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Una donna uccisa dietro l’altra, perché questa mattanza senza fine?


Quando parliamo di violenza di genere ci riferiamo alla violazione dei diritti umani ascrivibili a tutte le forme di violenza rivolte verso le donne, che incidono sulla loro dignità, integrità e libertà. In questi ultimi anni stiamo assistendo ad una vera e propria emergenza sociale, ad un problema di enorme impatto sulla società, che affonda le sue radici profonde nel substrato socio-culturale.

Siamo in presenza di un maschilismo di fondo, di una cultura basata troppo sulla diversità dei ruoli, in cui la violenza sui soggetti più deboli è ancora troppo accettata e poco sanzionata. Non dobbiamo dimenticare che camminiamo ancora su un terreno in cui attecchiscono tutt’oggi affermazioni del tipo “se l’è cercata”, quando si parla di violenza sessuale, attribuendo magari la colpa a specifici atteggiamenti o all’abbigliamento di una donna.

È un problema quindi legato alla disparità dei diritti e dei ruoli maschili e femminili, soprattutto di quello che una donna deve avere all’interno delle mura domestiche. Non sono comportamenti occasionali, sono piuttosto condotte che si ripetono e che purtroppo rimangono troppe volte silenti per paura anche di non ottenere un aiuto adeguato e tante volte nella speranza che l’altro cambi.

Ci si trova troppo spesso a combattere una lacerante battaglia da soli contro i disturbi mentali di una persona dalla quale ci si può aspettare di tutto, compreso di essere uccise.

Spesso la violenza sulle donne crea una sottomissione fisica e psichica, una condizione di subordinazione che può arrivare anche ad annullare l’identità dell’altro che rischia anche di assoggettarsi al suo carnefice.


Stiamo assistendo ad una assurda mattanza, una donna dietro l’altra, perseguitate, aggredite e anche uccise. Ma la violenza che subiscono queste donne è una condizione quotidiana e che tante volte non viene riconosciuta come tale, soprattutto quando si tratta di violenza psicologica, si sottovalutano spesso i segnali e gli esiti.


Come si arriva ad uccidere una donna?

L’uomo violento non ha paura di essere denunciato, fa leva sul suo ruolo, sulla supremazia psichica e fisica che esercita nei confronti della donna: sa perfettamente che la persona che ha davanti è spaventata dalle sue reazioni e dai suoi comportamenti.

Il silenzio della vittima è dovuto anche alle ricorrenti minacce, ma soprattutto al terrore delle conseguenze e alla consapevolezza che non esista una vera e propria tutela: tante donne, infatti, sono state aggredite o uccise dopo aver sporto denuncia.

Anzi tante volte ciò che fa scattare la violenza fisica e l’impulso omicida è il fatto di essere lasciati e di essere denunciati e allontanati con la forza: “non me lo dovevi fare!”, sono frasi che ho sentito troppo spesso, “te la sei cercata!”. In quel momento vieni identificata come la persona che ha generato il problema, come la “causa” di tutto e quindi si sentono autorizzati a rimuoverla.

È un termine un po’ forte, ma corrispondente ai meccanismi distorti che scattano nella testa di questi uomini persecutori e violenti. Se ci sono i figli e se vengono allontanati, impedendogli di vederli, ancora peggio, la frustrazione di essere stato intaccato anche come padre e non solo come uomo, può portare a gesti estremi. “Bisognerebbe imparare non solo ad amarsi, ma anche e soprattutto a lasciarsi”, come il testo della canzone di Ornella Vanoni.


Parliamo quindi di uomini che giustificano la propria condotta, che vedono solo il proprio punto di vista, che impongono il proprio volere, che credono di poter decidere per gli altri, di poter usare la donna come un oggetto di proprietà, come una persona che non ha spazi privati e di libertà. La violenza scatta quando la possessività prende il sopravvento, quando si è accecati dalla paura di perdere l’altro, dell’abbandono, del vuoto e quando non “ubbidisce” più.


