Gay amarcord

Gay Amarcord


Nel percorso che porta all’accettazione di se stessi si possono provare tante emozioni, tante sofferenze, che a volte è difficile capire, come ci racconta una ragazza che non ha avuto paura di guardarsi dentro…

“Alle elementari ero estremamente popolare. Prendevo i voti più alti ed ero una bambina graziosa e vivace, le altre bambine mi ammiravano e tutti i maschietti della classe avevano una cotta per me, chiedevano alle maestre di farci sedere vicini, mi regalavano qualsiasi tipo di cosa, dai giocattolini alle gomme per cancellare…
Io li vedevo come una scocciatura… mi piacevano le altre bambine.
Ogni anno ce n’era una in particolare di cui mi invaghivo, fino al quarto anno, in cui mi fissai con la mia compagna di banco.
Avevo molte amichette, ma pensavo a lei in modo diverso, teneramente: mi emozionavo ogni mattina incontrandola, cercavo il più possibile di mettermi in mostra, di essere simpatica, speravo di piacerle.
Quando penso a quella fase noto una grossa dicotomia: vista da fuori ero una bambina vivace e allegra, che parlava e giocava con tutti…dentro custodivo un enorme segreto.
In casa non se n’era mai parlato e non raccontavo ai miei genitori delle mie simpatie speciali… non conoscevo neanche il termine “omosessuale”, eppure ricordo un momento in cui ho avuto consapevolezza di quello che ero: stavo con dei miei cugini più grandi, e parlavano tra loro di queste cose, ragazzi a cui piacciono altri ragazzi, usando un termine dispregiativo nel nostro dialetto e dicendosi schifati.
Forse fu allora che provai vergogna per la prima volta per quello che sentivo…io ero come quei ragazzi, e nessuno doveva saperlo.
Avevo questa certezza, di avere qualcosa di sbagliato dentro, e avevo paura di quello che sarebbe successo se fosse uscito.
Non pensavo di potermi confidare con qualcuno, non pensavo che ci fosse altra soluzione: dovevo tenerlo dentro di me.
Allora non pensavo che fosse qualcosa di importante per i miei sviluppi futuri, anzi, non pensavo proprio di avere sviluppi futuri; la mia vita si svolgeva in un eterno presente in cui mi relazionavo con i compagni di classe, le maestre, i genitori, i parenti… e nessuno di loro avrebbe mai saputo il mio segreto.

II

Alle medie tutto si fece più difficile: mestruazioni, il corpo che cambia, brufoli e peli, inoltre avevo un’ immagine mentale più definita che volevo seguire; mi rifiutavo di indossare i vestitini da “bomboniera” che piacevano tanto a mia madre, già dalla quinta elementare portavo i capelli corti e divenni il classico maschiaccio.
Non ero più una bambina graziosa e popolare; nella nuova classe i bulletti di turno mi prendevano in giro e le amiche delle elementari finirono per evitarmi.
Si cominciava a parlare di taglie di reggiseno, prime storielle, baci e sesso, tutto divenne più malizioso, tutto mi creava disagio.
Il gioco preferito era diventato scoprire le varie “simpatie” e quando mi chiedevano chi mi piacesse, subito pronti a schermire, io mentivo, facevo il nome di un ragazzo che, al contrario degli altri, con me era sempre stato gentile..avrei anche potuto dire che non c’era nessuno in particolare… ma non volevo dare la minima possibilità al sospetto. Dicendo così, mi sentivo al riparo…
Pensavo pure che quella bugia sarebbe potuta diventare verità, se l’avessi creduta tale… sarebbe stato tutto più facile… così mi sforzavo di guardare quel ragazzo con occhi diversi… ma niente… non cambiava niente.
Entrai in depressione. Tra tutte le cose, penso che la consapevolezza della mia “diversità” contribuì fortemente… mi chiedevo perché dovesse capitare proprio a me, perché dovevo essere in quel modo… e non potevo/volevo confidarmi con nessuno, né parlare liberamente. Passavo le giornate con l’unica speranza di essere ignorata. Ogni mattina era un incubo e cercavo solo di sopravvivere a quelli che ancora ricordo come gli anni più difficili…
Però, diversamente da prima, vivevo proiettata verso il futuro. Soprattutto in terza media; sapere che quello sarebbe stato l’ultimo anno, mi dava grande conforto. Ero cosciente del fatto che un ciclo sarebbe finito e ne sarebbe iniziato un altro, con persone diverse, luoghi diversi. Ero sicura che non sarebbe potuto essere peggio di quello che stavo vivendo e poi chissà, magari avrei potuto incontrare qualcuno come me. Durante le medie avevo una visione più ampia, avevo avuto modo di vedere film, telefilm, o cartoni, che mostravano storie con personaggi a me simili, e facevano capire che l’omosessualità era una possibilità, non un errore senza soluzione.

Solo ora mi rendo conto di quanto dovessi controllarmi su tutto, di quanto poco il termine “spensieratezza” descriva la mia infanzia… che era piena di paura, domande senza risposta, impossibilità ad avere relazioni: non potevo farmi conoscere da nessuno, perché nascondevo quello che ero. Una bambina ammirata da tutti ma chiusa in gabbia, completamente sola, che viveva un presente senza futuro, e un’altra che cercava una fuga nel futuro, perché non riusciva a vivere quel presente”.

di Maura Manca

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