienza a contatto quotidiano con gli adolescenti posso sicuramente dire che tante volte il concetto di morte è completamente abusato da loro: “voglio morire”, “mi ammazzo”, “voglio farla finita”, sono frasi che dicono spessissimo. Tante volte tentano anche di uccidersi, si imbottiscono di farmaci o si tagliano le vene ma quando poi vengono salvati, la stragrande maggioranza di loro si rende conto che non voleva veramente morire, l’ha fatto per perché in quel momento non  trovava altra soluzione. A volte ci si rende realmente conto di cosa si sta facendo solo quando si arriva davanti alla morte stessa.

Bisogna quindi fare molta attenzione perché anche davanti alla malattia più dolorosa, nella condizione in cui non si vede più via d’uscita, si possono prendere decisioni consapevoli ma affrettate.

Il dolore è un compagno di vita terribile, distrugge da un punto di vista psicologico, a volte non dà tregua e via d’uscita e quando è così acuto che impedisce di vivere, vince lui, si depositano le armi e non si riesce più a combattere e si pensa alla morte come unica condizione in grado di alleviare queste sofferenze.

Tempo fa ho seguito un adolescente che dopo un  incidente stradale aveva perso l’uso di tutti gli arti e chiedeva ripetutamente di morire. Si è lasciato andare e ha tentato di farla di finita fino a che non ha reagito e ora vive. In quel momento probabilmente sarebbe anche risultato maturo per decidere se morire o meno, nonostante la sua fosse una reazione emotiva al trauma.

Valutare la capacità di comprensione del concetto di morte, direi anche la capacità critica e di maturazione psicologica, è un processo estremamente complesso perché non è legato solo alla solidità psichica e alla struttura di personalità ma è anche dettato dall’esperienza personale e di vita.

I minori sono davvero in grado di poter scegliere e valutare se vivere o morire con un bagaglio così ridotto di esperienze di vita? Oltretutto, non si deve dimenticare che gli adolescenti vivono una condizione di profonda labilità psicologica di fondo dettata dalla stabilizzazione dei tratti di personalità, dall’attivazione ormonale e dal processo di separazione dalle figure genitoriali e dai modelli che hanno gestito la loro vita fino a quel momento ed individuazione, ossia diventare autonomi da un punto di vista psicologico e quindi non condizionabili, in grado di prendere quindi decisioni autonome e consapevoli.

L’adolescente è anche nel periodo del qui ed ora, di tutto incentrato sul presente senza avere una appropriata valutazione del futuro e delle reali conseguenze delle loro azioni. Sono quindi in grado in questa fase di prendere una decisione che sarà “per sempre”?

È indubbio che dipenda dalla maturità del ragazzo e che la malattia, soprattutto quando grave ed invalidante, faccia saltare tutti gli equilibri e apporti numerosi cambiamenti a livello individuale e familiare. La malattia in età evolutiva adultizza, fa crescere prima degli altri e porta a ragionare in maniera differente sul senso della vita e della morte perché si devono affrontare problemi diversi da una normale adolescenza.

Maturare fino a che punto però, fino al punto di essere veramente in grado di poter decidere in piena consapevolezza per la propria vita? Il genitore poi, come si dovrebbe comportare davanti ad una richiesta del figlio, davanti alla sua volontà di porre fine a quella vita che tanto faticosamente gli hanno dato?

In questi casi così al limite e così delicati non si può giudicare nessuno perché quando si vede un figlio contorcersi dal dolore, quando non c’è niente che lo possa alleviare, quando non c’è nessuna medicina che possa dargli un momento di pace, non è decisamente facile decidere. Si vuole solo che il figlio non soffra più e che non stia così male.

Davanti alle malattie terminali ho visto le reazioni più disparate da parte dei genitori, tutte accumunate dal fatto che la morte di un figlio non sia accettabile e prendere una decisione del genere comunque segnerà per tutta la vita.


L’articolo è tratto integralmente dal settimanale Cronaca in Diretta del 3 febbraio 2017.

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