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Autolesionismo nei social e nelle chat di gruppo: l’influenza del digitale


L’autolesionismo è una delle problematiche più diffuse tra i giovanissimi, a partire già dai 12-13 anni di età.

Parliamo di 2 adolescenti su 10 che scaricano il proprio dolore e la propria sofferenza sul corpo. I dati più preoccupanti in assoluto sono due: quasi il 14% lo fa in maniera ripetitiva e sistematica (dato aumentato del 2,5% in un solo anno) e l’età media in cui iniziano a farsi del male è pari a 12,8 anni (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza).

Sono ragazzi che attaccano intenzionalmente parti del proprio corpo, tendenzialmente le braccia o le gambe, e la forma di autolesionismo più frequente è il “cutting”, ossia il tagliarsi: lo fanno con lamette, forbici, coltelli e con ciò che trovano di appuntito o tagliente. Non c’è intento suicidario, i tagli sono fatti in modo da non rischiare di morire dissanguati, ma per scaricare tutta la sofferenza interna che non si riesce a gestire attraverso una modalità più adattiva.

Perché lo fanno?

I ragazzi che arrivano ad agire comportamenti autolesivi lo fanno perché ne hanno bisogno, perché sentono un impulso irrefrenabile che non sanno controllare, una sofferenza interna che non sanno gestire, che li invade e che devono scaricare sul corpo. Togliamoci dalla testa che chi mette in atto questi comportamenti in maniera sistematica, lo faccia per attirare l’attenzione.

Vivono in profondo conflitto, in lotta con i sensi di colpa, con la paura di non essere compresi e di essere scoperti, perché il mondo non è pronto a parlare di loro, i genitori non sono pronti a scoprire che un figlio si fa del male sotto i loro occhi senza che se ne accorgano, i docenti non sono pronti a parlare di autolesionismo, mentre i social media sembrano l’unico posto nel quale rifugiarsi.


Lo scambio di immagini online: l’autolesionismo nel digitale

Sui social network ci sono migliaia di profili contenenti immagini di adolescenti autolesionisti, su YouTube ci sono migliaia di video e nel web si trovano blog, comunità, gruppi chiusi e rifugi virtuali che accolgono, rinforzano o tutelano questi adolescenti.

Dalla condivisione di immagini sul web e sui social, si sta passando ora allo scambio di questo materiale anche all’interno delle chat di gruppo: si creano gruppi WhatsApp, in cui i ragazzi si sentono liberi di mostrarsi e condividere le proprie condotte autolesive attraverso immagini e foto, un’emozione, un dolore, una sfida, un farlo insieme e pubblicarlo in una chat di gruppo.

È ciò che è successo, di recente, a Cosenza dove in una scuola media si sono verificati 5 casi di autolesionismo: ragazzi tra i 12 e i 14 anni che si sono procurati ferite e tagli su braccia e gambe attraverso lamette, vetri, lattine, per poi postare le foto sui social network o nelle chat di gruppo dei compagni. Ad accorgersi dell’accaduto, una professoressa che si è insospettita dalle ferite sulle braccia e da certe frasi dette in classe dagli studenti.

Oggi non si può più prescindere dalla tecnologia, gli adolescenti veicolano tutte le loro azioni e relazioni attraverso chat e social, che diventano spesso i luoghi in cui condividono anche il loro dolore e la loro sofferenza.

2 copertina autolesionismo

Come spiego nel mio libro L’autolesionismo nell’era digitale: “Tanti adolescenti spostano la propria vita direttamente sul Web e spesso si nascondono, non si vogliono far vedere, aprono dei profili finti, all’interno del quale sentono di potersi esprimere liberamente e tirar fuori ciò che normalmente tendono a reprimere, all’interno dei gruppi, dei blog, dei forum e dei social. Ci sono spazi online che fungono da contenitori di angosce adolescenziali, in cui i ragazzi condividono e comunicano il proprio disagio interiore attraverso l’utilizzo di abbreviazioni, di nomi, dei cosiddetti hashtag o #. Dopo il segno #, si nasconde tante volte un mondo sommerso di dolore e di sofferenza: #cut, #cutting, #selfharm, #autolesionismo, sono tutti esempi di tag che rimandano a contenuti specifici sul farsi del male intenzionalmente. Spesso sono accompagnati da altri hashtag che esprimono lo stato d’animo di questi ragazzi, come #depressione, #suicidio, #help, #solitudine e altri ancora”.

