volontariato

Cosa ci spinge a fare volontariato?


Secondo i dati diffusi dall’Istat nel 2014 circa un italiano su otto svolge attività gratuite a beneficio degli altri o della comunità.

Il numero dei volontari risulta essere di circa 6,63 milioni di persone dei quali la maggior parte di sesso maschile e del Nord Italia. In particolare, è stato visto come nel Sud Italia si tende a fare leva sui sistemi relazionali impliciti (famiglia, amici, parrocchia) come sostegno reciproco gratuito e di conseguenza sono minori le associazioni di volontariato che nascono.

Inoltre, il numero dei volontari è risultato direttamente proporzionale al titolo di studio che questi possiedono e alla loro possibilità economica: i laureati svolgono maggiore volontariato rispetto a coloro che hanno un titolo inferiore (in particolare quello di licenza elementare) con una percentuale i primi del 22,1 contro il 6,1% dei secondi, mentre il 23,4% dei volontari appartiene a famiglie agiate e il 9,7% a famiglie con difficoltà (http://www.istat.it/it/archivio/129115).

Per quanto riguarda invece, la sfera psicologica sono stati presi in considerazione diversi aspetti quali la motivazione, i tratti di personalità, il concetto di sé, i valori e gli atteggiamenti, aspetti tutti che rientrano sotto il concetto di “disposizione soggettiva” e sono collegati al modo in cui la persona vede se stessa e il mondo che lo circonda.

Il tratto di personalità maggiormente associato al volontariato è l’estroversione (Bekkers, 2005; Omoto et al., 2010). In realtà ancora non è ben chiaro il motivo di ciò, diciamo che una possibilità potrebbe essere quella che soggetti maggiormente estroversi nel momento in cui si presentano alle diverse associazioni per essere selezionati a svolgere attività di volontariato, hanno maggiore probabilità, proprio per questa loro caratteristica,  di essere selezionati (Okun et al., 2007).

L’ipotesi che i tratti di personalità siano collegati al volontariato è stata testata attraverso uno studio americano svolto su adolescenti da Atkins e colleghi (2005) ed è stato visto come quelli con maggiore resilienza (capacità da parte del soggetto di affrontare un evento traumatico o periodo di difficoltà senza subire grandi stravolgimenti) svolgono maggiormente queste attività di sostegno verso gli altri senza scopo di lucro; ovviamente le persone che invece soffrono di fobie sociali o ansia sociale, non saranno propense a fare volontariato (Cnaan et al., 2010).

Altri aspetti importanti sono l’empatia (capacità di mettersi nei panni dell’altro) e la solidarietà.

Il volontariato, inoltre, può essere un modo per affrontare i propri problemi di identità. Per esempio secondo Baines e Hardilli (2008) coloro che non riescono a trovare lavoro perché disabili o più grandi di età, compensano i loro sentimenti negativi dovuti a questo, svolgendo attività di volontariato (Baines e Hardill, 2008). Stessa cosa vale per le donne che combattono così il loro essere considerate “parassite” (Fuller et al., 2008).

Tra le varie teorie che si sono espresse sull’argomento quella dell’attaccamento ha affermato un aspetto importante: solo coloro che hanno avuto una base relazionale sicura possono dedicare il proprio tempo e le proprie energie nell’aiutare gli altri. Coloro che invece sono abituati ad un attaccamento evitante riproporranno questa modalità anche nei loro rapporti con gli altri e ciò non li porterà di certo a volerli aiutare  (Erez et al., 2008).

Infine, le teorie biologiche affermano che c’è una predisposizione genetica nel comportamento prosociale (es. altruismo) (Knafo e Israel, 2008) tra cui anche il volontariato (Son & Wilson, 2010).

In conclusione, è possibile affermare che ci possono  essere degli aspetti in comune tra i volontari che si ripetono, ma non dobbiamo mai dimenticarci che ogni persona ha una propria storia di vita, una propria personalità e di conseguenza delle motivazioni personali che lo spingono a svolgere questo tipo di attività.

Riferimenti Bibliografici

Atkins R., Hart D., Donnelly T. (2005). The association of childhood personality type with volunteering during adolescence. Merrill-Palmer Quarterly, 51: 145-162.

Baines S., Hardill I. (2008). “At least I can do something”: The work of volunteering in a community beset by worklessness. Social Policy and Society, 7: 307-317.

Bekkers R. (2005). Participation in voluntary associations: Relations with resources, personality, and political values. Political Psychology, 26: 439-454.

Cnaan R. et al. (2010). Estimating giving and volunteering: New ways to measure the phenomena. Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly.

Erez A. et al. (2008). Attachment, personality, and volunteering: Placing volunteerism in an attachment-theoretical framework. Personality and Individual Differences, 44: 64-74.

Fuller S., Kershaw P., Pulkingham J. (2008). Constructing “active citizenship”: Single mothers, welfare, and the logics of voluntarism. Citizenship Studies, 12: 157-176.

Knafo A., srael S. (2008). Genetic and Environmental Influences on Prosocial Behavior. Jerusalem, Israel: Psychology Department, the Hebrew University of Jerusalem.

Okun M., Pugliese J., Rook, K. (2007). Unpacking the relation between extraversion and volunteering in later life: The role of social capital. Personality and Individual Differences, 42: 1467-1477

Omoto A., Snyder M., Hackett, J. (2010). Personality and motivational antecedents of activism and social engagement. Journal of Personality, 78: 1703-1734.

Son J., Wilson J. (2010). Genetic variation in volunteerism. Sociological Quarterly, 51: 46-64.

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