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Generazione hashtag: come è cambiato il modo di comunicare


Gli adolescenti utilizzano Internet come mezzo che permette loro di comunicare, di entrare in contatto con gli altri e di instaurare nuove relazioni virtuali. Il loro modo di comunicare è diventato prettamente digitalizzato, mediato da chat e social network.

Più di 9 adolescenti su 10 (94%) utilizzano internet per parlare con gli amici, in genere tramite chat e messaggistica istantanea, risultato che conferma come la COMUNICAZIONE TECNOLOGICA sia alla base del “dialogo” e della maggior parte degli scambi comunicativi adolescenziali. Spesso sostituisce la comunicazione verbale, fisica con un’altra persona, veicolata da messaggi vocali che intasano le chat di gruppo o individuali. Si risparmia tempo e si possono dire molte più cose e poi l’altro non deve attendere il tempo in cui una persona scrive il messaggio.

Tutto questo ha indubbiamente, non solo un impatto sociale molto rilevante, ma anche un importante impatto sulla persona e sulla organizzazione del pensiero, sempre più sintetico ed esecutivo, sugli aspetti emotivi, condizionati dai contenuti dei messaggi, dal numero di like e follower e sul linguaggio e comunicazione. I ragazzi infatti creano ogni giorno parole e modalità espressive nuove sempre più corrispondenti alla short comunication. Si parla tantissimo attraverso le immagini, i selfie, gli screenshot, le geo localizzazioni. Tutto easy come dicono loro, rapido perché il concetto di attesa è annientato, tutto ora e subito.

Gli hashtag

Circa il 95% degli adolescenti ha almeno un profilo social, ma la maggior parte di loro ne gestisce anche 4 o 5 in parallelo. Oltre il 98% della comunicazione tra ragazzi è veicolata da WhatsApp e la maggior parte di loro è inserito in gruppi e comunità (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza, 2016).

È cambiato quindi il modo di pensare e di comunicare.

Oggi per esempio si parla sempre di più attraverso quello che ancora molti chiamano cancelletto o hashtag da hash cancelletto e tag etichetta. Nati per organizzare contenuti che trattano dello stesso argomento, sono diventati espressione di stati d’animo, emozioni e comportamenti. Forse ad accompagnare immagini e video nei social network ci sono più hashtag che parole.
Anche loro molto spesso non sanno che si chiamano hashtag, li mettono perché lo fanno gli altri, perché ora va di moda così, senza porsi il problema di cosa stiano facendo. Non sono alfabetizzati da un punto di vista digitale ed informatico. Hanno un loro linguaggio, hashtag è il termine corretto che loro non usano, fanno e basta. Hanno inserito i tag nella loro comunicazione ma lo usano per esprimere quello provano o quello che stanno facendo, per descrivere con una marea di parole il post.

Spesso quindi racchiudono contenuti positivi, altre volte dietro alcuni # in codice si nascondono problemi e disagi. Qui deve scattare il campanello d’allarme, perché si cela spesso un mondo sommerso che sta male, che con i tag condivide un disagio con gli altri ragazzi, che si cercano e si trovano attraverso dei tag specifici che loro conoscono. È un nuovo linguaggio quindi che è bene conoscere.


Ecco per esempio cosa si cela dietro alcuni hashtag che nascondono migliaia di profili sui social network soprattutto quelli meno conosciuti dai genitori.
#sue nasconde il suicidio,
#ana i siti e blog pro anoressia,
#mia i siti e il blog pro bulimia,
#cut il cutting ossia l’autolesionismo, il tagliarsi intenzionalmente,
#annie è l’espressione dell’ansia.


Ci sono tanti profili privati, ma anche comunità di rinforzo di problematiche emotive o del comportamento, esempio i siti pro anoressia che inneggiano alla magrezza e incitano al mantenimento della patologia. Forniscono consigli su come non farsi scoprire e fungono da contenimento emotivo per i ragazzi che si sentono soli ed abbandonati. Ci sono anche tantissime comunità di autolesionisti, ci sono migliaia e migliaia di pagine di immagini di tagli, ferite, scarnificazioni, urla silenti di dolore nascoste dietro le immagini. I ragazzi condividono attraverso aggiornamenti di stato, post e foto la loro esperienza di self-harmers, le loro motivazioni e le sensazioni che sperimentano e che, spesso, consigliano anche ad altri coetanei come unica soluzione per attenuare stati d’animo e sentimenti negativi.

In conclusione, non va demonizzata la tecnologia, questi ragazzi vanno educati meglio all’uso per evitare condizioni di abuso e vanno ascoltati di più e osservati nei loro movimenti ancora meglio. Ciò che non dicono le parole, lo dice il corpo.

di Maura Manca, Psicoterapeuta
Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza
Direttore AdoleScienza.it

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