Questi luoghi virtuali, queste chat di gruppo possono rappresentare una via d’uscita, un conforto, un luogo protetto, altre volte diventano luoghi di rinforzo, di esaltazione di questi comportamenti e di emulazione.

Il rapporto tra social media e autolesionismo è molto stretto e rischia di condizionare la vita dei ragazzi, soprattutto dei più giovani e di coloro che sono più vulnerabili.

Data la fragilità interna di questi ragazzi, la capacità di giudizio può essere facilmente manipolata e la realtà può essere distorta con il rischio che strumenti tecnologici e media possano amplificare in maniera drastica situazioni e vissuti già difficili. Non significa che chiunque venga a contatto con questo tipo di contenuti resti incastrato e attivi condotte autolesive ma, in situazioni di profonda fragilità e vulnerabilità, si può creare una sorta di effetto contagio, di sostegno e di normalizzazione della condotta stessa.

“Il processo d’identificazione con i contenuti online si concretizza attraverso l’emulazione di ciò che altri hanno già compiuto e reso pubblico grazie alla diffusione sul Web e al fatto che può essere replicato all’infinito. […] La spettacolarizzazione della violenza, dell’aggressività diretta verso se stessi, del dolore, racchiusa nell’atto compulsivo e automatico di catturare tutto filmandolo e diffondendolo in rete, appartiene ad una modalità ormai propria dei ragazzi, utilizzata anche solo per esibirsi o, talvolta, come modalità estrema per affermare la propria esistenza. Il messaggio che si trasmette può consistere in un invito all’imitazione e all’emulazione e, poiché tali imprese sono video-celebrate e condivise, i ragazzi sono gratificati nell’essersi conformati e omologati ad un gruppo da cui si sentono riconosciuti e accettati”. Tratto dal libro L’autolesionismo nell’era digitale.


Che ruolo hanno i genitori e la scuola?

Troppi adolescenti autolesionisti si sentono emarginati e stigmatizzati dalle famiglie, dalla scuola e dalla società che forse non è ancora in grado di accoglierli e di comprendere la sofferenza che si cela dietro il loro gesto. Hanno timore del confronto con i genitori, delle loro reazioni, di essere giudicati, criticati, attaccati e soprattutto di deluderli.

I genitori spesso non si accorgono di cosa accada sotto i loro occhi, credono a ciò che raccontano i figli, ai graffi, alle cadute, ai gatti e quant’altro produca la fantasia di questi ragazzi, spesso nascosti dietro le maniche lunghe o le file di braccialetti. Ci sono dei segnali a cui il genitore deve fare assolutamente attenzione per intervenire nella maniera più giusta ed efficace.

Anche la scuola può giocare un ruolo fondamentale e, come è successo in questo caso, accorgersi di alcuni segnali d’allarme dei ragazzi, delle condotte autolesive e delle dinamiche nel gruppo classe. Bisogna però parlarne con i ragazzi e puntare sulla PREVENZIONE, perché purtroppo si crede ancora alla favola secondo cui se si parla di autolesionismo si può spingere i ragazzi a farlo o a mettere in atto condotte emulative.

Gli adolescenti sanno perfettamente cos’è l’autolesionismo e vedono immagini su immagini, per cui sarebbe veramente ora di sfondare questo tabù, di dargli il giusto spazio e di aiutare i giovani e le famiglie.

Gli 8 segnali per riconoscere l’autolesionismo

di Maura Manca