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I Nativi Digitali e l’apprendimento multitasking


I Nativi Digitali sono coloro che pensano, apprendono e comunicano attraverso le nuove tecnologie, utilizzano internet e tutti i mezzi tecnologici con una “naturalezza” che sorprende chi è nato in un’epoca non digitale.

La disinvoltura con cui si approcciano e imparano ad utilizzare tali strumenti è decisamente sconosciuta ai più grandi. Questo aspetto è osservabile non solo tra la generazione genitori e figli, il cui gap è ormai insanabile, ma anche tra fratelli maggiori e minori, il cui approccio e apprendimento “digitale” è piuttosto differente.

È ormai quasi totalitaria la presenza di internet nelle famiglie italiane e quasi tutti i ragazzi possiedono un pc, un telefono cellulare in grado di connettersi alla rete e magari anche un tablet.

 Cosa è cambiato per quello che concerne l’apprendimento?

Fino a qualche anno fa i compiti si facevano a casa, da soli o si andava a casa del compagno di classe o veniva lui dopo la scuola e magari si facevano insieme. Altre volte si usava il telefono per confrontare i risultati di quello che si era provato a fare e che non aveva dato l’esito sperato, magari con qualche “sollecitazione” da parte dei genitori di chiudere gentilmente la comunicazione per il costo e per il tempo passato attaccati alla cornetta.

L’inserimento della più moderna tecnologia ha portato ad utilizzare Skype per fare i compiti insieme ai compagni con una modalità multitasking, ad usare WhatsApp per condividere i risultati o copiare i compiti dal compagno bravo a scuola.

Come funziona?

L’amico fa i compiti, fa la foto e la invia al gruppo classe. Esistono tanti gruppi classe su WhatsApp e su Facebook in cui si condividono tutte le informazioni relative alla scuola. L’aspetto positivo sta nel fatto che non si può sicuramente dire di non essere stati informati sui compiti dati dai professori o sulle interrogazioni. Quando ci sono problemi di classe si possono risolvere in fretta e tutti insieme, senza nessuno escluso, tranne che non venga ESCLUSO volontariamente dal gruppo, come nei casi di bullismo elettronico.

Lo studio multitasking è andato a modificare lo sviluppo cognitivo, cambiando le modalità di apprendimento e la velocità della gestione delle informazioni. Nel 1993 lo psicologo Allen ne The Concise Oxford Dictionary definisce le attività cognitive come le “azioni o facoltà del sapere” contrapponendole a quelle emotive.

Gli adolescenti digitali sono abituati a ricevere un gran numero di input contemporaneamente e a gestirli, è cambiato quindi il livello di attenzione e la velocità con cui arrivano gli input al cervello. Ormai si attua una modalità per cui non si esegue più un compito cognitivo alla volta e, come un pc, si può arrivare ad avere un numero troppo elevato di “finestre” aperte, con il rischio di andare in affaticamento mentale e in una sorta di burn out. La colpa di questa forma di stress viene data, molto spesso, da parte dei ragazzi, allo studio, ma come possiamo capire dall’analisi che stiamo effettuando sul cervello degli adolescenti, lo studio in quanto tale non è il problema, dobbiamo quindi incentrare la nostra attenzione sulle modalità con cui studia.

Si cercano molte più informazioni su internet piuttosto che sui libri. Il problema più importante è che i ragazzi di oggi delegano qualsiasi tipo di ricerca a Prof. Internet, basti pensare, inoltre, al “forse cercavi” di Google che corregge qualsiasi parola scritta male o suggerisce quello che si può cercare. Questo significa che non bisogna neanche più sforzarsi a ricordare perfettamente l’argomento o la parola da cercare perché tanto ci pensa Lui a correggerci.

Per arrivare ad una soluzione non si utilizza più un pensiero di tipo produttivo e creativo, ma le strategie di problem solving più utilizzate sono quella:

imitativa

e

per prove ed errori.

