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I rischi di scrivere in maniera compulsiva su WhatsApp


I ragazzi della generazione digitale comunicano tra loro, con i familiari, prettamente attraverso la messaggistica istantanea. Si districano tra comunicazioni individuali e gruppali, composte da pochi o tanti elementi, tra cui gruppo famiglia, gruppo classe, sport, scuola e quant’altro si possa inventare. Ogni volta che bisogna organizzare qualcosa si crea un nuovo gruppo per facilitare la comunicazione. Si scrive un messaggio sul gruppo e, nel contempo, arriva a tutti i membri. In questo modo sono in contatto costante con qualcuno, a tutte le ore del giorno e della notte. Se un ragazzo non sa che fare o si sente solo ecco che nel cellulare dell’amico spunta un “che fai?” a cui sicuramente qualcuno risponderà. Spesso succede che i ragazzi si sentano vincolati dai gruppi in cui sono stati incastrati, a cui non hanno chiesto di partecipare e da cui è difficile uscire perché gli altri membri si offendono, si arrabbiano e si rischia di litigare. Questo genera molto stress causato dai telefoni che vibrano o squillano in continuazione, dal cellulare che si blocca o “impalla” a causa del numero notevole di messaggi che arrivano. In più con la spunta blu che indica quando si è realmente letto il messaggio, WhatsApp viene utilizzato anche come strumento di controllo dell’altro.

I giovani, ma anche gli adulti, si sono adattati velocemente a questo tipo di comunicazione istantanea basata sulla sintesi, abbreviazioni, faccine e assenza di punteggiatura.

L’istantaneità ha distrutto l’attesa

In tutto questo è cambiato radicalmente il concetto di attesa, gli adolescenti spezzettano i messaggi (esempio messaggio 1: ci sei, messaggio 2: ?) perché non sono in grado di aspettare, nella loro testa l’altro non può aspettare, hanno paura che se l’interlocutore aspetta troppo tra un messaggio e l’altro possa iniziare un’altra conversazione e parlare con qualcun altro. C’è una sorta di corsia preferenziale che deve essere mantenuta altrimenti si vive come un’offesa personale, non si pensa che quello spazio comunicativo possa essere condiviso con altre persone o altre attività, come per esempio mangiare o studiare.

Un altro aspetto importante è legato all’attesa della risposta. Non è concepibile che se si legge il messaggio non si possa non rispondere. Nella testa dei ragazzi, la chat, viene vissuta come una conversazione, come se si parlasse, come una comunicazione verbale via telefono nella modalità con cui la intendiamo noi adulti; per loro, infatti, è come parlare uno davanti all’altro, quindi se non si risponde, è come rifiutare una conversazione, è come parlare al telefono e la persona dall’altra parte non risponde. Nel loro linguaggio è cambiato il concetto del verbo chiamare. Quando li incontro nel mio studio mi dicono “sai mi ha chiamato”, “sai ho chiamato”, gli domando se hanno parlato per telefono e mi rispondo “si abbiamo parlato su whatsapp”.

Questo atteggiamento nei confronti della tecnologia, oltre a favorire un cambiamento nella organizzazione del pensiero dei ragazzi in una fase di sviluppo, porta ad un cambiamento nelle abitudini quotidiane, nel relazionarsi, nel comunicare, in quanto hanno difficoltà a parlare e a scrivere. La punteggiatura viene utilizzata per fare faccine di ogni tipo, le parole sono abbreviate, cambiano spesso il significato, le frasi mozzate o sostituite con un’immagine.

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Cambia il significato della relazione

Cambia il significato della relazione, il rapporto con l’altro è ormai in buona parte tecno-mediato, ossia c’è quasi sempre “un terzo” elemento che gestisce la relazione e detta i tempi. Attraverso l’uso compulsivo delle chat è cambiato anche il concetto di condivisione. Visto che è “instant” si condivide tutto, in tutti i momenti, dal “cosa stai facendo?”, a inviare foto e video di tutto quello che si fa agli amici, o addirittura ai gruppi. Si invia la canzone che si sta ascoltano, la foto di quello che si mangia, il video di quello che si sta facendo, i messaggi vocali quando c’è molto da scrivere, così non si perde tempo a digitare, la foto del posto in cui ci si trova, abbigliamento e quant’altro. I ragazzi si riprendono mentre giocano, filmano i genitori mentre gli sgridano, gli insegnanti a scuola, solo per condividere tutto. Il concetto di personale e di privato si è annullato. Il problema è che se ai tempi della tecnologia non si accettano questa sorta di taciti accordi, si è tagliati fuori dal gruppo, si è, in certi casi, considerati uno “sfigato” che non ha nulla di “figo” da far vedere agli altri o un nerd. In questo modo si perde il gusto di raccontarsi le cose, di aspettare di incontrare gli amici e parlare di quello che succede, che è successo e avere un confronto con loro. Non si può più aspettare e tenersi qualche cosa dentro e magari elaborarla e rifletterci in privato per arrivare ad una soluzione.

A lungo andare, può favorire problemi quali: paura delle interrogazioni, di parlare in pubblico, guardare l’altro negli occhi, perché ci si abitua troppo a mediare attraverso gli strumenti tecnologici e si perde la bellezza del contatto diretto con il mondo e con le altre persone.

di Maura Manca, Psicoterapeuta

 

 

 

 

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