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L’omicidio-suicidio non è quasi mai frutto di un semplice raptus. La parola a Maura Manca su Vero


Sulla rivista Vero di questa settimana un’intervista a Maura Manca in cui si è parlato della madre che ha deciso di sparare al figlio 17enne, di ucciderlo e poi di suicidarsi. In parallelo l’approfondimento dell’avvocato Cataldo Calabretta.

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Capita spesso che gli adolescenti riempiano le prime pagine dei giornali per i loro comportamenti violenti, per le aggressioni che compiono nei confronti di animali, coetanei o familiari. Ma quando è una madre che uccide un figlio adolescente che avrebbe compiuto 18 anni dopo qualche giorno, è un gesto che lascia ancora più sconcertati ed increduli.

Ci si domanda come una madre possa arrivare con freddezza a sparare in testa ad un figlio e poi puntarsi la pistola di ordinanza e uccidersi. E’ quanto accaduto a Monte Argentario, in Toscana, per mano di un comandante dei vigili urbani che durante la notte, lasciando colleghi, amici e vicini di casa sconcertati, ha commesso l’atroce gesto. Non un biglietto, non una motivazione o segnali evidenti agli occhi dei non addetti ai lavori che potessero far presagire un tale epilogo. Si è pensato ad un raptus di follia, una perdita di controllo che ha indotto la donna a prendere la pistola, sparare in testa al figlio e poi suicidarsi.

Non è un raptus, la modalità con cui è stato eseguito l’omicidio del figlio denota una volontarietà del gesto, non è un momento di rabbia o di stress come oggi va di moda attribuire a questi gesti.

Partiamo dal presupposto di base che uccidere un figlio è un gesto totalmente contro natura, si sta uccidendo la persona a cui si è dato la vita. Un figlio dovrebbe essere la cosa più preziosa per un genitore anche in termini di istinto naturale, da tutelare e proteggere sempre e comunque. A volte quando un genitore decide di farla finita porta via con se ciò che ha creato, non vuole lasciare vivere il figlio con un peso che nello specifico lei conosceva bene, da cui non si è mai riuscita a liberare e che non voleva far rivivere a suo figlio. Il padre della donna era morto suicida e quando un genitore decide di uccidersi volontariamente lasciando una figlia che ha ancora bisogno di lui, viene vissuto come un tradimento, con un profondo senso di colpa per non essersi accorti di ciò che accadeva, di non averlo aiutato, una rabbia repressa perché non si capisce la motivazione. Un genitore deve voler bene ad un figlio, deve crescerlo, se lo abbandona, lo lascia solo con il suo dolore e i suoi perché.


Agli occhi delle persone la maggior parte delle volte questi gesti sono inspiegabili, ma i segnali sono sempre presenti, a volte non sono macroscopici o manifesti come si possa erroneamente pensare perché vengono covati nel profondo della psiche, repressi e compensati sotto forme apparente adattive. Il fatto che una persona non abbia problemi a lavoro o sorrida non significa non possa covare una depressione o istinti suicidi.


Sono spesso drammi della depressione, del dolore, della solitudine, che prendono forma giorno dopo giorno e poi assumono dimensioni distorte nella psiche provata e sotto pressione. Parliamo di persone che non hanno più gli strumenti adattivi per fronteggiare la vita e vedono nel suicidio l’unica soluzione ai problemi.

Una donna che, da quanto si apprende dai giornali, ha dovuto subire una serie di eventi di vita stressanti che hanno fortemente impattato sulla sua psiche rendendola più labile e vulnerabile. L’omicidio-suicidio è l’esito di una interazione di più fattori che si accumulano nel corso degli anni, parliamo di una madre che ha perso un padre suicida, un separazione con l’ex marito, sindaco del paese, una vita in mostra, sotto gli occhi di tutti che genera essa stessa pressione psichica, la morte del marito per emorragia cerebrale nel 2015, un tumore al seno da cui sembrava fosse uscita, un processo per una accusa di abuso di ufficio e per una vicenda di concessioni demaniali da cui era stata prosciolta e la pressione di comandare una stazione di vigili urbani. Probabilmente non ha retto, ci sarà stato anche un fattore scatenante, quella famosa “goccia che fa traboccare il vaso”, quella causa che cercano tutti ma che è semplicemente un anello di una catena di eventi di vita che piano piano, anno dopo anno l’hanno compressa e “uccisa”.

Il fatto però è che non è accettabile che un figlio diventi la vittima delle problematiche irrisolte della madre, non hanno chiesto loro di essere messi al mondo, non ci si può arrogare l’onnipotenza di dare la vita e poi di toglierla perché stiamo parlando di una ragazzo che è stato ucciso da chi doveva insegnargli a vivere.