La prima strategia (imitativa) va ad inficiare sulla comprensione perché tante volte osservo la modalità con cui si svolge un compito, la imito e il risultato lo ottengo senza ragionamento. Di conseguenza, continuo a riproporre la stessa modalità senza neanche domandarmi il perché si svolga in quel modo, senza aver capito il concetto di fondo. Non ragiono sul processo, riproduco senza pensare. Questo comporta che quello che apprendo non lo faccio mio e quindi non lo riutilizzerò adattato in altre situazioni nuove. Non mi stimola il ragionamento, il cervello si può impigrire e, davanti ad una situazione simile, rischiamo di non ricordarci che un problema simile lo abbiamo già dovuto affrontare e quindi possiamo riapplicare quello schema cognitivo.

La strategia per prove ed errori porta, invece, ad approcciarsi al problema in modo meno lineare e sistematico perché si fanno una sorta di tentativi per arrivare alla soluzione desiderata, fino a che non troviamo quello che riteniamo “giusto”.

L’affidarsi a contenuti digitali, come per esempio file audio, video o di sola lettura, piuttosto che a quelli cartacei, porta ad avere più input contemporaneamente su cui lavorare e da dover elaborare (si spera!). Però molti ragazzi si fermano solo al copiare direttamente quello che trovano già pronto su internet. Questo porta ad impigrire maggiormente il cervello, ad avere sempre maggiori difficoltà sulle modalità di ragionamento di tipo complesso.

 Cosa comporta la collaborazione tra pari?

Indubbiamente il lato positivo è che facilita e amplia notevolmente i rapporti sociali, basti vedere il numero elevatissimo di “Mi piace” o di “seguaci” che molti adolescenti hanno sulle pagine dei loro social network.

Porta a condividere le cose in gruppo e facilitare il concetto di cooperazione, divisione dei ruoli e sostegno reciproco soprattutto quando si deve affrontare un compito difficile.

D’altro canto però ci sono pure dei potenziali “effetti collaterali”, come per esempio il problema legato alla conoscenza, che è distribuita tra i ragazzi che fanno parte del gruppo studio. C’è il rischio di arrivare ad una maggiore disgregazione dei concetti perché io trovo una cosa e tu un’altra, ma poi integra tutto il computer, non io, devo fare solo il copia ed incolla del materiale e non lo devo rielaborare a livello mentale, guardarne la coerenza e l’appropriatezza. Il modo di imparare ora è attraverso il fare e quindi dall’esperienza diretta, non dal ragionamento.

In questo modo si rischia di incorrere nello svilupparsi di una intelligenza collettiva andando ad inficiare quella individuale. Da qui nasce il paradosso degli adolescenti che, da una parte sono velocissimi nell’elaborare numerosi input contemporaneamente e gestire più situazioni in parallelo tra cui: studiare, rispondere all’amico ascoltare la musica, e cercare le cose sul pc, ma dall’altra porta ad una lentezza mentale per cui, avendo sempre tutto a portata di mano, non mi devo più sforzare sul come ottenere una cosa, quando non riesco a risolvere un problema e gli altri ci sono riusciti, semplicemente con un click me la faccio mandare e ho risolto, evitando qualsiasi tipo di sforzo e di stimolazione mentale. Quindi, quantità e non qualità.

Ecco perché ci troviamo davanti ragazzi velocissimi nello scrivere, anche a più persone contemporaneamente, geniali nel creare video e assemblare foto con gli smartphone e tablet, che sanno muoversi con naturalezza e disinvoltura nel mondo digitale, ma che nel mondo reale sono totalmente dipendenti dalle figure adulte, non si sanno organizzare, non sanno trovare soluzioni, non sanno svolgere le banali attività del quotidiano e non saprebbero sopravvivere senza una guida costante e continuativa. Se proprio poi sono costretti ad affrontare un qualche problema nel reale perché sforzare i neuroni? Basta interpellare Prof Internet digitando le paroline magiche: “come faccio per…. O a fare……???” e lui, a costo zero e in un attimo, trova la soluzione!

Ma il giorno che non fosse possibile consultarlo e che questi ragazzi si dovessero trovare “soli” ad affrontare la vita, a parte le telefonate a casa, come faranno a fronteggiare i problemi del quotidiano e a gestire un domani gli aspetti intra ed extra famigliari?

di Maura Manca, Psicoterapeuta

 

 

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