Si vive tutto come un attacco alla propria persona, non si riesce a capire che l’altro ha delle esigenze e dei bisogni. La possessività nasce da una profonda fragilità psichica, da un’insicurezza e instabilità di fondo: sono uomini che hanno organizzazioni di personalità con problemi di identità e di confini psichici. L’insicurezza e la possessività portano a non accettare che la persona “amata” possa avere uno proprio spazio di scelta e di autonomia.

Spesso si tratta di persone che hanno un deficit della regolazione delle emozioni e del controllo degli impulsi, tanto che ci sono momenti in cui sono accecate dalle loro gelosia, a volte al limite del delirio, senza aderenza alla realtà.

Nel momento in cui “vedono nero” diventano seriamente pericolose, non riescono a gestire gli stati interni e spesso scatta la violenza fisica o l’omicidio. In un secondo momento ci può essere anche il pentimento e, nel caso della violenza fisica, anche il tentativo di recuperare la situazione per evitare di perdere l’altro, con promesse che evidentemente non possono essere mantenute.

A volte l’omicidio arriva quando ci si sente con le spalle al muro, quando non si vede altra via d’uscita, quando ci si sente minacciati, quando si viene denunciati. Non si ha paura del carcere o delle misure restrittive che vengono violate nel momento in cui si decide di mettere un punto. Questo in genere avviene quando si identifica l’altra persona come la fonte e la causa di tutti i problemi, quindi da eliminare.

Si arriva ad uccidere per motivi passionali, per una reazione impulsiva, per un raptus di gelosia, un crollo psichico, ma la maggior parte delle volte i segnali sono piuttosto chiari ed evidenti già da tempo. Sono storie di ordinaria violenza che vengono sottovalutate anche dalla vittima stessa, che troppe volte concede anche il famoso ultimo incontro che diventa spesso e volentieri fatale.

Non è solo la paura, il preferire il silenzio per evitare il peggio o il peso di tutto l’excursus processuale che fa tacere tante donne, a volte è l’assenza di un’adeguata informazione che faccia capire a chi cresce con lo “spirito di sacrificio” o con una personalità dipendente o con una dipendenza affettiva, che ciò che si vive non è la normalità, ma violenza.

Dove nascono i femminicidi?

La violenza nelle coppie tra adolescenti è il terreno fertile per il femminicidio e per la violenza domestica. Quando si parla di femminicidio, l’aspetto più inquietante non riguarda solo i numeri, ma l’età delle persone coinvolte, sia delle vittime che dei carnefici e i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, raccolti su un campione di 11.500 adolescenti dagli 11 ai 19 anni, lo evidenziano chiaramente.


1 adolescente su 10 ha paura o ha avuto paura del proprio partner, mentre 3 ragazzi su 50 si sentono incastrati nella propria relazione sentimentale, perché vittime di un fidanzato/a che minaccia di suicidarsi ogni qualvolta si litiga e ci si lascia, di cui il 60% sono femmine. 2 adolescenti su 50 sono stati aggrediti fisicamente dal proprio partner e nel 64% dei casi gli aggressori sono i maschi; quasi 2 ragazzi su 10 hanno subìto aggressioni verbali, di cui il 58% sono femmine, mentre il 21% si sente controllato nelle proprie azioni e nei propri spostamenti, rispetto alle persone con cui esce e persino a come si veste.


Le vittime, quando sono così giovani, non si rendono realmente conto che non esiste il “troppo amore”, che ciò che vivono non è frutto di un sentimento ma possesso e che loro non sono l’oggetto di un’altra persona, con l’ingenuità di chi crede ancora nell’amore e nell’altro e non pensa che si possa arrivare ad uccidere.

L’articolo è stato ripreso integralmente dal mio blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/03/19/una-donna-uccisa-dietro-laltra-perche-questa-mattanza-senza-fine/

di Maura Manca