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Filmare gli ultimi istanti di vita di una persona, ormai non ci si ferma neanche davanti alla morte


Attaccato e preso di mira dal web per la sua scelta alquanto discutibile di riprendere con il suo smartphone e condividere in diretta su Facebook in vari gruppi gli ultimi attimi di vita di un altro ragazzo di soli 24 anni, agonizzante sulla strada che ha perso la vita in seguito a un brutto incidente con il suo motorino, senza neanche chiamare i soccorsi o prestare aiuto o sostegno morale al ragazzo in fin di vita. Attualmente la Procura sta cercando di comprendere le dinamiche e sta decidendo come procedere nei suoi confronti.

Purtroppo stiamo assistendo ad una nuova normalità. Non dobbiamo pensare a ragazzi completamente insensibili o patologici, ma dobbiamo pensare a ragazzi che sono abituati nel loro quotidiano a condividere e a filmare tutto ciò che vedono e tutto ciò che fanno, in qualsiasi tipo di condizione e situazione.


Una ricerca della condivisone, del rendere partecipi gli amici virtuali su tutto ciò che si vede e che si fa, tutto in tempo reale, senza fermarsi davanti a niente e nessuno a quanto pare. Effetti ed esiti completamente sottovalutati, ci si ferma sul momento in cui si decide di condividere, spinti dall’adrenalina di farlo, senza andare oltre e capire che si tratta di persone e che è assurdo buttare in pasto ai leoni le persone.


Una normalità che fa paura, in buona parte creata dagli adulti che hanno smesso di educare al rispetto, alle emozioni e ai sentimenti.
Ovviamente non è una generalizzazione, non parliamo di tutti i ragazzi, ma è indubbio che questa sia una nuova normalità, ovvero il loro modo di dover testimoniare tutto per essere credibili: le immagini e i video hanno superato ormai la potenza della parola e sono diventati testimoni della nostra vita. Non ci si ferma davanti a niente e davanti a nessuno, neanche davanti alle tragedie.

Anche la morte e la violenza danno spettacolo sul web

C’è una spettacolarizzazione di tutto, anche la morte, dagli omicidi, alle tragedie, oggi, tutto che diventa potenzialmente contenuto di un post da condividere del web. Senza ritegno, senza pietà, mi domando dove finiremo se perdiamo la compassione, se non rispettiamo una persona che muore e tutti i suoi affetti che si trovano quelle immagini buttate in rete.

Il problema è che la capacità di mettersi nei panni dell’altro non viene più insegnata, non viene più trasmessa, siamo arrivati ad essere capaci di vedere una persona picchiata, violentata, aggredita, e di non fare niente perché tanto lo farà qualcun altro al posto nostro, non si interviene più per paura, per egoismo, per filmare e testimoniare.

Malati di social, senza limiti e senza vergogna, senza essere capaci di pensare, senza porsi una domanda del tipo “se ci fossi io al suo posto vorrei conforto, vorrei lasciare un messaggio da dare alle persone che amo, vorrei non essere solo nel cammino verso la morte, vorrei semplicemente una mano per contenere la paura”.

Niente, non è il primo e non sarà l’ultimo che è spinto più dalla frenesia e dalla voglia di testimoniare che c’era, dello scoop, che pensare alla vergogna del gesto che sta commettendo.

Oggi sono così fin da piccoli, filmano tutto, mentre viene picchiato qualcuno, gli viene fatto del male senza che nessuno intervenga, è più importante fare il reporter e diventare famoso e virale che aiutare il prossimo. E’ tutto sbagliato, fin da principio.

Nessuno che interviene neanche a bloccare chi filma, perché se c’è chi non ha un briciolo di sentimenti, coloro che li hanno dovrebbero strappargli quel telefono di mano e fargli capire la gravità della situazione per il rispetto di chi sta morendo e di chi rimane che non vuole vedere quelle immagini buttate alla mercè di tutti i commenti del popolo del web. Ma a quanto pare il rispetto non esiste più di niente e di nessuno e non è colpa della tecnologia, è colpa delle persone perché esiste tanta gente educata che non è stata imbastardita dalla tecnologia.

Se non si riprendono le redini in mano dell’educazione, dove andremo a finire?

Dobbiamo seriamente riflettere e chiederci che cosa sta succedendo. Ormai non si educano più i bambini, fin da quando sono piccolissimi, al senso dell’altro, alle relazioni affettive, non si contestualizza più, non si interviene più in aiuto dell’altro, però si filma tutto. Si vedono le violenze ovunque, e questo lo abbiamo visto a Barcellona, quando è morto il nostro connazionale davanti agli occhi indiscreti di decine di videocamere, l’abbiamo visto in tante altre condizioni in cui ragazzi sono stati filmati e nessuno è intervenuto.

Questa è solo l’ennesimo caso di quello che sta accadendo, di ragazzi che non riescono più a empatizzare con l’altro e a capire che forse, prima di prendere in mano uno smartphone, devono considerare il rispetto e la dignità della persona.

Se non li educhiamo fin da piccolini, ma li spingiamo unicamente alla competizione, alle prestazioni e alla condivisione attraverso la tecnologia, è normale che succeda tutto questo, vengono cresciuti da famiglie che tecno-mediano ogni relazione sentimentale.
Non si riconosce più quando è il caso e quando non è il caso ed è questa la base su cui dobbiamo lavorare perché altrimenti questi saranno solo casi su casi che noi ci limiteremo a commentare.

di Maura Manca

L’articolo l’ho ripreso dal mio Blog AdoleScienza de L’Espresso:

http://adolescienza.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/10/23/filmare-gli-ultimi-istanti-di-vita-di-una-persona-ormai-non-ci-si-ferma-neanche-davanti-alla-morte/